HOME Articoli

Lo sai che? Pubblicato il 31 maggio 2016

Articolo di

Lo sai che? La coppia gay può adottare il figlio del partner

> Lo sai che? Pubblicato il 31 maggio 2016

Stepchild adoption: il sì della Corte di Appello di Torino ad una coppia di due donne omosessuali; il gay può adottare il figlio del compagno.

A un passo dall’adozione dei minori da parte delle coppie omossessuali: sul tema (la cosiddetta stepchild adoption), di recente assai dibattuto, si è appena espressa positivamente la Corte di Appello di Torino [1] secondo cui la coppia omosessuale può adottare un bambino a patto che quest’ultimo sia il frutto dell’unione di uno dei due partner da un precedente legame eterosessuale. In buona sostanza, può essere accolta la domanda di un gay (uomo o donna) di adottare il figlio del/della partener.

Secondo la Corte non è necessario lo stato di abbandono del minore perché si possa dar il via alla sua adozione da parte del compagno omosessuale del genitore. L’importante, scrive il collegio di giudici piemontesi, è che l’adozione realizzi il preminente interesse del minore.

La sentenza valorizza l’idea della famiglia poggiata non tanto su vincoli giuridici, quanto su rapporti, legami e convivenza. Non è tanto la posizione dei partners che va tutelata, ma quella del figlio. Ed è nel suo esclusivo interesse che va valutata l’utilità o meno dell’adizione. Nessuna importanza, a tal fine, riveste il fatto che il nucleo familiare sia costituito da una coppia gay.

Come già ha detto l’anno scorso la Cassazione [2], “il nucleo affettivo relazionale che caratterizza anche l’unione omo affettiva riceve diretto riconoscimento costituzionale dall’art. 2 Cost. e può acquisire un grado di protezione e tutela in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determini una lesione di diritti fondamentali scaturenti dalla relazione in questione”.

note

[1] Trib. Torino, sez. per i Minorenni, sent. del 27.05.2016.

[2] Cass. sent. n. 2400/2015.

Autore immagine: Pixabay.com

Corte d’appello di Torino, sez. per i Minorenni, sentenza 19 aprile – 27 maggio 2016 Presidente Mecca – Relatore Lanza

