Unioni civili e convivenze: quali dichiarazioni vanno fatte al Comune?
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3 Giu 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Unioni civili e convivenze: quali dichiarazioni vanno fatte al Comune?

Registrazione di unioni civili e convivenze di fatto: differenti per natura e funzioni le dichiarazioni da rendere presso gli uffici del Comune: quali sono gli adempimenti necessari per usufruire dei benefici di legge? Come e quando vanno effettuati?

 

La legge sulle unioni civili e le convivenze di fatto [1] è ormai ai nastri di partenza. Dal 5 giugno prossimo, infatti, entra in pieno vigore la riforma che permetterà:

 

– alle persone dello stesso sesso di legarsi con il nuovo vincolo dell’unione civile e così vedersi riconoscere per legge diritti e doveri per molti aspetti assimilabili a quelli previsti per le coppie sposate (per un approfondimento rinviamo all’articolo: “Unioni civili: come si procede, coppie gay, diritti e doveri”),

– ai conviventi di fatto (omosessuali o eterosessuali) che abbiano una stabile relazione affettiva di beneficiare di una serie di tutele crescenti fino ad ora riservate solo ai coniugi e agli stretti familiari (ne abbiamo parlato qui: “Conviventi di fatto, i nuovi contratti: diritti e doveri”).

 

Ma quali sono gli adempimenti necessari per rientrare tra i destinatari della riforma? A partire da quale momento sorgono i nuovi diritti e doveri per coppie di gay e conviventi? E’ sempre necessaria la registrazione all’anagrafe? Che succede in caso di mancata registrazione?

Per rispondere a queste domande è necessario innanzitutto distinguere tra le rispettive discipline previste per le unioni civili e le convivenze di fatto.

 

 

 

UNIONI CIVILI

Che cosa bisogna fare per creare un’unione civile?

Affinché il legame giuridico dell’unione civile possa dirsi instaurato occorre che due persone maggiorenni dello stesso sesso facciano una espressa dichiarazione all’ufficiale di stato civile di voler costituire tra loro una unione.

Tale dichiarazione (al pari di quanto è previsto per il matrimonio) deve essere fatta personalmente alla presenza di due testimoni.

L’ ufficiale di stato civile che riceve la dichiarazione deve, di seguito, provvedere alla registrazione dell’unione nell’archivio dello stato civile [2] .

La suddetta dichiarazione, dunque, ha per le unioni civili una funzione costitutiva dell’unione stessa e, pertanto, senza di essa la coppia, se convivente, potrà solo beneficiare delle tutele riservate dalla stessa legge ai conviventi di fatto.

 

 

CONVIVENZE DI FATTO

I conviventi devono formalizzare il loro rapporto?

Le cose stanno diversamente per i conviventi di fatto, definiti dalla nuova legge come “ due persone maggiorenni, unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”. Che si tratti di coppie omosessuali o eterosessuali non ha alcuna rilevanza.

A differenza di quanto avviene per il matrimonio e per le unioni civili, per tali convivenze la legge non prevede alcun obbligo di registrazione e quindi di una preventiva dichiarazione da farsi presso gli uffici del Comune.

I diritti e doveri previsti nella nuova legge scattano, infatti, in automatico per il fatto di trovarsi in una condizione di convivenza di fatto stabile (intesa come dimora abituale nello stesso Comune) e si applicano anche a tutte le convivenze di fatto già esistenti senza che occorra da parte di queste ultime una specifica dichiarazione.

 

 

Quali adempimenti bisogna compiere?

Precisato che la coppia non deve fare la dichiarazione (dinanzi all’ufficiale di stato civile) necessaria per costituire un’unione civile, ciò non toglie che essa possa comunque rivolgersi agli uffici del Comune per rendere le cossiddette dichiarazioni anagrafiche (di residenza o di stato di famiglia).

Per i conviventi di fatto, tuttavia, le dichiarazioni anagrafiche hanno solo un valore di prova in merito all’esistenza e alla durata della convivenza, la cui stabilità andrà accertata in base alle norme del Regolamento anagrafico della popolazione residente [3] che prevedono:

 

– l’iscrizione all’anagrafe della popolazione residente di ogni Comune anche delle persone conviventi: nella definizione di “famiglia anagrafica” sono ricomprese, infatti, anche le persone legate da vincoli affettivi [4]

 

– e il conseguente rilascio delle relative certificazioni anagrafiche [5] come, ad esempio, quelle concernenti il trasferimento di residenza o mutamenti intervenuti nella composizione della famiglia o della convivenza.

 

 

Come si prova la convivenza?

La legge troverà, quindi, applicazione anche nei confronti dei conviventi di fatto che non abbiano effettuato le dichiarazioni anagrafiche previste dalla legge.

In tale ipotesi, l’interessato (ove sorga contestazione in merito) potrà provare la convivenza in qualsiasi altro modo (ad esempio con dichiarazioni testimoniali), atteso che l’inizio e la durata della convivenza hanno un valore determinante ai fini dell’applicabilità di molti dei diritti riservati ai conviventi (si pensi, solo per fare un esempio, al diritto del partner superstite a subentrare, in caso di morte dell’altro, nel godimento dell’immobile di comune abitazione).

