Noemi Secci
Noemi Secci
14 Giu 2016
 
Le Rubriche di LLpT


Le Rubriche di LLpT
 

Perché il dipendente ha una pensione più alta del professionista?

Pensione dei lavoratori dipendenti e dei lavoratori autonomi: differenze nel versamento dei contributi e nel calcolo del trattamento.

 

Lavoro in proprio e ho appena ricevuto la pensione: come mai un dipendente, che negli anni ha versato meno di me, ha un trattamento molto più alto del mio?

 

La disparità di trattamento tra lavoratori autonomi e dipendenti emerge notevolmente nell’ambito previdenziale: al momento della liquidazione della pensione, difatti, capita frequentemente che, a parità di reddito degli interessati, il trattamento risulti molto più basso per il professionista.

La differenza dipende da molteplici fattori, tra i quali le aliquote contributive applicate dalla gestione di appartenenza, il metodo di calcolo della pensione utilizzato, le tipologie di rivalutazione applicate. Spesso anche un solo anno di contributi versati in meno può comportare un enorme divario tra le prestazioni, persino all’interno della stessa gestione: ad esempio, un lavoratore che possiede 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 ha diritto al calcolo retributivo sino al 31 dicembre 2011, dunque ad una pensione più alta rispetto ad un collega che non arriva, per poco, al possesso dello stesso requisito (ed ha dunque diritto al calcolo retributivo solo sino al 31 dicembre 1995).

Posto che non sia possibile, in quest’ambito, fare di tutta l’erba un fascio (esistono, comunque, dei professionisti che possiedono una pensione ben più alta rispetto alla media di parecchi dipendenti), in quanto la storia contributiva di ciascuno può presentare innumerevoli peculiarità, vediamo quali sono i principali elementi che determinano una differenza tra le pensioni dei professionisti e quelle dei dipendenti.

 

 

Contributi versati

Il primo elemento discriminante, tra dipendenti ed autonomi, risiede nell’ammontare dei contributi versati. Non ci si deve lasciar ingannare dal fatto che il dipendente, apparentemente, effettui versamenti minori, o simili, a quelli del professionista: bisogna considerare, difatti, che anche il datore di lavoro effettua un accredito contributivo a favore del dipendente.

In pratica, il lavoratore dipendente versa, a grandi linee, un terzo della contribuzione accantonata a suo favore, mentre i restanti due terzi sono versati dall’azienda.

Facciamo un esempio per spiegare meglio: Tizio, libero professionista, paga 3.000 euro di contributi all’anno, alla pari di Caio, lavoratore dipendente. Bisogna però considerare che, assieme agli accrediti di Caio, nella cassa previdenziale di quest’ultimo vanno a finire anche i contributi versati dall’azienda (considerando l’aliquota contributiva totale del 33%, il datore versa quasi 7900 euro all’anno). In pratica, nella posizione previdenziale di Caio, all’anno, confluiscono 10.900 euro, non 3.000. Nella posizione previdenziale di Tizio, invece, confluiscono solo 3.000 euro: questo meccanismo spiega gran parte delle differenze esistenti.

La differenza, peraltro, risulta più marcata se viene basata, anziché sui contributi versati, sul solo reddito: mentre l’aliquota contributiva complessivamente a carico di dipendenti e datori di lavoro è pari al 33% già da parecchi anni, per gran parte degli autonomi le aliquote sono rimaste molto basse nel tempo, dando luogo a minori versamenti a parità di reddito.

 

 

Metodo contributivo, retributivo e reddituale

È fondamentale, nel determinare l’ammontare della pensione, anche il metodo di calcolo: il sistema contributivo, difatti, basandosi sui contributi accantonati nell’arco della vita lavorativa (rivalutati con l’utilizzo di indici molto bassi), non fa “sconti” o “regali”, ma si basa soltanto su quanto versato. Questo fatto, naturalmente, determina differenze notevoli, come abbiamo visto nell’esempio appena esposto.