Motivazione in fatto e in diritto Con sentenza in data 20-23.10.2015 il Tribunale per i Minorenni di Torino ha respinto la domanda proposta … ai sensi dell'articolo 44, lettera D, legge 4 maggio 1983 n. 184 - la domanda era stata poi estesa con riferimento anche alla ipotesi di cui alla lettera B, stessa norma. La ricorrente esponeva: di convivere dal 1998 con la signora … in virtù di una stabile relazione affettiva, iscritta presso l'Anagrafe dì Torino quale "famiglia anagrafica costituita da persone conviventi legate da vincoli affettivi", di aver contratto matrimonio in Islanda il … di aver sottoscritto patto di convivenza nell'aprile 2011, di convivere in un appartamento in Torino di proprietà della signora … precisava che … costanza di convivenza aveva generata un figlio, … di essere il bambino cresciuto all'interno di un progetto di genitorialità condivisa, fondato anche sull'accordo di convivenza, e all'interna del nucleo familiare composto dalla .. dalla … e dal piccolo … come risulta anche dal certificate di stato di famiglia; faceva presente di aver sempre svolto a tutti gli effetti e con l'accordo della compagna, un vero e proprio ruolo di madre nei confronti del bambino. Chiedeva la pronuncia dì adozione ex articolo 44 lettera osservando altresì di essere stata designata dalla compagna come tutore di … in caso di necessità, di      essersi designate come amministratori di sostegno l'una nei confronti della compagna. di essere coperta dalla Polizza assicurativa contro gli infortuni stipulata dal datore di lavoro in favore di … di … in qualità di beneficiari, soggetti nominati altresì beneficiari del Fondo Pensione dipendenti, e che le risorse economiche del nucleo confluivano in un conte corrente bancario cointestata e in un conto deposito; affermavano entrambe di voler ratificare e formalizzare anche sotto il profilo legale la realtà degli affetti che lega il nucleo familiare. La ricorrente evidenziava che il forte legame affettivo tra se e it bambino nulla avesse di diverso da un vero e proprio vincolo genitoriale, che il minore da sempre era stato cresciuto da una coppia di donne che per lui costituivano i riferimenti affettivi primari. Argomentava in diritto la pretesa e chiedeva pronunciarsi l'adozione del minore. Il Procuratore della Repubblica nel corso del giudizio riteneva ammissibile la domanda, ed esprimeva parere favorevole all'audizione. In primo grado seno state sentite la richiedente e la madre biologica - che ha espresso il suo assenso e consenso all'adozione; sono state acquisite informazioni dal Servizio Sociale territorialmente competente - la rel. inviata in data 8.6.2015 ha riferito in merito alla condotta morale della richiedente, alle motivazioni dell'istanza di adozione, alla competenze genitoriali delle due componenti la coppia, alla situazione familiare e di crescita del bambino, e ha concluso formulando parere positiva per l'accoglimento della domanda; sono state acquisite anche le informazioni presso la Legione Carabinieri Piemonte e Valle d'Aosta, pervenute in data 25.5.2015. Le informazioni acquisite sono state tutte ampiamente positive. Il Tribunale con la sentenza indicata ha respinto le domande. Questa in sintesi la motivazione, Circa la domanda ex art. 44 lettera D) il Tribunale ha rilevato che: - Il minore … non si trova in stato di abbandono, presupposto necessario dell'adozione richiesta ex articolo 44 lettera D), in quanto vive stabilmente con sua madre, che si occupa di lui. Non può essere accolta l'interpretazione sostenuta dalla difesa della richiedente in base gita quale nel concetto di "impossibilità di un affido preadottivo" di cui parla la norma dovrebbe potersi ricomprendere anche l'impossibilità giuridica: il Tribunale ritiene che questa impostazione conduca ad una lettura eversiva della norma, se un affido preadottivo è giuridicamente impossibile, significa che non può essere disposto ai sensi di legge e dunque non vi e spazio, giuridicamente parlando, per una vicenda adottiva nei limiti imposti dalla legge. Quanta alla ipotesi sub B) dell' art. 44 il Tribunale ha osservato che nel caso di specie manca il presupposto dell'unione in matrimonio con la madre del minore; né, osserva il Tribunale, tale disposizione legislativa può risolversi in una lesione dei diruti fondamentali, in quanto l'adozione, anche nei casi particolari, non appartiene al novero dei diritti, tanto meno di quelli fondamentali, non esistendo un diritto ad avere figli o ad adottarli, ragionamento che vale sia per le coppie coniugate che per quelle di fatto. Avverso detta sentenza ha proposto appello la signora … con ricorso depositato in data 1. 12.2015, formulando le conclusioni riportate in epigrafe. L'appellante lamenta in primo luogo carenza di motivazione in quanto il Tribunale non avrebbe valutato ed esaminato tutte le argomentazioni svolte dalla difesa, in particolare can riferimento all'ipotesi sub D) dell’art. 44; indi, in diritto, propone una lettura delle norme invocate del tutto difforme da quella effettuata dal Tribunale, sostiene ché non sia necessario che il minore versi in stato di abbandono per pronunziare adozione in casi particolari sub D) , e ritiene che il Tribunale non abbia valutato in concreto l'interesse dei minare, ex art. 57 l. 184/83 argomenta infine circa il diritto alla vita famigliare anche nella interpretazione della giurisprudenza della Corte EDU. All’odierna udienza la Corte ha sentito le parti, successivamente si e proceduto alla discussione della causa. Il PG ha concluso chiedendo l'accoglimento dell'appello, ex art. 44, lettera D) l. 184/83. Ritiene la Corte che l'appello sia fondato, e che la domanda formulala in primo grado debba essere accolta, sulla base delle argomentazioni che seguono. Va premesso che la Corte, doverosamente e necessariamente secondo le regole del processo, si deve occupare deva domanda proposta in primo grado da … sulla base delle norme esistenti (dunque, ragionando de iure condito), nei termini sopra riportati, domanda disattesa dal Tribunale con motivazione contestata in grado di appello: pertanto, è del tutto estranea al presente giudizio ogni considerazione de iure condendo, pur attinente alla materia. Venendo al merito della questione, la Corte ritiene di dover escludere ogni riferimento all’ipotesi di cui alla lettera B) dell'articolo 44 citato, laddove prevede che i minori possono essere adottati dal coniuge del genitore la richiedente non può far valere un rapporto di coniugio (il matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto in un paese ove è consentito, nel caso di specie in Islanda, pacificamente non produce effetti nell'ordinamento italiano). Quanto all'ipotesi prevista dalla lettera D) della norma (i minori possono essere adottati anche quando non ricorrono le condizioni di cui al comma 1 dell'articolo 7: ... D) quando vi sia la constatata impossibilità di affidamento preadottivo) ritiene la Corte, valutate le difese e le argomentazioni delle parti, e la motivazione del provvedimento impugnato, che il nocciolo della questione sia costituite dalla necessità (come ha