Genitori separati e liti sui figli: decidono i servizi sociali
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30 Mag 2016
 
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Genitori separati e liti sui figli: decidono i servizi sociali

Per i piccoli contrasti tra madre e padre sui tempi di frequentazione del figlio non si deve proporre ricorso al tribunale, ma la questione va portata sul tavolo dei servizi sociali.

 

Quando i genitori separati litigano su piccole questioni relative ai figli, come ad esempio gli orari di visita, il mancato rispetto dei turni nei giorni di festa, ecc., competente a decidere non è il giudice, ma i servizi sociali. È quanto stabilito dal tribunale di Milano con una recente sentenza [1].

 

Il senso della decisione è quello di evitare l’ingolfamento delle aule giudiziarie per piccoli conflitti familiari, quando questi non possano sfociare in comportamenti tanto gravi da pregiudicare lo stesso affidamento condiviso. Non si può scomodare il giudice per micro contrasti fra i genitori sul diritto di visita al minore. In particolare, si legge in sentenza, il rimedio previsto, in via generale dal codice di procedura civile, costituito dal ricorso al Tribunale [2] serve non per qualsiasi scontro genitoriale, ma solo per gli “affari essenziali” del minore, come l’istruzione, l’educazione, la salute, la residenza abituale, ecc. La richiesta che non abbia ad oggetto affari essenziali per il minore è inammissibile per difetto d’azione.

 

Pertanto, prosegue il tribunale di Milano, non si può ricorrere al giudice per dirimere controversie di poco conto come, ad esempio, quelle sul taglio dei capelli del minore, la possibilità per un genitore di delegare un parente per prelevare il figlio da scuola, l’acquisto di un tipo di vestito piuttosto che un altro, il mancato rispetto dell’orario in cui un genitore va a prendere il minore a casa dell’altro genitore o dei criteri rotatori nelle visite durante le festività, cosa si intenda per festività pasquali (se cioè dalla domenica al lunedì), ecc. Per tutti questi tipi di contrasti i genitori devono rivolgersi solo ai servizi sociali [3].

 

Se così non fosse, in presenza di una forte difformità di vedute o di orientamenti educativi tra genitori – differenze affatto rare nel caso di coppie separate o divorziate – si avrebbe quale effetto che l’esercizio della responsabilità genitoriale, e proprio con riguardo alle questioni di maggior rilievo, finirebbe per scaricarsi sul giudice, con conseguente svuotamento delle responsabilità dei genitori. Di conseguenza la pur prevista ingerenza del giudice è da intendersi solo come ultima spiaggia nell’interesse della prole minore, ossia come un intervento in tutti quei casi in cui qualsiasi tentativo di accordo tra i genitori sia definitivamente accertato come infruttuoso e, inoltre, tale disaccordo sia destinato a ripercuotersi sul minore in termini di serio, oggettivo e ineliminabile pregiudizio.


[1] Trib. Milano, sent. del 23.03.2016.

[2] Art. 709-ter cod. proc. civ.

[3] Si legge in sentenza “La massiccia ingerenza voluta dal legislatore con l’innesto del codice di rito dell’articolo 709 ter Cpc presuppone, per potersi considerare legittima e in reale sintonia con gli obiettivi segnati dall’impianto normativo, che il mancato perfezionamento dell’accordo tra i genitori esercenti la responsabilità genitoriale sia accertato come insuperabile e che lo stesso integri, attraverso un significativo blocco delle funzioni decisionali inerenti alla vita del soggetto minore, un consistente pregiudizio dei suoi più pregnanti interessi”. “L’accesso al modulo risolutivo di cui all’articolo 709 ter Cpc non è consentito al cospetto di qualsivoglia scontro genitoriale ma limitatamente agli “affari essenziali” del minore ossia istruzione, educazione, salute, residenza abituale; quanto a dire, per risolvere problemi di macro-conflittualità non essendo ipotizzabile un intervento del giudice per problemi di micro-conflittualità”.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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