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Lo sai che? Pubblicato il 1 giugno 2016

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Lo sai che? Quando si prescrive il mutuo con la banca?

> Lo sai che? Pubblicato il 1 giugno 2016

Sono debitore di una banca: da oltre due anni ho smesso di pagare il mutuo per impossibilità economica; vorrei sapere entro quanto tempo si prescrive il diritto della banca di chiedermi il pagamento ed, eventualmente, di agire con il pignoramento? Ho sentito dire che la banca ha solo cinque anni.

La questione sulla prescrizione dell’obbligo di pagare le rate del mutuo è stata già affrontata dalla Cassazione: in particolare, la questione si è posta perché il codice civile [1] stabilisce che si prescrivono in solo cinque anni gli interessi e, comunque, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente una volta all’anno o in termini più brevi. Le mensilità del mutuo, di norma, vengono pagate ogni sei mesi oppure ogni mese e questo ha generato l’equivoco sull’applicazione, ad esse, di tale norma e, quindi, della prescrizione breve dei cinque anni.

La Cassazione, però, non è di questo avviso: con una sentenza di tre anni fa [2] la Corte ha chiarito la natura del contratto di mutuo. Benché l’accordo tra banca e cliente preveda l’obbligo di restituzione della somma a rate (mensili, bimestrali, semestrali o, al massimo annuali), tale frazionamento del debito non modifica la natura del contratto che è e resta unitaria, facendo capo a un unico contratto. Il che significa, quindi, che è anche unica la prescrizione e non andrà riferita, invece, a ogni singola rata rispetto alla relativa scadenza.

Si applica allora la regola generale sulla prescrizione che stabilisce, per tutti i contratti, il termine di 10 anni dal momento in cui il diritto del creditore (quello della banca, in questo caso) può essere fatto valere. Il che significa che non si avranno tante prescrizioni per quante sono le rate da versare, ma tutte le rate – a prescindere dalla loro scadenza – saranno sempre soggette all’unico termine di prescrizione decennale.

La banca potrà sempre interrompere il decorso del termine di prescrizione inviando una semplice lettera di sollecito di pagamento, purché di questa ne conservi la prova. Per cui è necessaria la raccomandata a.r. o la posta elettronica certificata. Quindi, se il debitore, nell’arco dei dieci anni, ha ricevuto una diffida di pagamento sufficientemente precisa nell’indicare la natura del debito, il contratto e l’importo da pagare, il decorso della prescrizione si interrompe e inizia a decorrere nuovamente da capo – ossia dal giorno successivo al ricevimento della lettera – e per altri 10 anni. In teoria questo potrebbe portare a una situazione in cui la prescrizione non si verifichi mai se puntualmente interrotta prima del suo compimento.

note

[1] Art. 2948 co. 4 cod. cic.

[2] Cass. sent. n. 18951/2013. Cfr. anche Trib. Monza sent. del 30.11.2012.

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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con la sentenza impugnata, a conferma della pronuncia di primo grado, veniva rigettata l’opposizione a precetto proposta da S. E. e D.G. ai quali, in qualità di fideiussori della s.r.l. Falp, dichiarata fallita, era stata notificata la predetta intimazione da parte della s.p.a. Medio Credito Abruzzese e Molisano. La fideiussione era stata concessa a garanzia di obbligazioni nascenti da un contratto di finanziamento stipulato con rogito del 18 gennaio 1983, in favore della società sopraindicata.

Le parti appellanti con unico complesso motivo avevano dedotto che il pagamento del debito garantito, effettuato in sede fallimentare, era del tutto satisfattorio, in quanto ampiamente superiore a quanto dovuto sia perchè la sorte capitale richiesta in quella sede cristallizzava anche il quantum dovuto dai fideiussori, potendosi al riguardo configurare una remissione parziale del debito, sia perchè il saggio degli interessi di mora praticato dall’istituto bancario era usurario, sia perchè il credito azionato con il precetto, in quanto relativo agli interessi era prescritto ex art. 2948 c.c., n. 4. Lamentavano, infine, che la sentenza di primo grado non avesse motivato sulla mancata approvazione per iscritto delle clausole vessatorie e sull’eccezione di inefficacia del contratto per mancato consenso alla riduzione del finanziamento a L. 150 milioni.

Chiedevano, pertanto, una CTU contabile.