ritenuto il prima giudice) o meno (come ritengono l'appellante e il P.G.) della previa dichiarazione dello stato dl abbandono. E' infatti pacifico che nel caso di specie il minore non sia in stato di abbandono, e la questione è proprio quella relativa alla possibilità di pronunciare adozione in casi particolari nell'ipotesi in cui non vi sia uno stata di abbandono. Altre questioni astrattamente prospettabili - quali la possibilità per una persona non coniugata di adottare in casi particolari, ovvero l'inidoneità della richiedente sotto il profilo della capacita genitoriale, per ragioni connesse all'orientamento sessuale - non sono state trattate nella sentenza impugnata e non hanno trovato ingresso nella discussione. La Corte osserva come la norma non sia di chiara formulazione, ma anzi piuttosto oscura. soprattutto ove si proceda ad una interpretazione sistematica, e si tenga conto, come ha fatto il Tribunale, della prevalente applicazione che la giurisprudenza ha effettuato negli anni; tuttavia alcune considerazioni devono esser fatte: 1) il comma 1 prevede la possibilità, in generale, di procedere all'adozione in casi particolari "anche quando non ricorrano le condizioni di cui al comma 1 dell'art. 7' - che consente l'adozione legittimante "a favore dei minori dichiarati in stato di adottabilità", per i quali è stato accertato lo stato di abbandono: dunque, l'adozione ex art. 44, stando al significato letterale delle parole, pub essere pronunciata sia che ricorra sia che non ricorra l'accertamento dello stato di abbandono, e la dichiarazione dell'adottabilità: 2) la lettera della legge non pone, pertanto, la presenza di tale necessario requisito; 3) una lettura sistematica della norma che imponesse tale preliminare requisito non sarebbe conforme a Costituzione. invero sul punto sì è già pronunciata la Corte Costituzionale con la sentenza n, 383 dep il 7.10.1999 - va precisato che all'epoca di tale pronunzia la diversa formulazione della norma poneva l'ipotesi di impossibilità di affidamento preadottivo alla lettera c), non essendo ancora state introdotta l'ipotesi "quando il minore si trovi nelle condizioni indicate nell'articolo 3, comma 1, della legge 5 febbraio 1992 n. 104 e sia orfano di padre e di madre", rimanendo per ii resto immutato il testo della norma. La Corte costituzionale si è pronunciata proprio in casi in cui parenti entro il quarto grado avevano chiesto l'adozione in casi particolari di minori i cui genitori erano stati dichiarati decaduti dalla potestà parentale, ma la domanda non poteva essere accolta, in quanto, ritenevano i giudici remittenti, era necessario preliminarmente constatare l’impossibilità dell'affidamento preadottivo, e dunque l'esistenza necessaria di uno stata di adottabilità già definitivamente dichiarato: i minori non erano stati dichiarati adottabili né avrebbero potuto esserlo, poiché degli stessi si stavano validamente occupando i parenti entro il quarto grado che avevano fatto domanda. La Corte Costituzionale ha respinto l'eccezione sollevata can riferimento agli articoli 3 e 30 della Costituzione, affermando che l'articolo 44 della legge 184 del 1983 si sostanza in una sorta di clausola residuale per i casi speciali non inquadrabili nella disciplina dell'adozione legittimante, consentendo l'adozione dei minori anche quando non ricorrono le condizioni di cui al primo comma dell'articolo 7, e all’interno di questo contesto (di questa "logica di apertura", scrive la Corte) l'ipotesi della lettera C (ora lettera D) fornisce un'ulteriore "valvola" per i casi che non rientrano in quelli più specifici previsti dalla norma stessa, ha precisato la Corte che l'interpretazione logica e sistematica della norma non conduce alla conclusione che sia necessaria la previa dichiarazione dello stato di abbandono del minore, e dunque la declaratoria formale di adattabilità nonché il vano tentativo dell'affidamento preadottivo. La legge, in mancanza del presupposto dell'abbandono, non esige la dichiarazione dello stato di adottabilità, e poichè esiste già un nucleo con vincoli dì parentela disposto ad accogliere stabilmente il minore per fornirgli l'ambiente adatto alla sua crescita, non è necessario tentare di trovarne altri, né si deve formalmente constatare l'impossibilità di un affidamento diverso da quella già in atto. Ha precisato la Corte che il legislatore con la norma indicata ha voluto favorire il consolidamento dei rapporti tra il minore e i parenti o le persone che già si prendono cura di lui, prevedendo la possibilità di un'adozione con effetti più limitati rispetto a quella legittimante ma tali presupposti necessariamente meno rigorosi di quest'ultima, e che tale previsione è pienamente conforme al principio ispiratore di tutta la disciplina in esame e cioè l'effettiva realizzazione degli interessi dei minore. A seguito di tale pronunzia, interpretativa di rigetto, può concludersi nel senso che una diversa interpretazione della norma non sarebbe conforme a Costituzione, e dunque non consentita. 4) Del resto la lettura sin qui esposta oltre ad essere costituzionalmente orientata, risulta anche convenzionalmente orientata (Corte Cost. ordinanza 27.6.2012: "...il giudice comune .... deve avere riguardo alle «norme della CEDU, come interpretate dalla Corte di Strasburgo..., occorrendo rispettare «la sostanza» di tale giurisprudenza, con un margine di apprezzamento e di adeguamento che le consenta di tener conto delle peculiarità dell’ordinamento giuridico in cui la norma convenzionale è destinata e inserirsi"), con riferimento all’art. 8 CEDU per quanto in seguito si dirà 5) Infatti , è ora necessario valutare , ai sensi dell'art. 57 n. 2 l. 184/83, se l'adozione realizza il preminente interesse del minore. Questa Corte ha già pronunziato, in diritto, in tema di "interesse superiore del minore" (decreto 29.19.2014, n. VG 584/2013): in qual caso, come in questo, "non si tratta di introdurre ex trova una situazione giuridica inesistente, ma di garantire la copertura giuridica ad una situazione di fatto in essere da anni nell'esclusivo interesse di un bambino... Assume rilievo determinante la circostanza che la famiglia esista non tanto sul piano dei partners ma con riferimento alla posizione, allo status e alla tutela dei figlio. Nel valutare il best interest per il minore non devono essere legati fra loro il piano del legame tra i genitori e quello fra genitore-figli: l’interesse del minore pone, in primis, un vincolo al disconoscimento di un rapporto di fatto nella specie validamente costituito fra la co-madre e un figlio… Compito del giudice, come ribadito dalle pronunce della Corte di Giustizia che recano in epigrafe i diritti concreti ed effettivi non teorici illusori, è quello di rendere effettivi con la giurisdizione i diritti previsti dalla legge; non può affermarsi, nel caso de quo, che costituisca il miglior interesse del minore privarlo di un legame attraverso la quale si esprime il diritto al proprio status di figlio". Ed invero rilevano nel caso di specie in modo particolare, con riferimento all'articolo 8 della Convenzione le note sentenze Mennesson c. Francia e Labasee c. Francia della Corte Europea dai Diritti dell'uomo, 26 giugno 2014, laddove si afferma che "il rispetto per la vita include il primario interesse a definire la propria identità come essere umano, compreso il proprio status di figlio o di figlia di una coppia dí genitori" - in quel caso i minori, ad avviso della Corte EDU, si trovavano in uno stato di incertezza giuridica a causa del mancato riconoscimento, da parte dell'ordinamento francese, del loro status di figli nati all'estero con ricorso a modalità procreative vietate dallo stesso ordinamento. 