Donna e famiglia Pubblicato il 30 maggio 2016

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Donna e famiglia La moglie perde la casa se il figlio inizia a guadagnare

> Donna e famiglia Pubblicato il 30 maggio 2016

Separazione e divorzio: addio all’assegnazione della casa coniugale, che ritorna al marito proprietario, tutte le volte in cui il figlio collocato presso la madre diventa autosufficiente economicamente.

L’assegnazione della casa coniugale all’ex moglie, ottenuta grazie alla sentenza di separazione o divorzio, non è per sempre: essa infatti permane solo finché la donna, presso cui è stato collocato il figlio, continua a vivere nell’immobile o finché il figlio non sia capace di mantenersi da solo. Per cui, se ad esempio la moglie decide di trasferirsi dai propri genitori o in un’altra casa o città, perde la casa, che quindi ritorna all’ex marito, legittimo proprietario. Ma la stessa cosa succede se anche se il figlio con cui vive la donna, divenuto maggiorenne, raggiunge l’autonomia economica. A quest’ultima ipotesi si riferisce una recente sentenza del tribunale di Gela [1].

La legge [2] prevede che l’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza al genitore a cui vengono affidati i figli o con il quale convivono oltre la maggiore età. In ogni caso, quando stabilisce a chi assegnare la residenza, il giudice è tenuto a valutare le condizioni economiche dei coniugi e a favorire quello più debole. La norma – aggiunge il Tribunale – va interpretata nel senso che l’assegnazione della casa familiare al coniuge convivente con il figlio maggiorenne richiede la non autosufficienza di quest’ultimo. In pratica, il giovane non deve disporre di redditi propri o, se ne dispone, l’occupazione non deve essere stabile e consentirgli di programmare il proprio futuro, a prescindere dall’entità della retribuzione (anche una retribuzione bassa, ma stabilizzata con un contratto di lavoro a tempo determinato, può far scattare l’indipendenza economica).

Infatti, l’assegnazione della casa coniugale all’ex coniuge non è un’espropriazione del diritto di proprietà del titolare dell’immobile, ma solo una misura di sostegno adottata nell’interesse della prole, al fine di consentire a quest’ultima di continuare a vivere nello stesso habitat domestico in cui è cresciuta e, soprattutto, assicurarle un tetto fisso per crescere serenamente.

Nel momento in cui il figlio convivente con la madre diventa maggiorenne e autosufficiente, la donna perde sia il contributo mensile di mantenimento per il figlio stesso (potrà continuare a ricevere il mantenimento per sé, se la sua condizione di reddito non è mutata), sia l’assegnazione della casa. Dovrà quindi fare le valigie e lasciare l’immobile al legittimo proprietario. Se la casa invece è in comproprietà, andrà divisa o venduta.

Questo, del resto, è l’orientamento sposato ormai, in modo costante, dalla Cassazione [3] salvo qualche rara eccezione (leggi “Mantenimento: la casa può essere assegnata anche senza figli”). Sempre secondo la Corte Suprema, peraltro, l’assegnazione della casa coniugale viene revocata anche se il figlio va a vivere da solo.

I giudici hanno spesso chiarito che le norme in esame subordinano l’assegnazione dell’appartamento coniugale alla presenza di figli, minori o maggiorenni ma non autosufficienti economicamente, che vivano con i genitori. Di conseguenza, se non ricorre questo presupposto, la casa di proprietà dell’altro coniuge o in comproprietà non può essere assegnata dal giudice in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento (di separazione o divorzio).

note

[1] Trib. Gela, ord. 14.03.2016.

[2] Art. 6, co. 6, l. n. 898/1970.

[3] Cass. ord. n. 15272/2016.

