Furto in palestra: scatta l’aggravante
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30 Mag 2016
 
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Furto in palestra: scatta l’aggravante

Il furto avvenuto nello spogliatoio della palestra è più grave del furto ordinario, essendo l’oggetto o il capo di abbigliamento esposto alla pubblica fede.

 

Chi ruba un oggetto in palestra, nello spogliatoio, nella sala attrezzi o in qualsiasi altra parte del centro sportivo, commette sì un furto, ma più grave di uno qualsiasi: scatta infatti l’aggravante perché il proprietario ha lasciato l’oggetto esposto alla “pubblica fede”, ossia confidando nella correttezza e onestà altrui, sul fatto cioè che il luogo privato gli consentisse di stare più tranquillo. Dunque, chi approfitta di questa maggiore sicurezza del proprietario del bene (un capo di abbigliamento, un portafogli, un paio di scarpe, un cellulare, ecc.) commette il reato di furto aggravato. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

Secondo la Corte, l’aggravante dell’esposizione alla pubblica fede [2] si può applicare nel caso del furto commesso nello spogliatoio di una palestra: non rileva il fatto che l’accesso ai locali del centro sia riservato ai soci muniti di badge. Detta aggravante infatti scatta tutte le volte in cui sia più facile raggiungere la cosa oggetto di sottrazione e, quindi, anche quando la sorveglianza, da parte dei gestori della palestra, sia esercitata in modo non continuativo, tanto da non consentire di impedire il libero accesso da parte del pubblico.

 

Insomma, tutte le volte in cui l’accesso alla palestra – sebbene dotata di tornelli o di controllo delle impronte o di badge – sia accessibile a qualsiasi socio, senza particolari difficoltà, si applica l’aggravante dell’esposizione alla pubblica fede.

 

Secondo la giurisprudenza, integra il reato di furto aggravato dall’esposizione alla pubblica fede della cosa la condotta di chi sottrae alcune racchette da tennis e alcuni capi di abbigliamento all’interno dei locali di un circolo sportivo privato dotato di sistema di video sorveglianza a circuito chiuso, quando la sorveglianza è esercitata in modo non continuativo ed è quindi inidonea a impedire il libero accesso da parte del pubblico; difatti, affinché scatti l’aggravante, non conta tanto la natura, privata o pubblica, del luogo di esposizione del bene, bensì la facilità di raggiungere la cosa oggetto di sottrazione.


La sentenza

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUARTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. BIANCHI Luisa – Presidente
Dott. MENICHETTI Carla – Consigliere
Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere
Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere
Dott. PAVICH Giuseppe – rel. Consigliere
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
(OMISSIS), N. IL (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 5593/2013 CORTE APPELLO di MILANO, del 16/04/2015;
visti gli atti, la sentenza e il ricorso;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 05/04/2016 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GIUSEPPE

PAVICH;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Aniello Roberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

dato atto che nessun difensore e’ comparso. RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza resa in data 16 aprile 2015, la Corte d’appello di Milano, 1 sezione penale, confermava la sentenza con la quale il 22 febbraio 2013 il Tribunale di Monza, Sezione distaccata di Desio, aveva condannato (OMISSIS) in esito a giudizio abbreviato alla pena di un mese e dieci giorni di reclusione ed Euro

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[1] Cass. sent. n. 17001/2016.

[2] Art. 625 n. 7 cod. pen.

 


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