6) Dunque, l'interpretazione giurisprudenziale data dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo fornisca una definizione del concetto di "vita familiare" ex art 8 Convenzione, fondamentalmente ancorata ai fatti, e non tanto basata su condizioni giuridiche, e che sono i rapporti, i legami, la convivenza, a meritare tutela. L'esistenza di vita familiare non è subordinata all'accertamento di un determinato status giuridico quanto piuttosto all'effettività dei legami, come ha affermato la CEDU nelle sentenze Gas e Dubois contro Francia, K.T, Contro Finlandia, Emonet e altri e Svizzera. Nessun rilievo puó avere le circostanza che il nucleo familiare sia formata da una unione affettiva eterosessuale ovvero tra persone dello stesso sesso: di recente la Corte di Cassazione can la sentenza numero 2490 depositata il 9 febbraio 2015 ha precisato che il nucleo affettivo relazionale che caratterizza anche l'unione omo affettiva riceve diretto riconoscimento costituzionale dell’articolo 2 della Costituzione, e può acquisire un grado di protezione e tutela in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determini una lesione di diritti fondamentali scaturenti dalla relazione in questione. In ogni caso, si osserva come nell'ipotesi qui in esame, non si tratta di affermare un diritto a essere genitori, o un diritto ad adottare - come ha argomentato il Tribunale - diritti che anche questa Corte non ritiene rientrare tra i diritti fondamentali, ma si tratta di riconoscere e tutelare, nella misura massima consentita, il diritto del minore alla propria vita famigliare. 7) Tutto ciò precisato, e tornando al caso di specie, ove peraltro la disciplina legislativa esiste, si osserva che nel giudizio di primo grado sono state sentite la richiedente e la madre biologica, che hanno anche fornito documentazione circa la vita del nucleo familiare composto dalle stesse e dal minore … è stata acquisita relazione sociale da parte del Servizio competente nonché informazioni presso la stazione dei Carabinieri competente per territorio in ordine alla condotta morale e alla situazione attuale familiare delle minori, come prevede la norma (art. 57, commi 2 e 3, l. 184/83). Come detto, tali accertamenti hanno confermato le allegazioni della richiedente, hanno dato un esito ampiamente positivo con riferimento alla posizione della coppia, la relazione evidenzia che la famiglia si presenta accudente dal punto di vista affettivo e rispondente ai bisogni del minore, il forte rapporto che lega il bambino alla signora .. è immediatamente visibile tanto quanto il rapporto esistente con la madre biologica, il bambino riconosce la signora … tutti gli effetti come sua mamma, esattamente quanto la signora … risulta dalla relazione che sia la signora … sia la sua compagna, abbiano delle buone competenze nel ruolo genitoriale, siano capaci di percepire i bisogni, carenze e passione del bambino, che riconosce entrambe come figure genitoriali. Dunque può ritenersi la idoneità affettiva e capacità di entrambe le signore a educare e istruire - e ciò non solo con giudizio prognostico, maa con valutazione attuale, poiché il minore dalla nascita è inserito in quel nucleo - e con riferimento alla vita familiare del bambino. Tutti i parametri posti dalla norma sono stati verificati: situazione personale e economiche della richiedente, salute, ambiente famigliare. L'assistente sociale ha concluso affermando che durante i vari colloqui con le signore ed in particolare in occasione della visita domiciliare si è potuta osservare il rapporto tra … e le mamme, "di conseguenza si può affermare che il bambino stia crescendo in un clima molto sereno e positivo". è stata sentita anche la maestra del bambino che ha dichiarato che … sempre allegro e solare, molto sensibile, obbediente, intelligente, con una buona capacità comunicativa e un buon equilibrio emotivo, le mamme hanno un buon rapporto con la scuola, si informano sempre sull'andamento di … sono molto attente, durante la visita domiciliare è stata apprezzata l'organizzazione dell'appartamento, grande e accogliente, ove è prevista la cameretta per il bambino, giochi, libri, molte fotografie che ripercorrono la crescita del bambino. E' presente il rapporto con la famiglia allargata (nonni, zii). E’ inoltre da notare come nel processo non emerga nessun dato in senso contrario - il PM sin dal primo grado ha chiesto l'accoglimento della domande. Deve pertanto ritenersi accertato come il minore, che ha un solo genitore biologico, sia inserito dalla nascita in un nucleo familiare composto dalla sua madre biologica e dalla appellante, che si sia creato un forte legame, di tipo genitoriale, tra l'appellante e il bambino, che la richiedente abbia sin qui mostrato piena capacità genitoriale, sotto il profilo materiale e morale, che possa pertanto ritenersi consolidata la vita familiare (rilevante che sensi dell'articolo 8 della Convenzione) tra il minore e la compagna della madre biologica. 8} Ritiene pertanto la Corte che la domanda debba essere accolta, così riformandosi la sentenza impugnata, non sussistendo gli impedimenti in diritto riscontrati dalla pronuncia del Tribunale, né ravvisandosi alcun ostacolo, in fatto, per quanto riguarda l'interesse del minore. Il bambino, come ha ben osservato il Procuratore Generale nel corso della discussione, è già di fatto inserito in un nucleo familiare adeguato, e si impone, assai semplicemente, la tutela di tale situazione di fatto, verificati i parametri di cui all’articolo 587 della legge 184 del 1983. Osserva la Corte che il diritto dei minore all'identità e al proprio status di figlio, con corrispondente necessità di rimuovere le situazioni di incertezza giuridica, non risulti adeguatamente e compiutamente tutelato con gli strumenti messi in atto sino ad ora dalla richiedente (elencati nella narrativa del presente provvedimento); la pronunzia qui richiesta è congrua con la finalità della norma invocata, finalità individuata dalla Corte Costituzionale nella pronuncia già citata, laddove ha precisato che il legislatore con detta norma ha voluto favorire il consolidamento dei rapporti tra il minore e le persone che già si prendono cura di lui. 9) Deve pertanto pronunciarsi l'adozione ex art. 44 l. 184/83 del minore … da parte della signora … disponendosi che l’adottato assuma il cognome dell'adottante e lo anteponga al proprio (art. 299 c.c.). 10) Segue la statuizione di cui al dispositivo. Nulla in punto spese non essendovi costituzione di altre parti.

