In appello e Cassazione la condanna alle spese raddoppia
Lo sai che?
31 Mag 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

In appello e Cassazione la condanna alle spese raddoppia

Appello e ricorso per Cassazione: la parte soccombente è tenuta a pagare, a termine della causa, un importo pari al contributo unificato a titolo di condanna per la sconfitta.

 

Chi perde in appello o in Cassazione paga, oltre alle spese processuali dovute nei confronti della controparte, un multa di importo pari al contributo unificato secondo lo scaglione dovuto per quello stesso giudizio. La legge che prevede tale sorta di deterrente dalle “cause perse” [1] è stata ritenuta legittima dalla Corte Costituzionale pronunciatasi ieri sul punto [2].

 

In pratica tutte le volte in cui l’impugnazione (e quindi l’appello o il ricorso per Cassazione) viene respinta dal giudice in modo integrale oppure viene dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

 

Per come è formulata la norma, essa si applica solo a chi propone l’appello (cosiddetto appellante, colui cioè che notifica la citazione in appello) e non a chi si difende (cosiddetto appellato, colui cioè che riceve la notifica dell’appello); per cui se quest’ultimo dovesse perdere il giudizio non verrebbe condannato al pagamento della multa, ma solo alle normali spese processuali.

Tuttavia, se l’appellato propone a sua volta, nell’atto di difesa, un appello contro un’ulteriore capo della sentenza (cosiddetto appello incidentale), anche questi rischia – nel caso di rigetto di tale domanda – la multa in commento.

 

Inoltre, secondo la dizione letterale della norma, la multa scatta solo nel caso di totale rigetto dell’appello; per cui, ad esempio, se una parte della domanda della parte appellante viene accolta e un’altra no, il giudice non potrà condannarla al pagamento dell’importo pari al contributo unificato.

 

Insomma, quello che ormai si chiama “raddoppio del contributo unificato” scatta solo in caso di impugnazione integralmente respinta, inammissibile o improcedibile. In tutti gli altri casi, resta l’obbligo di pagare l’avvocato della controparte e le spese vive da quest’ultima sostenta (come tasse, notifiche, bolli, ecc.).

 

 

L’incostituzionalità della norma

L’esame di ieri della Corte Costituzionale si è, in verità, limitato solo a uno specifico aspetto della incostituzionalità della norma [3]. Rimangono invece aperti numerosi nodi che gettano ancora il dubbio sulla legittimità della multa, come ad esempio:

 

  • viene utilizzata una tassa (tale è il contributo unificato) per fini sanzionatori: le imposte, invece, servono per contribuire alle spese dello Stato, ma non possono essere giammai considerate come sanzioni;
  • l’ammontare della sanzione viene commisurato non sulla base della gravità della condotta ritenuta illecita (cioè da sanzionare) o del reddito del reo, ma del valore della causa (infatti, il contributo unificato è determinato secondo scaglioni dell’importo oggetto della controversia);
  • si finisce per far ricadere la sanzione su un soggetto diverso (la parte) da quello che ha commesso il comportamento ritenuto illecito (l’avvocato): spesso infatti le impugnazioni vengono rigettate per questioni procedurali sulle quali i clienti non hanno alcun margine decisionale o di scelta;
  • viene penalizzata la tutela dei diritti più importanti: il valore del contributo unificato è infatti più elevato se la controversia ha ad oggetto beni come, ad esempio, la casa rispetto ad altrui beni.

 

Per maggiori dettagli su questo aspetto si rinvia all’articolo: “La sanzione in appello contro i poveri”.

 

 

Approfondimenti

Leggi anche:

Se perdi appello o ricorso in Cassazione quanto paghi


La sentenza

Corte Costituzionale, sentenza 23 marzo – 30 maggio 2016, n. 120
Presidente Lattanzi – Relatore Carosi

Ritenuto in fatto

1.– Con ordinanza del 15 ottobre 2014 la Corte d’appello di Firenze ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, comma 1-quater, del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia – Testo A), introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione.
La disposizione censurata prevede che «Quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1-bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso».
Il rimettente evidenzia che l’aggravamento tributario in questione – a suo avviso di

Mostra tutto

[1] Art. 13, comma 1-quater del dpr 115/2002: “Quando l’impugnazione, anche incidentale, è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma del comma 1-bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

[2] C. Cost. sent. n. 120/16 del 30.05.2016.

[3] Si sosteneva che la norma, applicabile anche quando l’appello è dichiarato improcedibile sulla base dell’art. 348, comma 2 cod. proc. civ. per mancata comparizione dell’appellante alla prima udienza e a quella successiva di cui gli è stata data comunicazione, realizzerebbe un’ingiustificata disparità di trattamento, in violazione dell’articolo 3 della Costituzione, rispetto all’ipotesi di cancellazione della causa dal ruolo con conseguente estinzione del processo (artt. 181 e 309 cod. proc. civ.).

 

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti