Cosa è la diffida a adempiere?
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2 Giu 2016
 
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Cosa è la diffida a adempiere?

Tra gli strumenti predisposti dal legislatore per consentire al creditore di tutelarsi dall’inadempimento del debitore è prevista la diffida ad adempiere, disciplinata dall’art. 1454 del codice civile.

 

Alla parte inadempiente l’altra parte può intimare per iscritto di adempiere in un congruo termine, dichiarando che, decorso inutilmente detto termine, il contratto s’intenderà senz’altro risolto (art. 1454 c.c.).

Il termine non può essere inferiore a quindici giorni, salva diversa pattuizione delle parti o salvo che, per la natura del contratto o secondo gli usi, risulti congruo un termine minore.

Decorso il termine senza che il contratto sia stato adempiuto, questo si risolve di diritto ossia automaticamente, senza bisogno di una sentenza che cancelli il vincolo (il giudice può essere solo chiamato ad accertare – con sentenza dichiarativa – l’avvenuto scioglimento del contratto).

 

L’intimazione, da parte del creditore, della diffida ad adempiere ed il decorso del termine fissato per l’adempimento, senza che il debitore esegua la sua prestazione, non eliminano la necessità dell’accertamento giudiziale della gravità dell’inadempimento che deve essere effettuata secondo un criterio che tenga conto sia dell’elemento oggettivo della mancata prestazione che, nel quadro dell’economia generale del contratto, degli aspetti soggettivi rilevabili tramite una indagine unitaria sul comportamento del debitore e sull’interesse del creditore all’esatto adempimento (Cass., 4 mggio 1994, n. 4275).

Secondo una recente sentenza della Cassazione [1], la diffida non determina risoluzione di diritto del contratto; la risoluzione deve essere dichiarata dal giudice (per il testo vedi in nota).

 

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In pratica

Il creditore, per ottenere il soddisfacimento della prestazione, può fare ricorso alla diffida ad adempiere, intimando per iscritto al debitore di eseguire la propria obbligazione in un termine — di regola — non inferiore a quindici giorni. Decorso inutilmente tale termine, il contratto si ha per risolto di diritto.

La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 8 marzo – 9 maggio 2016, n. 9317
Presidente Matera – Relatore Falabella

Svolgimento del processo

R.S.M. e S.M. , con citazione notificata il 24 maggio 2004, convenivano in giudizio, avanti al Tribunale di Bergamo, Residence Chiara s.r.l. chiedendo che venisse accertata la legittimità del loro recesso dal contratto preliminare di compravendita immobiliare del 10 ottobre 2002 per la malafede precontrattuale della controparte, la condotta contraria a correttezza e buona fede della stessa e i pretesi vizi dell’immobile promesso in vendita, oltre che per le difformità dello stesso rispetto alla concessione edilizia rilasciata. Gli attori chiedevano quindi che la società evocata in giudizio fosse condannata al pagamento della somma di Euro 60.000,00, pari al doppio della caparra confirmatoria versata, oltre interessi.
Residence Chiara si costituiva, chiedeva il rigetto della domanda attrice e, in via riconvenzionale, domandava che fosse accertata la legittimità del proprio recesso dal contratto preliminare, in relazione al rifiuto di controparte di concludere il contratto; chiedeva altresì l’accertamento del proprio diritto a trattenere la caparra confirmatoria.
Il Tribunale di Bergamo rigettava la domanda attrice e dichiarava che la convenuta

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[1] Cass. sent. n. 9317/2016.

 


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