P.Q.M.

Visto l’art. 44 legge 4.5.1983 n. 184 pronuncia l'adozione del minore … nato a … il … da parte di … nata a Torino il … disponendo che il minore acquisti il cognome dell'adottante e lo anteponga al proprio; Ordina al competente Ufficiale di Stato Civile di effettuare le prescritte annotazioni e trascrizioni.  
 

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 30 ottobre 2014 – 9 febbraio 2015, n. 2400 Presidente Luccioli – Relatore Acierno

Svolgimento del processo

Con il decreto impugnato la Corte d'Appello di Roma, confermando la pronuncia di primo grado, ha rigettato la domanda proposta da A.A. e P.G.D.S. finalizzata a poter procedere alle pubblicazioni di matrimonio da loro richieste e negate dall'ufficiale di stato civile. I reclamanti avevano dedotto che non si rintracciava nel codice civile e nella Costituzione una norma definitoria del matrimonio, secondo il paradigma eterosessuale; che un'interpretazione orientata dal diritto europeo, dalle Carte internazionali e dalla giurisprudenza CEDU consentiva al giudice di colmare il vuoto normativo relativo alla mancata considerazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso; che il principio di tipicità delle norme che limitano la libertà personale non avrebbe consentito d'introdurre un divieto di contrarre matrimonio non espressamente previsto; che il diniego costituiva violazione dell'art. 3 Cost. perché introduceva una discriminazione per una condizione personale e dell'art. 2, perché non consentiva il pieno sviluppo di una sfera relazionale a carattere costitutivo in una formazione sociale come l'unione tra due persone ello stesso sesso costituzionalmente protetta, oltre che ampiamente riconosciuta dalle fonti internazionali ed europee da ritenere vincolanti anche in virtù del rinvio contenuto nell'art. 117 Cost. La Corte d'Appello ha giustificato il rigetto della domanda sulla base delle seguenti argomentazioni. In primo luogo ha affermato, richiamando testualmente la sentenza, che le eccezioni d'illegittimità costituzionale delle norme civilistiche relative al matrimonio erano state risolte dalla pronuncia della Corte Costituzionale n. 138 del 2010. Ha aggiunto che l'eccezione fondata sul parametro relativo all'art. 22 Cost. è del tutto infondata non essendo le norme ordinarie che regolano l'istituto matrimoniale rivolte a cagionare la privazione per motivi politici della capacità giuridica. Tali norme si limitano a stabilire le condizioni per l'esercizio del diritto al matrimonio. Ha precisato che non vi è ragione per la rimessione di alcuna questione alla Corte di Giustizia del Lussemburgo dal momento che sia l'art. 12 CEDU che l'art. 9 della Carta di Nizza rinviano alla discrezionalità legislativa dei singoli stati per la scelta e la disciplina dei modelli matrimoniali. Infine la sentenza della CEDU Schalk e Kopf contro Austria ha confermato che il matrimonio omosessuale non rientra tra e garanzie della Convenzione. Ha in particolare evidenziato che le unioni omosessuali si trovano in una situazione simile a quella delle coppie eterosessuali quanto all'esigenza di riconoscimento e protezione giuridica della relazione, ma non ne sono discriminate né sotto il profilo dell'art.8, né dell'art. 14, né dell'art. 12 perché queste norme non obbligano gli Stati contraenti a consentire l'accesso al matrimonio. Avverso tale pronuncia hanno proposto ricorso per cassazione A.A. e P.G.D.S. affidandosi a tre motivi. Si è costituito tardivamente al solo fine di partecipare all'udienza di discussione, il Ministero dell'Interno. Le parti ricorrenti hanno depositato memoria illustrativa.

