I contratti di convivenza
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29 Mag 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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I contratti di convivenza

Riforma Cirinnà e contratti di convivenza : chi può stipularli, il possibile contenuto, la forma, la pubblicità,  i limiti, la cessazione e i suoi effetti.

 

La riforma sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso e le convivenze di fatto (meglio nota come legge Cirinnà) sta per prendere il via [1], introducendo:

 

– da un lato la possibilità per le coppie gay di assumere (tramite un’unione civile) diritti e doveri per molti aspetti identici a quelli previsti per i coniugi (per i quali rinviamo alla lettura dell’articolo: “Unioni civili: come si procede, coppie gay, diritti e doveri”),

 

– dall’altro per le coppie di conviventi  (indipendentemente  dal loro orientamento sessuale) si vedersi garantite delle tutele crescenti, tre le quali la possibilità di stipulare i contratti di convivenza. Una facoltà, quindi, non un obbligo che si aggiunge ai diritti e doveri già riconosciti dalla stessa legge ai conviventi che abbiano stabili rapporti affettivi  e di reciproca assistenza (rinviamo per un approfondimento all’articolo: “Conviventi di fatto, i nuovi contratti: diritti e doveri”).

 

Ma cosa sono i contratti di convivenza? Chi li può stipulare? Quale forma e contenuto devono avere? Possono essere modificati?  Che succede se la convivenza cessa?

 

Cercheremo in questo articolo di spiegare in modo semplice e schematico la disciplina che la nuova riforma prevede riguardo a questa specifica tutela riservata ai conviventi.

 

 

Cosa sono i contratti di convivenza?

I contratti di convivenza, secondo la definizione fornita dalla legge, sono contratti che permettono alle coppie di conviventi  di disciplinare i rapporti patrimoniali riguardanti la loro vita in comune.

 

 

Chi può stipulare un contratto di convivenza?

Perché un contratto di convivenza possa considerarsi valido, occorre che i contraenti siano:

 

– maggiorenni;

 

– non interdetti;

 

– non legati tra loro da rapporti di parentela, affinità (di qualsiasi linea e grado), adozione;

 

– non uniti ad altra persona (diversa dal convivente) dal vincolo del matrimonio, di un’unione civile o di altri contratti di convivenza in corso di vigenza;

 

– non condannati per omicidio tentato o consumato sul coniuge dell’altro.

 

E’ indifferente, invece, che i conviventi siano coppie omosessuali o eterosessuali.

 

Quale può essere il contenuto di un contratto di convivenza?

La definizione di questi contratti fornita dalla nuova legge consente di poter dare loro un contenuto molto ampio, purché circoscritto alle questioni patrimoniali riguardanti  la convivenza.

E così, nell’ambito patrimoniale dei rapporti della coppia, la legge fa una precisa elencazione delle materie che possono essere disciplinate nell’eventuale contratto. Si tratta nello specifico:

 

– dell’indicazione del luogo in cui la coppia decide di convivere, e quindi porre la propria residenza;

 

– delle le modalità con le quali la coppia voglia contribuire al menage economico familiare in ragione del patrimonio, del reddito e della capacità di lavoro professionale e casalingo di ciascun convivente;

 

– della la scelta del regime patrimoniale della comunione dei beni [2].

 

Ne consegue che la coppia non potrebbe in alcun modo regolamentare tramite un contratto di convivenza  questioni inerenti i propri rapporti personali (si pensi, ad esempio, all’organizzazione della vita familiare).

 

 

Come si stipula un contratto di convivenza?

Per la stipula di un contratto di convivenza, la nuova legge prevede il rispetto di precise forme e adempimenti.

In particolare, infatti, il contratto deve essere redatto a pena di nullità:

 

– in forma scritta,

 

– con atto pubblico o scrittura privata

 

– con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato, i quali ne devono attestare la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.

 

A seguito della stipula, il professionista individuato dai conviventi deve provvedere a trasmetterne copia al Comune di residenza dei conviventi nei 10 giorni successivi; ciò al fine di consentire l’iscrizione del contratto nei registri anagrafici in cui è avvenuta la registrazione della convivenza.

 

Tale adempimento ha l’essenziale scopo di permettere che le pattuizioni risultanti dal contratto possano essere fatte valere non solo tra le parti, ma anche nei confronti dei terzi (cioè siano loro opponibili); si pensi, ad esempio, alla situazione in cui uno dei conviventi abbia contratto un debito e il suo creditore intenda aggredire i beni  del debitore rientranti nel prescelto regime di comunione).

 

In altre parole, la legge prevede un sistema di pubblicità del contratto allo scopo di permettere, a eventuali soggetti interessati, di compiere gli accertamenti  necessari in merito alla sussistenza o meno di  una situazione di convivenza registrata e delle modalità di regolamentazione della stessa sotto il profilo   patrimoniale.

 

 

La registrazione all’anagrafe è sempre necessaria per la stipula di un contratto di convivenza?

Se, in generale, la registrazione anagrafica non rappresenta un obbligo per la coppia (la quale potrà dimostrare anche in altro modo la sussistenza di uno stabile rapporto affettivo e di assistenza per godere delle molte tutele previste dalla nuova legge), ciò non può dirsi invece per chi intenda stipulare un contratto di convivenza. L’obbligo, infatti, previsto in capo al professionista (avvocato o notaio) di trasmettere l’accordo presso l’ufficio anagrafe dove è registrata la convivenza rende necessaria, la preventiva registrazione anagrafica da parte dei contraenti [3].