La Corte d’Appello, a sostegno della decisione assunta, affermava che le doglianze sopra descritte sollevavano nuove questioni implicanti temi d’indagine diversi da quelli prospettati in primo grado ed a questi nuovi motivi doveva ritenersi finalizzata la richiesta di CTU contabile, da qualificarsi conseguentemente inammissibile. Era da reputarsi nuovo anche il motivo relativo alla remissione parziale del debito. In ordine alle restanti questioni la Corte condivideva la pronuncia di primo grado sul punto relativo alla non coincidenza del debito garantito con quello accertato in sede fallimentare, operando esclusivamente in quella sede il limite degli interessi dovuti stabilito dalla L. Fall., artt. 54 e 55 ed essendo invece da ritenersi a carico dei fideiussori quelli convenzionali. Aggiungeva che il debito residuo alla data di apertura del fallimento (11 ottobre 1994) risultava maggiore di quello azionato con il precetto.

Infine veniva affermato che trattandosi di contratto stipulato con rogito notarile non poteva trattarsi di contratto per adesione alla luce della giurisprudenza di legittimità.

Avverso la sentenza impugnata hanno proposto ricorso per cassazione S.E. e D.G., affidandosi a quattro motivi. Ha resistito con controricorso l’istituto bancario che ha, altresì depositato memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

Nel primo motivo di ricorso vengono dedotte la violazione e falsa applicazione dell’art. 2948 c.c., n. 4 e dell’art. 2946 cod. civ. in riferimento agli artt. 1193 e 1195 cod. civ. e degli artt. 163, 164 e 164 bis cod. proc. civ.; la violazione e falsa applicazione della L. Fall., artt. 54 e 55; la violazione e falsa applicazione dell’art. 1310 c.c. e dell’art. 2943 c.c., comma 2; la violazione e falsa applicazione degli artt. 1942 e 1943 cod. civ. In ordine a tutti i profili illustrati viene, altresì dedotto il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione.

Preliminarmente va osservato che pur essendo irritualmente raccolte in un unico motivo le censure sono astrattamente ammissibili salva la valutazione analitica del rispetto del requisito della specificità per ciascuna di esse.

Quanto alla prima questione posta nel motivo, la parte ricorrente lamenta che l’eccezione di prescrizione regolarmente prospettata nell’atto di citazione del primo grado di giudizio sia stata ritenuta inammissibile perchè nuova. Nel merito è stato osservato che risulta decorso il termine di prescrizione quinquennale, stabilito dall’art. 2948, n. 4 per gli interessi per effetto del mancato compimento da parte dell’istituto di credito di qualsivoglia atto interruttivo sino alla notifica dell’atto di precetto.

La proposizione dell’eccezione di prescrizione risulta, dall’esame degli atti, tempestiva ma infondata. Preliminarmente deve essere osservato che la Corte d’Appello, pur affermandone genericamente la tardività ha esaminato l’eccezione di prescrizione, disattendendone il fondamento per l’inapplicabilità alla specie del termine breve.

La trattazione dell’eccezione deve svolgersi sotto due versanti. In primo luogo deve osservarsi che l’atto interruttivo costituito dalla notificazione del precetto a D.A., eseguito il 26/3/1987 estende i suoi effetti anche all’altro fideiussore ai sensi dell’art. 1310 c.c., comma 1,. Al riguardo sono fermi gli orientamenti della giurisprudenza di legittimità nell’affermare l’applicabilità del meccanismo estensivo del rapporto tra debitore e fideiussore, se non stabilita l’escussione preventiva del debitore principale (26042 del 2005), ovvero in tutti quei rapporti di solidarietà passiva caratterizzati, come quello dedotto nel presente giudizio dall’insussistenza di una gradualità legale o convenzionale nell’esercizio della garanzia. Come ribadito anche di recente con la pronuncia n. 1406 del 2011, l’azione giudiziaria e la pendenza del relativo processo determinano l’interruzione permanente della prescrizione anche nei confronti del condebitore rimasto estraneo al giudizio. Deve, infine, essere ribadito, in risposta ad una specifica contestazione di parte ricorrente, che con l’opposizione a precetto si instaura un giudizio a cognizione piena sull’esistenza ed entità del debito contestato e non un accertamento “minore” o negativo come sembra adombrare il ricorrente nell’illustrazione del motivo.

