Avvocati in affanno: meglio cooperare o competere?
Editoriali
31 Mag 2016
 
L'autore
Ditelo Voi
 


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Avvocati in affanno: meglio cooperare o competere?

Oggi lo Stato, in modo sempre più “subdolo”, impone all’avvocato di rinunciare all’incerto, di orientare il cliente solo verso ciò che è “causa vinta”.

 

Nei giorni scorsi su queste stesse pagine è stata proposta una riflessione/provocazione sui giudici che fanno “come gli pare”, non rispettando orientamenti giurisprudenziali univoci (leggi: “Quando il giudice se ne frega di ciò che dice la Cassazione”). L’articolo mostrava tutti i danni patiti dal cittadino, allorquando l’incertezza del diritto mina la possibilità di confidare ragionevolmente nell’esito di un procedimento. Tutto giusto, tutto condivisibile, se analizzato sotto certi aspetti, mentre se si osservano altri effetti dell’incertezza, non si può evitare di fare riflessioni diverse.

Pensiamo infatti ad un ordinamento immutabile, in cui una questione, una volta decisa, resta indiscutibile, per un tempo più o meno lungo, indipendentemente dal sentire della società. Dal punto di vista del comportamento competitivo, questo modello operativo, in cui la rigidità viene spinta a diventare caratteristica prevalente del sistema giurisdizionale, comporta una drastica diminuzione della dialettica di cui l’avvocato ed il cittadino danno prova, quando sottopongono allo Stato “cause” su cui riflettere.

Ho usato volontariamente il verbo “riflettere” e non quello “decidere”, per mostrare un aspetto del diritto che troppe volte si tende a dimenticare: il diritto non è passiva applicazione della legge ma riflessione sulla legge e sulle leggi. Quando il diritto diventa mera obbedienza, impossibilità di proporre una visione ed argomentazione diversa, dalla norma di passa al dogma.

 

È dunque evidente che una società aperta debba essere strutturata in modo da avere ordinamenti giuridici aperti, in cui la dimensione dialettica che va oltre il diritto, inteso in senso stretto, serve ad evitare che la certezza sfoci nell’autoritarismo. Uno Stato che non preveda di poter mutare i propri dettami, vincolanti per i cittadini, non è “certo” nelle sue leggi, ma è cieco, e rischia di creare incolmabile distanza tra obbligo e diritto.

 

Questo per dire che la contraddizione tra certezza ed incertezza è solo una di quelle che sempre più spesso vengono esaltate, all’interno della grande dicotomia efficienza/inefficienza. Tutto ciò che è certo parrebbe a prima vista efficiente, mentre l’incerto può sembrare scadente, ma va anche detto che tutto ciò che è incerto è aperto all’opera dell’interprete e dell’avvocato, mentre ciò che è “chiuso”, rende superflua questa opera.

 

Sono aspetti che rilevano, con grande importanza, quando si prova ad analizzare proprio il ruolo dell’avvocato: cooperativo o competitivo? In altri termini, oggi lo Stato, in modo sempre più “subdolo”, impone all’avvocato di rinunciare all’incerto, di orientare il cliente solo verso ciò che è “causa vinta”. Addirittura si lasciano circolare ad arte notizie dal tono scandalistico, quasi minatorio, che vorrebbero punire l’avvocato che non dissuade da cause “perse”. Vi è in atto una criminalizzazione dell’incertezza del diritto, che scavalca il ruolo competitivo del legale, per imporgli, in una visione rigida, chiusa, gerarchizzata e subordinata allo Stato padrone, unicamente una operatività improntata alla cooperazione.

 

Il compromesso che si richiede è quasi ridicolo, per non dire tragico. In un Paese in cui la soccombenza sulle spese legali viene sistematicamente violata dallo Stato, che solo raramente condanna se stesso a risarcire il cittadino vittorioso contro i suoi abusi, pensare di punire chi prova a mettere in dubbio una visione “chiusa” del diritto suona più come un ricatto, che come un invito a contemperare le esigenze della competitività con quelle della cooperazione.

 

Avv. Salvatore Lucignano


 


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