Motivi della decisione

I ricorrenti preliminarmente evidenziano che la questione sottoposta all'esame della Corte è nuova, avendo ad oggetto il rifiuto di procedere alle pubblicazioni matrimoniali e non alla trascrizione di un titolo estero. Inoltre chiariscono che la sentenza n. 4184 del 2012 di questa Corte ha stabilito che la nozione di matrimonio da accogliere nel nostro ordinamento comprende anche il matrimonio tra persone dello stesso sesso, superando l'impianto della pronuncia della Corte Cost. n. 138 del 010. Devono, pertanto, ritenersi sussistenti le condizioni per la messa in discussione della tenuta costituzionale della regola dell'assoluta discrezionalità del legislatore nazionale in questa materia. Alla luce della giurisprudenza sopravvenuta e dei nuovi contributi della dottrina devono, pertanto, secondo le parti ricorrenti, essere riverificate le questioni di legittimità costituzionale già esaminate e quelle nuove. Nel primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione degli artt. 1,3,10,117, primo comma, Cost.; art.9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea e 12 della CEDU per avere la Corte d'Appello fondato la propria decisione sulla ineludibilità della differenza di sesso tra i nubendi superata invece dalla sentenza n. 4184 del 2012 che ha espressamente affermato "l'art. 12 CEDU ha privato di rilevanza giuridica la diversità di sesso tra i nubendi dovendo tale norma essere interpretata secondo quanto stabilito dalla Corte di Strasburgo alla luce dell'art. 9 della Carta di Nizza". Tale novità, secondo i ricorrenti, impone di riconsiderare l'impianto della sentenza n. 138 del 2010 della Corte Costituzionale proprio con riferimento ai parametri interposti costituiti dai citati artt. 12 CEDU e 9 Carta di Nizza. Il paradigma eterosessuale secondo i ricorrenti si è sgretolato grazie all'appartenenza dell'Italia a un sistema multilivello di tutela dei diritti. Tale sistema ha introdotto nel nostro ordinamento una nozione di matrimonio che comprende quello omosessuale. La mera riconduzione delle unioni omosessuali nell'art. 2 Cost. al fine di escludere il diritto al matrimonio determina un grave deficit di tutela dal momento che l'unione coniugale genera un fascio di diritti complessi e stratificati, per ottenere i quali allo stato occorre rivolgersi alla Corte Costituzionale o al giudice, con il rischio quanto meno di un'enorme frantumazione e contrazione dell'esercizio dei diritti stessi. Non può, pertanto, affermarsi una totale discrezionalità del legislatore a fronte di due assunti incontrovertibili : la nozione di matrimonio è diventata gender neutral e il diritto al matrimonio ha natura di diritto fondamentale. Se il legislatore ordinario può disporre liberamente di questo diritto può anche privarlo di efficacia. Nel secondo motivo di ricorso viene dedotta la violazione delle medesime norme per avere la Corte d'Appello ritenuta la necessità di un intervento legislativo per fondare il diritto a contrarre matrimonio. Le ragioni che hanno determinato la Corte Costituzionale a indicare come obbligata la strada legislativa non sono le stesse indicate da Cass. n. 4184 del 2012. In questa ultima pronuncia la riserva assoluta di legislazione è fondata sugli artt. 12 CEDU e 9 Carta dei diritti fondamentali, secondo l'interpretazione della Corte di Strasburgo. La lettura originalista dell'art. 29 Cost. è stata sostanzialmente superata dalla giurisprudenza di legittimità in quanto ispirata dai principi CEDU e della Carta di Nizza. La vincolatività dei principi CEDU impone di ritenere il matrimonio tra persone dello stesso sesso come una realtà del nostro paese ma nonostante queste premesse si giustifica la mancanza di garanzia, rimettendosi per essa alla discrezionalità legislativa. L'art. 2 Cost. pone un'esigenza di simultaneità tra riconoscimento e garanzia che l'interpretazione della giurisprudenza di legittimità vanifica. Non può, pertanto, condividersi l'assunto della Corte d'Appello secondo il quale l'estensione per via giurisdizionale del matrimonio tra persone dello stesso sesso determinerebbe una compressione ingiustificata della discrezionalità legislativa, dal momento che tale discrezionalità può svolgersi in modo molto circoscritto. Nel terzo motivo viene dedotta l'illegittimità costituzionale degli artt. 107, 108, 143, 143 bis, 143 ter, 156 bis cod. civ. rispetto agli artt. 2,3, 10, secondo comma, 22, 29, 117 co.l Cost. e 9 e 21 della carta di Nizza, nonché degli art. 12 e 14 CEDU sulla base delle seguenti argomentazioni a) La Corte Costituzionale nella sentenza n. 138 del 2010 non ha valutato il parametro dell'art. 2 Cost. con riferimento agli artt. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea e 12 della CEDU. Tale specifico profilo deve essere nuovamente sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale ove non si ritenga vi siano già gli elementi per un'interpretazione costituzionalmente orientata. b) Gli artt. 2 e 3 Cost. devono essere considerati unitariamente al fine di verificare se non vi sia un'ingiustificata lesione del diritto al matrimonio sulla base di una mera condizione personale. Se il diritto al matrimonio è un diritto fondamentale (la sentenza n. 138 del 2010 non ne fa espressa menzione) lo Stato non può disconoscerne il godimento se non a fronte di un interesse prevalente; non può sostituirsi al titolare del diritto nella scelta delle modalità del suo esercizio, non può ingiustificatamente contrarre questa rilevante espressione della libertà personale. Deve esserci l'esigenza dell' inderogabile soddisfacimento di un interesse pubblico primario per poterlo sacrificare. Tale interesse non ricorre e non può trarsi dalla concezione originalista dell'art 29 Cost. del tutto anacronistica. Nella dimensione antidiscriminatoria dell'invocata estensione del diritto al matrimonio deve tenersi conto anche del principio di tutela delle minoranze. Il matrimonio determina uno status dotato di una componente di dignità pubblica imprescindibile per l'autodefinizione personale. Infine il divieto di contrarre matrimonio equipara le coppie dello stesso sesso agli interdetti, il che contrasta anche con l'art. 22 Cost. In sintesi la rimessione alla Corte Costituzionale dovrebbe aversi per violazione del diritto all'autodeterminazione nelle scelte matrimoniali (art. 2 Cost.) per violazione della dignità sociale delle persone omosessuali che vivono stabilmente una condizione di coppia (art. 3); - per violazione del divieto di discriminazione delle persone in ragione di una condizione meramente personale (Art. 3 Cost., 21 carta di Nizza, 12 e 14 CEDU, art.10, primo comma e 117 Cost); - per violazione del diritto a contrarre matrimonio in condizioni di uguaglianza con le persone non omosessuali (art. 2,3,29 Cost.) - per restrizione della capacità di diritto pubblico che deriva dal divieto (art. 22 Cost.); Le norme censurabili sono gli artt. 107, 108, 143, 143 bis, ter, 156 bis cod. civ. I primi due motivi di ricorso possono essere trattati congiuntamente in quanto logicamente connessi. In primo luogo deve osservarsi che la questione relativa alla legittimità e conformità costituzionale del diniego di procedere alle pubblicazioni matrimoniali relative ad un'unione tra due persone dello stesso sesso è identica a quella già affrontata dalla Corte Costituzionale n. 138 del 2010. E' necessario, pertanto, richiamare preliminarmente i principi stabiliti in questa pronuncia al fine di accertare se siano intervenuti orientamenti successivi da parte della Corte Europea dei diritti umani o dalla stessa Corte Costituzionale, in pronunce successive che possano determinare, anche alla luce di alcune opzioni dottrinali, soluzioni diverse. In particolare, seguendo lo sviluppo argomentativo dei motivi di ricorso, è necessario verificare se, contrariamente a quanto affermato nella pronuncia sopra indicata, possa pervenirsi all'affermazione della configurabilità giuridica di un'unione matrimoniale tra persone dello stesso sesso, senza l'intervento del legislatore ordinario, e se l'assenza di tale istituto sia compatibile con il sistema costituzionale integrato attuale dei diritti fondamentali. La sentenza n. 138 del 2010 ha affermato che l'art. 12 CEDU e l'art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea lasciano al legislatore nazionale di stabilire forme e disciplina giuridica delle unioni, tra persone dello stesso sesso. Tali scelte rientrano pienamente nel margine di discrezionalità dei singoli stati, dovendosi escludere, per questa specifica tipologia di unioni l'imposizione di un modello normativo unico da trarre dal paradigma matrimoniale. Secondo la Corte Costituzionale "Ulteriore riscontro di ciò si desume dall'esame delle scelte e delle soluzioni adottate da numerosi Paesi che hanno introdotto, in alcuni casi, una vera e propria estensione alle unioni omosessuali della disciplina prevista per il matrimonio civile oppure, più frequentemente, forme di tutela molto differenziate e che vanno dalla tendenziale assimilabilità al matrimonio delle dette unioni fino alla chiara distinzione, sul piano degli effetti, rispetto allo stesso". Deve, pertanto, escludersi, secondo la sentenza n. 138 del 2010, che la mancata estensione del modello matrimoniale alle unioni tra persone dello stesso sesso determini una lesione dei parametri integrati della dignità umana e dell'uguaglianza, i quali assumono pari rilievo nelle situazioni individuali e nelle situazioni relazionali rientranti nelle formazioni sociali costituzionalmente protette ex art. 2 e 3 Cost. Per formazione sociale secondo la Corte "deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l'unione omosessuale, quale stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone - nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge - il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri. Si deve escludere, tuttavia, che l'aspirazione a tale riconoscimento (che necessariamente ostula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia) possa essere realizzata soltanto attraverso un'equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio". Nella pronuncia vi è, di conseguenza, l'espresso riconoscimento del rilievo costituzionale ex art. 2 delle unioni tra persone dello stesso sesso e si avverte l' esigenza di rimettere al legislatore "nell'esercizio della sua piena discrezionalità, d'individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni omosessuali", unitamente alla possibilità della Corte stessa d'intervenire a tutela di specifiche situazioni (com'è avvenuto per le convivenze more uxorio). Il processo di costituzionalizzazione delle unioni tra persone dello stesso sesso non si fonda, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, sulla violazione del canone antidiscriminatorio dettata dall'inaccessibilità al modello matrimoniale, ma sul riconoscimento di un nucleo comune di diritti e doveri di