Stabilita l’applicabilità dell’atto interruttivo del 26/3/1987 anche all’altro fideiussore e ribadita la riconducibilità della questione nell’ambito dell’art. 1310 cod. civ., comma 1 (efficacia degli atti interruttivì) e non del comma 2, che regola gli effetti della sospensione della prescrizione, deve essere affrontata la questione dell’applicabilità alla specie del termine breve, quinquennale, di prescrizione, stabilito nell’art. 2948 cod. civ., n. 4, dal momento che il successivo atto interruttivo rivolto verso entrambi i fideiussori, risultante dagli atti difensivi delle parti è costituito dalla notificazione dell’atto di precetto che ha dato luogo al presente procedimento, eseguita in data 21 gennaio 1997. Al riguardo, deve osservarsi, in generale, che secondo il costante orientamento di questa Corte, “la prescrizione quinquennale prevista dall’art. 2948 c.c., n. 4, anche per quanto concerne gli interessi, è applicabile soltanto a condizione che l’obbligazione rivesta i caratteri indicati per la fattispecie genericamente descritta dalla norma con l’espressione “e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi”, che si riferisce alle obbligazioni periodiche e di durata, caratterizzate dal fatto che la prestazione è suscettibile di adempimento solo con il decorso del tempo”. (Cass. 12140 del 2006;17197 del 2012). Peraltro, con riferimento al contratto di mutuo, deve rilevarsi che la rateizzazione dell’unico debito contratto con la banca non determina il frazionamento di esso neanche con riferimento agli interessi corrispettivi previsti nel piano di ammortamento che del finanziamento costituiscono il corrispettivo, o agli interessi moratori, fondati sul presupposto dell’inadempimento e privi di cadenza periodica imperativa. (Cass.1110 del 1994). Ne consegue l’irrilevanza ai fini del decorso della prescrizione, anche della censura relativa alla violazione del criterio legale d’imputazione dei pagamenti, stabiliti negli artt. 1193, 1194 e 1195 cod. civ., da parte dell’istituto bancario nella domanda creditoria azionata nei confronti dei fideiussori. Deve, infatti, osservarsi che la parte ricorrente, sull’assunto della vincolatività in punto d’imputazione dei pagamenti, dell’istanza di ammissione al passivo fallimentare, ha ritenuto che, essendo tale istanza, L. Fall., ex artt. 54 e 55 diretta alla sola sorte ed interessi legali, il residuo credito azionato nei confronti dei fideiussori non poteva che imputarsi agli interessi convenzionali (corrispettivi e moratori), applicati al mutuo in questione. Dovendo, tuttavia, escludersi, l’applicabilità del termine quinquennale di prescrizione stabilito nell’art. 2948 cod. civ. a qualsiasi tipologia d’interessi derivanti dal contratto di mutuo, deve concludersi per la superfluità della censura. Per quanto riguarda la satisfattivita per il creditore dell’importo insinuato al passivo L. Fall., ex artt. 54 e 55, desumibile secondo il ricorrente dal principio stabilito negli artt. 1941 e 1942 cod. civ., secondo i quali la garanzia fideiussoria non può eccedere quanto dovuto dal debitore principale, deve osservarsi che la quantificazione effettuata ai fini dell’istanza di ammissione al passivo risente dei limiti quantitativi espressamente stabiliti nella L. Fall., artt. 54 e 55, citati e non può, conseguentemente, neanche in astratto, integrare la determinazione confessoria dell’ammontare del debito garantito nei confronti del fideiussore, al quale non si applica la sospensione del corso degli interessi stabilita nel predetto art. 55. (Cass. 5985 del 1981; 7603 del 1997). Tanto meno può attribuirsi, alla determinazione dell’importo ai fini dell’istanza di ammissione al passivo, in quanto esclusivamente conformata ai limiti quantitativi previsti dalla L. n. 267 del 1942, artt. 54 e 55 l’efficacia estintiva dell’obbligazione debitoria propria della remissione del debito, trattandosi di un atto privo di qualsiasi rilievo negoziale, del tutto inidoneo a manifestare anche tacitamente e per fatti concludenti la volontà di rimettere la parte di credito relativa agli interessi di natura non legale. Pertanto, l’estratto conto del 11/10/1996, prodotto nel giudizio di opposizione a precetto costituisce esclusivamente la rappresentazione della parte di debito soddisfatta o richiesta in sede concorsuale e la parte azionabile nei confronti dei fideiussori, tenuto conto dei patti negoziali e del tempo trascorso. La scelta di esaminare sotto il profilo della fondatezza la censura sulla remissione del debito e non sotto il versante dell’ammissibilità deriva dall’applicazione del principio della ragione più liquida.

Per concludere la trattazione del primo articolato motivo di ricorso è necessario esaminare la censura relativa al vizio di motivazione.

Al riguardo deve osservarsi che mediante tale tipologia di vizio la parte ricorrente mira ad indicare una diversa opzione ermeneutica delle norme censurate, piuttosto che identificare specificamente carenze motivazionali, peraltro, non riscontrabili nell’elaborazione ed illustrazione dei principi di diritto applicabili.

