Disconoscimento del contratto o di altra scrittura privata
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2 Giu 2016
 
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Disconoscimento del contratto o di altra scrittura privata

Il disconoscimento di un contratto, una lettera, di una firma apposta su qualsiasi altro documento o, più in generale, di qualsiasi scrittura privata deve essere specifico e determinato.

 

Colui contro il quale, in causa, è stato prodotto un contratto, una donazione, una lettera o qualsiasi altra scrittura privata, può contestare la firma sul documento con il cosiddetto disconoscimento della scrittura privata. In questo modo, egli dichiara che la firma o la scrittura della scrittura privata non è la sua e che, pertanto, tale documento non lo vincola.

In particolare, per il disconoscimento, la parte contro cui il documento in questione è prodotto deve:

 

negare formalmente la propria scrittura o la propria firma;

– effettuare il disconoscimento entro la prima udienza o con la prima risposta successiva alla produzione (termine perentorio); se però il disconoscimento è tardivo, è onere della controparte eccepirne la tardività, non potendo essere il giudice a rilevarlo d’ufficio.

 

A seguito del disconoscimento, la parte che ha prodotto la scrittura contestata può:

– rimanere in silenzio: in tal caso la scrittura disconosciuta non ha alcuna efficacia probatoria;

– proporre un’istanza volta ad accertare l’autenticità della scrittura: in questo caso si apre il procedimento di verificazione.

 

L’istanza di verificazione

Una volta che l’interessato abbia disconosciuto la scrittura privata, spetta alla controparte (che l’abbia prodotta e intenda avvalersene) provare il contrario, ossia la genuinità del documento e della firma. Lo dovrà fare con il cosiddetto procedimento di verificazione della scrittura privata la cui presentazione dell’istanza non richiede particolari formalità.

 

Lo scopo della verificazione è – come suggerisce il nome stesso – “verificare” che la firma apposta sulla scrittura in contestazione sia effettivamente quella del soggetto contro cui il documento è prodotto. Tale riscontro viene effettuato da un perito (esperto in grafologia) nominato dal giudice, il quale accerta se vi sia somiglianza o meno tra la firma presente sulla scrittura “dubbia” con quella apposta, dallo stesso presunto firmatario, su altri documenti. Documenti che devono, pertanto, essere prodotti da colui che propone l’istanza di verificazione (ossia da chi ritiene che la firma sia genuina). Egli, pertanto, nel momento in cui avanza l’istanza di verificazione deve proporre tutti i mezzi di prova utili per l’accertamento, producendo o indicando le scritture necessarie per la comparazione.

 

La verificazione può effettuarsi solo sull’originale della scrittura privata; se questa è stata depositata in copia, la parte che l’ha prodotta deve esibire l’originale. Se ciò non è possibile o se non viene dimostrato che la copia è identica al testo originale, il documento diventa inutilizzabile.

Il giudice dispone, quindi, le modalità di custodia della scrittura oggetto di verificazione ed assegna un termine per il deposito degli scritti di comparazione; se necessario, nomina un consulente tecnico di grafologia (art. 217 c. 1 c.p.c.). Può, inoltre, ordinare alla parte presunta autrice di scrivere sotto dettatura: se la parte rifiuta o non compare, la scrittura si intende riconosciuta (art. 219 c.p.c.).

 

 

Come si fa il disconoscimento della scrittura privata?

Torniamo sul gradino anteriore: quello del disconoscimento che deve fare colui contro il quale la scrittura è prodotta. Tale disconoscimento di scrittura privata, pur non richiedendo l’uso di formule particolari, non può mai essere generico, ma specifico e determinato. In particolare – secondo una recente sentenza della Cassazione [1] – è necessario che la parte contro la quale la scrittura è prodotta in giudizio:

 

  • se egli è l’autore apparente del documento prodotto, impugnando l’autenticità della stessa, nella sua interezza o limitatamente alla sottoscrizione e contestando formalmente tale autenticità;
  • nel caso di erede, acquirente o donatario dall’apparente sottoscrittore, dichiarando di non riconoscere la scrittura o la sottoscrizione di quest’ultimo.

In pratica chi intende disconoscere una scrittura privata è tenuto a negare formalmente la propria scrittura o la propria sottoscrizione. In altre parole la parte deve impugnare chiaramente l’autenticità del documento nella sua interezza o in ordine alla sottoscrizione.

Infatti, pur non imponendo formalità particolari, il codice richiede che la contestazione circa l’autenticità sia “specifica” e “determinata” così che ne risulti con certezza una volontà espressa in tal senso [2].


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 8 marzo – 27 maggio 2016, n. 11048
Presidente Matera – Relatore Abete

Svolgimento del processo

Con ricorso al tribunale di Latina L.D’A. e M.P.S. chiedevano ingiungersi ad E.M. il pagamento della somma di lire 78.480.000 oltre interessi e rivalutazione monetaria.
I ricorrenti esponevano di esser creditori del suindicato importo in virtù di scrittura privata siglata con il M. in data 1.8.1992.
Con decreto n. 16312001 il tribunale di Latina pronunciava l’ingiunzione così come richiesta.
Con atto di citazione del 4.5.2001 E.M. proponeva opposizione.
Deduceva, tra l’altro, “che il documento prodotto in sede monitoria è costituito da una informale copia fotostatica, di cui se ne disconosce il contenuto” (così ricorso, pag. 2); che la “scrittura privata non è stata sottoscritta né è mai esistita nei termini indicati dai ricorrenti” (così ricorso, pag. 2); che invero egli opponente ed il D’A. avevano stipulato un accordo giusta il quale quest’ultimo gli aveva ceduto le attrezzature e gli arredi esistenti all’interno dello studio ubicato in Latina, alla via Montesanto, n. 28, a fronte del corrispettivo di lire 18.200.000, oltre i.v.a., da versarsi mediante quattordici rate mensili da lire 1.300.000

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[1] Cass. sent. n. 11048 del 27.05.2016.

[2] Cass. sent. n. 9543/2002.

 


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