 

Se, tuttavia, la mancanza di tale registrazione preclude la possibilità di stipulare un contratto di convivenza  con le caratteristiche appena descritte, non impedisce, invece, ai conviventi di stipulare accordi di diverso tipo, di natura patrimoniale e non. Contratti per così dire “atipici” (in quanto diversi da quelli espressamente previsti dalla nuova legge); essi varranno, tuttavia, solo tra le parti (e quindi non saranno opponibili ai terzi) non essendo prevista per essi alcuna forma di pubblicità.

 

 

Entro che limiti può essere stipulato un contratto di convivenza?

Gli accordi sottoscritti in un contratto di convivenza, oltre che limitati alle questioni patrimoniali della vita della coppia, non possono essere sottoposti in alcun modo a:

 

termini:  così, ad esempio, i conviventi non potrebbero prevedere una termine di durata del regime di comunione dei beni, superato il quale tutti gli acquisti  tornino nella esclusiva titolarità di chi li abbia effettuati

 

o condizioni: ad esempio, non avrebbe valore il contratto che preveda che uno dei conviventi si impegni a provvedere in via esclusiva a tutte le spese mentre l’altro si occupi svolga esclusivamente il lavoro casalingo, a condizione che quest’ultimo non cerchi mai un lavoro.

 

Nei casi in cui, tuttavia, i conviventi sottopongano i propri accordi a termini o condizioni di qualsiasi tipo, essi si considereranno come non apposti.

 

Volendo, quindi, riprendere gli esempi di cui sopra, il regime della comunione dei beni permarrà oltre un eventuale  termine pattuito nel contratto, come pure il convivente che si sia obbligato a provvedere in via esclusiva alle spese per la vita in comune dovrà continuare a farlo anche se l’altro abbia trovato una occupazione.

 

E’ possibile la modifica o la risoluzione del contratto? In quali casi?

Proprio perché gli accordi sottoscritti in un contratto di convivenza non possono essere subordinati a termini o condizioni legate ad eventi  futuri e incerti, le nuove norme attribuiscono ai conviventi  la possibilità di modificare o recedere (d’accordo o unilateralmente) dal contratto anche in ragione di nuove circostanze sopravvenute.

 

La modifica, come pure la risoluzione del contratto, può intervenire in qualsiasi momento con le stesse forme e modalità su descritte per la sua stipulazione. Anche in questi casi il professionista dovrà trasmettere l’atto nei  successivi dieci giorni al Comune di residenza dei conviventi per l’annotazione all’anagrafe.

 

Nel caso in cui, poi, uno solo dei conviventi decida di recedere dal contratto, la legge prevede un obbligo  a suo carico di notificare una dichiarazione di recesso all’altro contraente, per metterlo a conoscenza della volontà di recesso unilaterale.

 

Oltre al recesso (congiunto o unilaterale) esistono ulteriori condizioni in base alle quali può cessare un  contratto di convivenza (più tecnicamente la legge parla di cause di risoluzione del contratto).

 

Ciò avviene (com’è facile intuire) in caso di:

 

matrimonio, unione civile o altra stabile convivenza  con un’altra persona da parte di uno dei due contraenti: in tali casi, il convivente che abbia determinato la risoluzione del contratto dovrà notificare all’altro, nonché al notaio che ha ricevuto il contratto di convivenza, l’estratto di matrimonio o di unione civile;

 

morte: ipotesi per la quale la legge prevede l’obbligo per il contraente superstite (o gli eredi del defunto) di notificare l’estratto dell’atto di morte al professionista che ha redatto il contratto, affinché provveda all’annotazione dell’avvenuta risoluzione a margine del contratto di convivenza e alla notifica all’anagrafe del Comune di residenza.

 

 

Quali tutele per il convivente alla cessazione del contratto?

Per le ipotesi  di cessazione del contratto, la legge prevede delle tutele per il convivente che si trovi in una posizione, per così dire, svantaggiata.

 

Così, nel caso del recesso unilaterale dal contratto, se il recedente sia titolare della abitazione in cui la convivenza  si è svolta fino a quel momento, la legge prescrive che la dichiarazione di recesso debba contenere, a pena di nullità, il termine, non inferiore a 90 giorni entro il quale l’abitazione deve essere lasciata dal convivente.

 

In tutti i casi di cessazione della convivenza, inoltre, quello che dei conviventi si trovi in stato di bisogno e nell’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento potrà  chiedere che il giudice gli riconosca il diritto di ricevere  gli alimenti dall’altro convivente. Per questa ipotesi, la legge prevede  che la prestazione alimentare possa essere assegnata per un periodo proporzionale alla durata della convivenza.

 

L’obbligo di versare gli alimenti  andrà adempiuto dal convivente con precedenza sui fratelli e sorelle dell’avente diritto.

 


[1] La Legge 20 maggio 2016 n.76, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 21 maggio, scorso entrerà in vigore il prossimo 5 giugno.

[2] Sotto questo profilo emerge la differenza con la disciplina prevista nell’ambito delle unioni civili, dove la coppia di persone dello stesso sesso è equiparata in tutto e per tutto ai coniugi e, pertanto, quando non scelga un diverso regime patrimoniali, vedrà per legge applicata alla propria unione il regime della comunione dei beni.

[3] La dichiarazione all’anagrafe può essere effettuata contestualmente dai conviventi o da uno solo di essi. Se effettata da uno solo, questi dovrà darne comunicazione all’altro mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento. In mancanza di tale comunicazione, le risultanze anagrafiche non potranno essere utilizzate per provare la convivenza ai fini dell’applicazione dei benefici di legge.

 


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