Nel secondo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e dell’art. 2697 cod. civ. nonchè degli artt. 1284 e 1815 cod. civ. La censura viene posta anche sotto il profilo del vizio di motivazione. Nella prima parte del motivo viene riproposta la questione dell’efficacia estintiva degli estratti conto del 19/6/85 prodotto dalla parte ricorrente nel giudizio di merito ma non esaminabile da questa Corte in mancanza di qualsiasi indicazione dalla quale poterlo reperire tra i documenti prodotti (S.U. n. 22276 del 2011) e 11/10/96. Non sono, tuttavia, illustrati profili diversi da quelli già esaminati nella reiezione del primo motivo. Occorre invece esaminare la censura relativa all’applicazione nella specie d’interessi qualificabili ex art. 1815 cod. civ. come usurari attesa la natura di mera difesa prospettabile anche in appello di tale motivo, quando si fondi su allegazioni di fatti già acquisiti in giudizio. (Cass. n. 350 del 2013). Al rapporto di mutuo posto a base dell’azione creditoria proposta, in quanto sorto (contratto del 18/1/1983) ed esaurito prima dell’entrata in vigore della 1. 108 del 1996, non si applica il nuovo regime giuridico introdotto da tale legge (Cass. 25182 del 2010), essendo irrilevante la pendenza di controversia in ordine all’applicazione dei tassi convenzionali (Cass. 9532 del 2009; 11632 del 2010). Il motivo, risulta, pertanto manifestamente infondato. Inammissibile invece deve ritenersi il prospettato vizio di motivazione in quanto meramente riproduttivo della censura ex art. 360 c.p.c., n. 3.

Nel terzo motivo di ricorso viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1372, 1813, 1815 cod. civ. nonchè artt. 1936, 1937, 1941, 1944 e 1945 cod. civ. La censura viene formulata anche sotto il profilo del vizio di motivazione. Secondo le parti ricorrenti, poichè la somma in concreto erogata è inferiore a quella pattuita nel rogito notarile di mutuo che ha costituito il titolo esecutivo azionato dall’istituto bancario, il contratto di finanziamento deve ritenersi inefficace, poichè non è stato eseguito l’oggetto essenziale, costituito dall’erogazione integrale della somma negozialmente prevista. In particolare, non possono ritenersi efficaci le clausole relative all’ammontare convenzionale degli interessi moratori, alla capitalizzazione, all’applicazione di tassi ultralegali, perchè relative ad un importo diverso da quello effettivamente consegnato. Il mutuo è un contratto reale che si perfeziona con la dazione. Ne consegue, secondo le parti ricorrenti, che il regolamento negoziale consacrato nel rogito, intanto poteva essere efficace, in quanto fosse stata erogata la cifra ivi prevista.

Poichè nella specie sono stati versati L. 150.000.000 invece che i 200 pattuiti, tale concreta erogazione ha avuto efficacia costitutiva di un diverso contratto rispetto al quale non possono trovare applicazione le clausole di quello perfezionatosi con il rogito del 18/1/83. Si tratta in conclusione di un contratto nuovo cui è acceduto un piano di ammortamento che i fideiussori non hanno mai accettato perchè le garanzie sottoscritte avevano ad esclusivo oggetto quello formalizzato nel rogito sopra menzionato. In conclusione, anche se si volesse ritenere valido ed efficace il contratto contenuto nel rogito per la cifra inferiore erogata in concreto, senz’altro sarebbero inefficaci il piano di ammortamento e le clausole relative agli interessi ultralegali non pattuite per iscritto rispetto a tale nuovo vincolo negoziale.

11 contratto di mutuo si perfeziona con la consegna della somma mutuata (Cass. 17211 del 2004; 25569 del 2011). Ai fini della produzione degli effetti del contratto pertanto, ed in particolare dell’obbligo di restituzione, è necessaria la traditio rei. Non può confondersi questo ineludibile requisito di efficacia del contratto con il diverso regime giuridico relativo all’efficacia delle pattuizioni degli interessi ultralegali che richiedono inderogabilmente la forma scritta. Ne consegue, con riferimento alla fattispecie, la piena validità ed efficacia delle clausole del contratto di mutuo relative agli interessi ultralegali, in quanto incontestatamente pattuite per iscritto e riprodotte nel piano di ammortamento e la radicale irrilevanza, ai fini della loro vincolatività della minor somma erogata. Dal versamento effettivo decorre, anche sotto il profilo temporale l’obbligo di restituzione alle condizioni contrattuali stabilite, nelle forme di legge, dalle parti. A tal fine è manifestamente infondata l’eccezione d’inopponbilità del piano di ammortamento perchè relativo ad un importo inferiore, atteso che gli interessi ivi indicati, così come quelli moratori provenivano da una pattuizione legittimamente vincolante le parti alla luce della disciplina normativa (ante L. n. 108 del 1996) applicabile alla fattispecie.