assistenza e solidarietà propri delle relazioni affettive di coppia e sulla riconducibilità di tali relazioni nell'alveo delle formazioni sociali dirette allo sviluppo, in forma primaria, della personalità umana. Da tale riconoscimento sorge l'esigenza di un trattamento omogeneo di tutte le situazioni che presentano un deficit od un'assenza di tutela dei diritti dei componenti l'unione, derivante dalla mancanza di uno statuto protettivo delle relazioni diverse da quelle matrimoniali nel nostro ordinamento. Questo approdo non risulta modificato dai principi elaborati nelle successive pronunce della Cedu e nella sentenza n. 170 del 2014 della Corte Costituzionale. La linea tracciata dalla Corte di Strasburgo in ordine al margine di apprezzamento degli Stati membri è rimasta coerente nelle sentenze Schalk and Kopf c. Austria del 24 giugno 2010, Gas e Dubois c. Francia del 15 marzo 2012 fino alla più recente Hamalainen c. Finlandia del 16 luglio 2014. L'art. 12, ancorchè formalmente riferito all'unione matrimoniale eterosessuale, non esclude che gli Stati membri estendano il modello matrimoniale anche alle persone dello stesso sesso, ma nello stesso tempo non contiene alcun obbligo al riguardo. Nell'art. 8, che sancisce il diritto alla vita privata e familiare, è senz'altro contenuto il diritto a vivere una relazione affettiva tra persone dello stesso sesso protetta dall'ordinamento, ma non necessariamente mediante l'opzione del matrimonio per tali unioni. Questa esigenza, unita all'insussistenza dell' obbligo costituzionale o convenzionale di estendere il vincolo coniugale alle unioni omoaffettive, è stata ribadita dalla sentenza n. 170 del 2014 della Corte Costituzionale, nella quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale della disciplina normativa che fa conseguire in via automatica alla rettificazione del sesso lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio preesistente senza preoccuparsi di prevedere per l'unione divenuta omoaffettiva, un riconoscimento e uno statuto di diritti e doveri che ne consenta la conservazione in una condizione coerente con l'art. 2 Cost. (e 8 Cedu). La Corte evidenzia che il contrasto si determina per il "passaggio da uno stato di massima protezione giuridica ad una condizione di assoluta indeterminatezza (quale quella di tutte le relazioni tra persone dello stesso sesso nel nostro ordinamento n.d.r)". Ciò determina la necessità di un tempestivo intervento legislativo. Peraltro, i principi sopra delineati hanno costituito il fondamento anche della pronuncia di rigetto della trascrizione di un matrimonio contratto all'estero tra persone dello stesso sesso di questa Corte (sent. n. 4184 del 2012). Nel nostro sistema giuridico di diritto positivo il matrimonio tra persone dello stesso sesso è inidoneo a produrre effetti perché non previsto tra le ipotesi legislative di unione coniugale. Il nucleo affettivo - relazionale che caratterizza l'unione omo-affettiva, invece, riceve un diretto riconoscimento costituzionale dall'art. 2 Cost. e mediante il processo di adeguamento e di equiparazione imposto dal rilievo costituzionale dei diritti in discussione può acquisire un grado di protezione e tutela equiparabile a quello matrimoniale in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determina una lesione di diritti fondamentali scaturenti dalla relazione in questione. Per questa ragione la Corte di Cassazione ha escluso la contrarietà all'ordine pubblico del titolo matrimoniale estero pur riconoscendone l'inidoneità a produrre nel nostro ordinamento gli effetti del vincolo matrimoniale. L'operazione di omogeneizzazione può essere svolta dal giudice comune, e non soltanto dalla Corte costituzionale,in quanto tenuto ad un'interpretazione delle norme non solo costituzionalmente orientata, ma anche convenzionalmente orientata (Corte Cost. sent. n. 150 del 2012). In conclusione, la legittimità costituzionale e convenzionale della scelta del legislatore ordinario in ordine alle forme ed ai modelli all'interno dei quali predisporre per le unioni tra persone dello stesso sesso uno statuto di diritti e doveri coerente con il rango costituzionale di tali relazioni conduce ad escludere il fondamento delle censure prospettate, non solo sotto il profilo della creazione giurisprudenziale dell'unione coniugale tra persone dello stesso sesso, risultando tale operazione ben diversa da quella consentita (Cass. 4184 del 2012) di adeguamento ed omogeneizzazione nella titolarità e nell'esercizio dei diritti, ma anche delle prospettate censure d'incostituzionalità. Ugualmente infondato deve ritenersi il terzo motivo per quanto riguarda la dedotta lesione dell'art. 22 Cost., risultando per il resto sostanzialmente riconducibile alle altre due censure già esaminate. Tale norma introduce il divieto di restrizione della capacità per motivi politici ed ha ad oggetto la capacità di diritto pubblico. Risulta r .di conseguenza, parametro di costituzionalità del tutto inapplicabile alla fattispecie. Non vi è statuizione sulle spese processuali attesa la tardiva costituzione del Ministero dell'Interno finalizzata soltanto alla partecipazione all'udienza di discussione.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso. In caso di diffusione omettere le generalità.  

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter.
Scarica L’articolo in PDF

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

I PROFESSIONISTI DEL NOSTRO NETWORK