Autore immagine: 123rf com

TRIBUNALE DI GELA

Il Giudice, dott.ssa Flavia Strazzanti
letti gli atti e sciogliendo la riserva assunta all’udienza del 18 febbraio 2016,
ritenuto che vanno adottati i provvedimenti temporanei e urgenti ai sensi dell’art. ai sensi dell’art. 4 comma 8 l.898/70
ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

ritenuto che i figli nati dal matrimonio sono maggiorenni e autosufficienti, in particolare (A) si è sposata ed ha costituito un nuovo nucleo familiare, e che (B), convivente con la madre, è economicamente autosufficiente come riferito da entrambi le parti del giudizio e confermato dalla circostanza che la resistente non ha proposto domanda con riferimento al mantenimento del figlio (B),

ritenuto che la resistente è proprietaria della casa sita in … in via YYY n. .., in cui attualmente vive la figlia (A) con la propria famiglia, e il ricorrente è proprietario della appartamento sito in … via ZZZ n. .. ove la resistente vive con il figlio (B),
ritenuto che la resistente ha allegato che (A) è comproprietaria insieme al fratello (B) di altra casa, ancora non abitabile per essere allo stato grezzo,

ritenuto che ai sensi dell’art. 6 comma 6 l.898/70 l’abitazione della casa familiare spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli maggiorenni convivono e che in ogni caso ai fini dell’assegnazione il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole,

ritenuto che la sopra citata norma va interpretata nel senso che l’assegnazione della casa familiare al coniuge convivente con il figlio maggiorenne postula la non autosufficienza di questo,
atteso che rispetto al figlio maggiorenne non sussiste l’esigenza di permanere nell’ambiente domestico (cfr. cass. civ. n. 5174/2012 e n. 23591/2010),

ritenuto, infatti, che in assenza dei presupposti sopra enunciati l’assegnazione della casa coniugale

“si tradurrebbe in una sostanziale espropriazione del diritto di proprietà, tendenzialmente per tutta la vita del coniuge assegnatario e in danno del contitolare” (cfr. Cass. 2184/2009),
ritenuto che la resistente può far fronte alla propria esigenza abitativa, essendo proprietaria di altro immobile, non va disposta l’assegnazione della casa coniugale in via ZZZ n. .. alla resistente, ritenuto parimenti con riferimento alla domanda di assegnazione dell’immobile di via ZZZ n. .. domandata dal ricorrente, che ne è esclusivo proprietario, che l’assenza dei presupposti di cui

all’art. 6 della l.898/1970 implicano che non possa farsi luogo ad una statuizione in ordine alla sua assegnazione, e che l’uso e l’abitazione dell’immobile debba piuttosto seguire il diritto di proprietà,
ritenuto che dalla documentazione prodotta dal ricorrente, risulta una contrazione dei redditi derivanti dalla propria attività di lavoro subordinato, e che attualmente egli percepisce una retribuzione mensile di circa € 900 ed è gravato dal pagamento di due rate mensile di mutuo pari a € 584,24 e € 351,00 cui è obbligata in solido anche la resistente,

ritenuto che la resistente non ha offerto alcun elemento di prova idoneo a dimostrare la maggiore disponibilità economica del ricorrente e che allo stato, da quanto emerge dagli atti, non risulta una sostanziale disparità economica fra i coniugi, non va disposto l’assegno di divorzio richiesto dalla resistente,

P.Q.M.

Nomina istruttore della causa la dott.ssa … e fissa per la comparizione e la trattazione l’udienza del giorno 12 ottobre 2016 davanti al predetto giudice.
Assegna alla ricorrente il termine di giorni trenta, decorrenti dalla comunicazione della presente ordinanza per il deposito in cancelleria di memoria integrativa con il contenuto di cui all’art. 163, co. 3 nn. 2), 3), 4), 5) e 6), c.p.c. ed al convenuto il termine di giorni venti prima dell’udienza di comparizione come sopra fissata per la costituzione in giudizio ai sensi degli artt. 166 e 167, co. 1 e 2, c.p.c., nonché per la proposizione delle eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio.

Avverte il convenuto che la costituzione oltre il suddetto termine implica le decadenze di cui all’art. 167 c.p.c. e che oltre il termine stesso non potranno più essere proposte le eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio.
Si comunichi.

Gela, 12 marzo 2016
Depositata il 14 marzo 2016

Il Giudice Flavia Strazzanti

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