In ordine al vizio di motivazione devono essere ribadite le censure d’inammissibilità già illustrate trattandosi di censure riconducibili al vizio trattato di violazione di legge.

Nel quarto motivo di ricorso viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1283, 1284 e 1224 cod. civ. nonchè il vizio di motivazione per non avere la sentenza impugnata tenuto conto della circostanza, rilevabile alla luce dell’estratto conto del 19/6/85, secondo la quale al momento della risoluzione del contratto alcuni ratei di mutuo erano stati erogati e, conseguentemente la sorte capitale era inferiore a quella contenuta nel successivo estratto conto 11/10/96 risultando, peraltro, illegittimamente computati nell’importo complessivamente richiesto anche gli interessi relativi a ratei del piano di ammortamento maturati successivamente alla risoluzione anticipata del mutuo, oltre che illegittimamente praticata la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi.

Per tale complesso di ragioni era stata richiesta CTU contabile ingiustificatamente non accolta dalla Corte d’Appello.

La censura relativa alla violazione di legge è manifestamente inammissibile per evidente difetto di specificità desumibile dalla mancata indicazione delle modalità di reperimento sia dell’estratto conto del 1985 costituente la base di comparazione della dedotta eccessività della pretesa creditoria sia delle due voci d’incasso dei ratei di mutuo corrisposti asseritamente contenute nella liquidazione dell’attivo del fallimento FALP. Come affermato dalle S.U. con la pronuncia n. 22276 del 2011 “In tema di giudizio per cassazione, l’onere del ricorrente, di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, così come modificato dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 7 di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” è soddisfatto, sulla base del principio di strumentante delle forme processuali, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo di parte, anche mediante la produzione del fascicolo nel quale essi siano contenuti e, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo d’ufficio, mediante il deposito della richiesta di trasmissione di detto fascicolo presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata e restituita al richiedente munita di visto ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 3, ferma, in ogni caso, l’esigenza di specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 6, degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi. Nella specie, pur essendo stata formulata istanza ex art. 369 cod. proc. civ. non risultano indicati i dati necessari al reperimento dei documenti costituenti il fondamento della censura formulata. A tale riguardo del tutto insufficiente risulta il successivo estratto conto 11/10/96 cui, nell’illustrazione dei motivi precedenti è stata data una qualificazione giuridica del tutto diversa da quella postulata dal ricorrente ma il cui analitico esame è superfluo, in mancanza della comparazione con gli altri documenti.

Peraltro, si reputa necessario osservare, che la censura introduce valutazioni di fatti, quali il parziale pagamento del capitale, del tutto nuovi, come già esattamente indicato nella sentenza impugnata, analogamente a censure relative a voci quali quelle per commissioni o spese legali o all’illegittima applicazione dell’anatocismo, richiedenti un’indagine sui fatti incidenti sulla quantificazione finale dell’importo del tutto inammissibile in sede di sindacato di legittimità. Peraltro la sentenza impugnata aveva con motivazione sintetica ma adeguata evidenziato che tali tipologie di censure erano in larga parte nuove perchè implicanti accertamenti fondati su fatti non allegati in primo grado e preclusi ex art. 345 cod. proc. civ. in appello, rimettendo alla richiesta di CTU contabile una funzione meramente esplorativa, non consentita in nessuno dei due gradi di giudizio. Infine, c’è da osservare che tutte le contestazioni attinenti alla determinazione dei tassi d’interessi trae origine da una qualificazione dell’estratto conto 11/10/96 quale atto ricognitivo di una volontà confessoria ed abdicativa, mentre è stato reiteratamente evidenziato che tale atto non ha alcuna efficacia novativa delle pattuizioni sugli interessi del mutuo perfezionatosi tra le parti come consacrato nel contratto scritto del 1983.

Anche sotto il profilo del vizio di motivazione la censura è palesemente inammissibile mirando ad ottenere una vera e propria riapertura dell’istruzione probatoria in sede di legittimità.

Il ricorso, in conclusione, deve essere respinto, con applicazione del principio della soccombenza in ordine alle spese di lite.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del presente procedimento che liquida in favore della parte resistente in Euro 4000,00 per compensi oltre 200,00 per esborsi ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 27 marzo 2013.

Depositato in Cancelleria il 8 agosto 2013

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