Il metodo retributivo, invece, basandosi sugli ultimi stipendi (rivalutati con l’utilizzo di indici più alti rispetto a quelli utilizzati nel contributivo) e sulle settimane lavorate, dà luogo a dei trattamenti non troppo distanti dalle ultime retribuzioni.

Le gestioni dei lavoratori autonomi, però, non utilizzano il metodo retributivo, ma quello reddituale; ciò vuol dire che, per un lavoratore autonomo, si prende come riferimento:

 

– la media dei redditi degli ultimi 10 anni per la quota A di pensione (anziché degli ultimi 5 anni, come avviene per i dipendenti);

– la media dei redditi degli ultimi 15 anni per la quota B di pensione (anziché degli ultimi 10 anni, come avviene per i dipendenti).

 

Questo spiega l’esistenza di differenze nella quantificazione della pensione anche tra dipendenti ed autonomi con i redditi più recenti molto simili.

 

Gli scostamenti, peraltro, sono ancora più grandi se il metodo di calcolo utilizzato è differente: pensiamo a un dipendente che ha diritto al calcolo retributivo sino al 2011 e ad un autonomo che ha diritto al calcolo esclusivamente contributivo e al quale sono state applicate, negli anni, delle aliquote molto basse.

Anche se si pensionano nella stessa data, alla stessa età e possedendo gli stessi redditi negli ultimi anni, le differenze tra i due trattamenti possono superare il 50%: questo perché sia i contributi versati che il metodo di calcolo utilizzato comportano notevoli penalizzazioni per il lavoratore in proprio.

 

 

Gestione Separata

Ancora più allarmante può essere la situazione dei liberi professionisti e dei collaboratori iscritti alla Gestione Separata: nonostante le aliquote contributive degli appartenenti a tale cassa siano state notevolmente innalzate, resta il problema degli accrediti minimali. In pratica, se non sono versati contributi pari al minimale annuo, nonostante il lavoratore sia stato in attività per tutto l’anno, non matura un anno di contribuzione, ma l’importo è gradualmente ridotto in base all’ammontare versato.

Nel 2016, essendo il minimale pari a 15.548 euro, il professionista deve versare almeno 4.309,90 euro di contribuzione (in quanto l’aliquota, per i professionisti non iscritti ad altre gestioni, è del 27,72%), per aver diritto all’accredito di un anno di contributi; in caso contrario, gli accrediti sono riproporzionati su base mensile (ad esempio, chi versa 2.155 euro ha diritto a 6 mesi di contribuzione).

Il problema degli accrediti della misura minima determina un notevole inasprimento dei requisiti per la pensione, per chi non riesce a versare quanto previsto.

 

 

Le pensioni delle generazioni future

Per i lavoratori più giovani, posta la sussistenza della problematica di base (costo dei contributi sopportato interamente dal professionista e per 1/3 dal dipendente), le differenze nei trattamenti pensionistici si “faranno sentire” di meno. Il metodo di calcolo, per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996, è difatti quello contributivo per tutti (escluse alcune casse private che hanno introdotto tale sistema più tardi), pertanto anche le pensioni dei dipendenti subiranno pesanti penalizzazioni.

L’unica soluzione per integrare la pensione, quale che sia la tipologia di lavoro prestato, resta, allora, quella di aderire alla previdenza complementare. Certo non si tratta di una soluzione indolore, in quanto effettuare versamenti aggiuntivi comporta dei sacrifici notevoli, specie per un professionista, che già sopporta sulle sue spalle il carico del 100% della contribuzione. Ma, d’altra parte, il sacrificio non è indifferente nemmeno per il dipendente che, nel mercato del lavoro attuale, è perennemente precario e corre il rischio di perdere l’impiego da un momento all’altro.

Si comprende, allora, quale sia la vera disparità di trattamento: non tanto quella tra dipendente ed autonomo, quanto quella tra “vecchi e nuovi lavoratori”, con gli ultimi che pagano con sacrificio la maggior parte delle pensioni godute dai primi (specie di chi ha goduto di regimi di particolare favore, come i cosiddetti baby-pensionati).


 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti