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Lo sai che? Pubblicato il 3 giugno 2016

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Lo sai che? Patto di non concorrenza: di cosa si tratta?

> Lo sai che? Pubblicato il 3 giugno 2016

Il patto di non concorrenza tra impresa e lavoratore subordinato e parasubordinato: a cosa va applicato e i limiti.

 

Patto di non concorrenza: cos’è?

Come forse non tutti sapranno, il lavoratore ha un obbligo di fedeltà nei confronti dell’impresa presso cui ha prestato servizio [1], che cessa al termine del rapporto di lavoro. Attenzione, però: bisogna tener conto del c.d. patto di non concorrenza, collegato ma autonomo rispetto proprio a tale obbligo. Cerchiamo di capire di cosa si tratta.

Si tratta di un accordo distinto dal rapporto di lavoro e autonomo – come dicevamo – rispetto all’obbligo di fedeltà. Può essere stipulato in qualsiasi momento e riguarda esclusivamente il rapporto di lavoro subordinato e parasubordinato, pertanto non può applicarsi a ipotesi diverse (ad es. nel rapporto di agenzia, dato che l’agente è un lavoratore autonomo).

Più nel dettaglio, nel nostro ordinamento è prevista la possibilità di stipulare accordi volti a limitare l’attività dell’ex dipendente, nel rispetto di condizioni ben precise. In particolare, la norma dispone che un eventuale patto di questo genere sia nullo se:

  • non risulta da atto scritto (a pena di nullità),
  • non è pattuito un corrispettivo a favore del prestatore di lavoro,
  • il vincolo non è contenuto entro determinati limiti di oggetto, tempo e di luogo.

In ogni caso, la durata di tale vincolo non può andare oltre i 5 anni se si tratta di dirigenti, 3 anni negli altri casi [2].

Quanto deve essere pagato il lavoratore per il patto di non concorrenza?

Il corrispettivo deve essere congruo, cioè proporzionato all’obbligo imposto al lavoratore.

La legge non stabilisce né la forma del corrispettivo, né le modalità di erogazione. Pertanto per la giurisprudenza può essere erogato durante lo svolgimento del rapporto, alla fine, oppure ancora successivamente.

Nel primo caso la somma può essere stabilita come quota fissa oppure come percentuale legata alla retribuzione o ad elementi della retribuzione.

È consigliabile prestabilire una modalità di rivalutazione del patto di non concorrenza. Infatti, quando il corrispettivo diventi incongruo con il passare del tempo il lavoratore può chiederne la risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta, può agire per ottenere la rescissione per lesione o richiedere una valutazione di congruità del compenso.

Il corrispettivo del patto costituisce elemento distinto dalla retribuzione e riguarda un’obbligazione successiva al rapporto e non l’obbligazione di lavoro. È computabile nella retribuzione utile per il TFR soltanto quando è erogato mensilmente in costanza di rapporto di lavoro. Analogamente assume rilevanza ai fini dell’imponibilità contributiva solo nel caso di erogazione in misura fissa mensile o a percentuale, in aggiunta alla normale retribuzione.

Patto di non concorrenza: a cosa va applicato?

Da precisare che il patto in questione non riguarda le sole forme di concorrenza sleale, che si ha quando:

  • si imitano servilmente i prodotti di un concorrente, o si agisce con qualsiasi altro mezzo compiendo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente (atti di confusione): si considerino, ad esempio, gli atti per mezzo dei quali l’imprenditore cerca di far credere che il proprio prodotto provenga da un’impresa concorrente di maggiore prestigio;
  • si diffondono notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito (atti di denigrazione): basti pensare alla c.d. pubblica comparativa con la quale si esaltano le qualità del proprio prodotto criticando quelle del prodotto concorrente;
  • ci si appropria di pregi dei prodotti o dell’impresa di un concorrente (atti di vanteria);
  • ci si avvale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l’altrui azienda (atti contrari alla correttezza professionale): vengono compresi in questa categoria, ad esempio, lo spionaggio industriale e il c.d. storno di dipendenti, cioè l’azione volta a sottrarre al concorrente i dipendenti più validi o quelli più informati sui segreti aziendali.

Il patto di non concorrenza si stipula in relazione a qualunque attività potenzialmente concorrenziale anche se di per sé lecita, autonoma o subordinata che possa nuocere all’azienda.

Patto di non concorrenza: quali limite bisogna rispettare?

In ogni caso, l’accordo non può precludere al lavoratore qualsiasi opportunità professionale: è, infatti, necessario che il patto consenta di svolgere un’attività conforme alla qualificazione professionale maturata nel corso degli anni. In pratica, quando l’accordo riguarda un intero settore merceologico, si deve distinguere tra le attività tipiche ed esclusive del settore e le attività esercitabili indifferentemente in altri settori e, in relazione a tale distinzione, verificare se al lavoratore rimanga o no la possibilità di esercitare un’attività conforme al proprio corredo professionale [3]

 

Deve, poi, sussistere una correlazione tra attività vietate e interesse del datore di lavoro: si esclude, infatti, l’illegittimità del comportamento di un lavoratore che, pur lavorando alle dipendenze di un’impresa concorrente a quella del datore di lavoro nei confronti del quale si è impegnato con il patto di non concorrenza, svolga mansioni diverse rispetto a quelle del pregresso rapporto e non comporti alcun pericolo di concorrenza.

 

Stesse considerazioni per i limiti territoriali, che devono essere valutati in relazione ai limiti posti dall’accordo alla attività da svolgere. L’obiettivo della norma rimane quello di garantire al lavoratore la possibilità di continuare a svolgere un’attività confacente alle proprie attitudini e capacità. Pertanto, si ritiene che l’ambito territoriale del patto non possa rilevare di per sé.

Che succede se viene violato il patto di non concorrenza?

Se il patto di non concorrenza viene violato dal datore di lavoro, il lavoratore può agire per ottenere il compenso o per risolvere il contratto. In caso di violazione da parte del lavoratore, l’azienda può ripetere i compensi già erogati e chiedere il risarcimento dei danni provocati dal lavoratore.

Spesso, al fine di limitare le violazioni del patto da parte del lavoratore, nel contratto viene inserita una clausola che prevede una penale da pagare in caso di inadempimento.

note

[1] Art. 2105 cod. civ.

[2] Art. 2125 cod. civ.

[3] Cass. n. 10062, del 26.11. 1994.

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