L’infedeltà del lavoratore verso l’azienda
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29 Mag 2016
 
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L’infedeltà del lavoratore verso l’azienda

La fedeltà del dipendente del datore di lavoro: la possibilità di licenziamento dell’azienda nei confronti del lavoratore che non rispetta i doveri di legge.

 

Si sente spesso parlare del dovere di fedeltà sul lavoro da parte del dipendente nei confronti dell’azienda e della possibilità, per quest’ultima, di procedere al licenziamento in tronco (quello, cioè, senza neanche preavviso) qualora, appunto, venga posto in essere un comportamento qualificabile come “infedele”. Ma la legge non precisa espressamente quali siano, concretamente, tali doveri di fedeltà; per individuarli è necessario leggere le sentenze dei giudici di primo e secondo grado o quelle della Cassazione e comprendere cosa, nei singoli casi, è successo. Ecco, quindi, questa breve guida per comprendere nel dettaglio questo generico, ma importantissimo, dovere relativo all’esecuzione del contratto di lavoro subordinato, sia esso part time o a tempo piena, a tempo determinato o indeterminato.

 

 

Il dovere di fedeltà secondo il codice civile: di cosa si tratta?

Oltre all’obbligo di obbedienza (consistente nel rispetto delle disposizioni impartite dal datore o dai suoi collaboratori per l’esecuzione e la disciplina del lavoro e, quindi, nel divieto di insubordinazione) il codice civile [1] impone al dipendente un altro fondamentale dovere: quello di fedeltà. La norma in questione fa rientrare, nell’obbligo di fedeltà, solo due divieti:

 

– quello di fare concorrenza all’imprenditore nel medesimo settore commerciale o produttivo (divieto di concorrenza) per conto proprio o di terzi soggetti, svolgendo attività che sono potenzialmente (anche se non attualmente) produttive di danno; pertanto non è necessario raggiungere un vero e proprio profitto. Il divieto di concorrenza opera soltanto durante lo svolgimento del rapporto di lavoro e cessa a seguito della risoluzione del rapporto salvo che il lavoratore non abbia firmato, all’atto dell’assunzione o in un momento successivo, un patto di non concorrenza, che comunque va adeguatamente remunerato;

 

– quello di divulgare notizie riguardanti l’organizzazione e i metodi di produzione, oppure di farne uso in modo pregiudizievole per l’impresa (obbligo di riservatezza). In particolare, il lavoratore non può divulgare le notizie attinenti all’impresa, né quelle coperte da segreto, né quelle che, pur avendo un carattere “neutro”, se diffuse all’esterno possono costituire un pregiudizio per il datore di lavoro. Si ritiene invece che non integri comportamento infedele il comunicare un’attività illecita del datore, come ad esempio l’assunzione in nero dei dipendenti o l’eventuale evasione fiscale.

 

 

Il dovere di fedeltà secondo i giudici

In realtà, secondo i giudici, il concetto di fedeltà è molto più ampio e si estende alla necessità di tenere un comportamento leale onde salvaguardare sempre gli interessi del datore di lavoro e non “remare contro” l’azienda. Tale obbligo deve essere rispettato anche al di fuori dell’orario di lavoro e durante la sospensione del contratto: pertanto commette comportamento infedele chi, con gli amici, parla male dei prodotti dell’azienda ove lavora e del suo capo.

Ecco alcuni dei casi principali in cui il comportamento del dipendente è stato considerato infedele e, quindi, passibile di licenziamento o, nei casi meno gravi, di sanzione disciplinare:

 

  • esibizione di certificato medico falso;
  • utilizzo dei permessi della legge 104 del 1992 per finalità differenti o impiego anche solo di una parte della giornata per attività differenti da quelle relative alla cura del familiare invalido (ad esempio, il caso del dipendente che abbia chiesto i giorni di permesso retribuiti, ma che sia stato colto a passeggiare con gli amici o ad andare, di notte, in discoteca);
  • ritardata guarigione e compromissione, con il proprio comportamento, dei tempi di convalescenza da una malattia (per esempio, il dipendente che sia stato colto a lavorare per propri affari benché coperto dal certificato medico);
  • utilizzo del congedo parentale per finalità diverse da quelle della cura dei figli;
  • criticare apertamente, su Facebook o in pubblico, i prodotti dell’azienda datrice di lavoro o l’imprenditore, anche partecipando – con un semplice like – a una discussione in cui viene disprezzato il datore;
  • svolgimento, durante il normale orario di lavoro, di attività a favore di terzi concorrenti fingendo di svolgere il lavoro affidato;
  • attività preparatoria di una futura impresa che si concreta in atti, sia pure iniziali, di gestione o costituzione di una società per lo svolgimento della medesima attività svolta dal datore di lavoro;
  • cura degli interessi di terzi in contrasto con quelli del datore di lavoro;
  • registrazione di conversazioni di colleghi sul luogo di lavoro.

 


[1] Art. 2105 cod. civ.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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