Dunque la dichiarazione anagrafica (di residenza o di stato di famiglia) non è indispensabile per godere dei benefici di legge, ma senz’altro quanto mai opportuna onde evitare l’insorgere di contestazioni in merito alla sussistenza del rapporto di stabile convivenza.

 

 

Quale dichiarazione è meglio fare per avere la prova certa della convivenza?

Sicuramente per provare la convivenza può bastare anche la semplice dichiarazione di residenza nella medesima abitazione ma di sicuro potrebbe essere ancora più incisiva, ai fini probatori, la certificazione di stato di famiglia derivante dalla dichiarazione di aver costituito una nuova famiglia.

 

 

La dichiarazione all’anagrafe può essere fatta da uno solo dei conviventi?

Si ma con alcune cautele.

La regola dovrebbe essere quella che i conviventi, nel loro interesse, facciano all’ufficio anagrafe una dichiarazione contestuale che attesti la comune residenza nello stesso Comune.

Se, tuttavia, tale dichiarazione venga effettuata da uno solo dei partners, questi dovrà darne comunicazione all’altro mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento. In mancanza della suddetta comunicazione non sarà possibile utilizzare le risultanze anagrafiche per provare la convivenza ai fini dell’applicazione dei benefici di legge.

 

 

Allora le dichiarazioni anagrafiche non sono obbligatorie?

Si lo sono, ma non ai fini dell’applicabilità dei benefici riservati dalla nuova legge ai conviventi.

Se, infatti, ciascuno dei conviventi potrà provare in qualsiasi modo la sussistenza (o la non sussistenza) della convivenza stabile, le dichiarazioni presso l’ufficio anagrafe rappresentano, comunque, un generale obbligo per ciascun cittadino in base alla legge sull’ordinamento anagrafico [6]. Ciò è tanto vero che l’anagrafe può provvedervi anche d’ufficio in caso di inerzia dei soggetti tenuti a rendere le dichiarazioni dovute per legge [7].

 

Quali dichiarazioni occorrono per stipulare un contratto di convivenza?

Ai conviventi di fatto la legge riconosce, inoltre, la possibilità di disciplinare i rapporti patrimoniali riguardanti la loro vita in comune attraverso “I contratti di convivenza”.

Tali contratti vanno redatti, a pena di nullità, in forma scritta, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato, i quali ne devono attestare la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.

A seguito della stipula, il professionista dovrà trasmetterne copia (entro 10 giorni) al Comune di residenza dei conviventi per consentire l’iscrizione del contratto nei registri anagrafici in cui è stata registrata la convivenza; ciò al fine di permettere che gli accordi raggiunti dai conviventi siano opponibili ai terzi.

Da ciò si deduce che, ove la coppia intenda procedere alla stipula di un contratto di convivenza, la preventiva registrazione all’anagrafe risulta un adempimento necessario e, ove manchi, dovrà necessariamente essere effettuata prima della trasmissione al Comune dell’accordo da parte del professionista.

 


In pratica

Tenendo ben distinte le situazioni relative alle unioni civili e alle coppie di conviventi possiamo così schematizzare tre diverse situazioni relative alle dichiarazioni da effettuarsi presso il Comune al fine di usufruire dei benefici previsti dalla nuova legge:

 

1- Unioni civili tra persone dello stesso sesso: i due partners devono necessariamente rendere una dichiarazione espressa, alla presenza di due testimoni, dinanzi all’ufficiale di stato civile, il quale, di seguito, procederà a registrare l’unione nei registri di stato civile.

 

2- Convivenze di fatto: i benefici di legge si applicano ai conviventi di fatto in modo automatico in quanto la legge indica solo un criterio legale di prova della convivenza costituito dalla conferma della disciplina (già in vigore) che prevede l’obbligatorietà delle dichiarazioni anagrafiche (di residenza e di stato di famiglia). In mancanza di tali dichiarazioni, tuttavia, la convivenza stabile potrà essere provata anche in altro modo.

Se, però, sia solo uno dei partners a rendere la dichiarazione anagrafica, questi dovrà darne comunicazione all’altro tramite raccomandata a.r., altrimenti non potrà utilizzare le risultanze anagrafiche per provare la convivenza ai fini dell’applicazione dei benefici di legge.

 

3- Contratti di convivenza: per le coppie di conviventi che vogliano stipulare un contratto di convivenza, la dichiarazione anagrafica (con conseguente registrazione della convivenza) è un passaggio obbligato della procedura poiché, in tal caso, il professionista (notaio o avvocato) delegato dalle parti è tenuto a trasmettere l’accordo presso il Comune in cui la convivenza risulta già registrata affinchè esso possa essere fatto valere anche nei confronti dei terzi.

[1] Legge 20 maggio 2016, n. 76 in vigore dal 5 giugno 2016.

[2] Nel co. 28 della L. n. 76/2016 si delega il Governo ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, un apposito decreto legislativo per l’adeguamento alle previsioni della legge delle disposizioni dell’ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni, mentre nel co. 34 si autorizza il Presidente del Consiglio dei ministri, ad emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge, eventuali disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell’archivio dello stato civile nelle more dell’entrata in vigore dei decreti legislativi. Andrà quindi creata in tale archivio un’autonoma sezione in aggiunta a quelle attuali relative alla cittadinanza alla nascita, al matrimonio e alla morte

[3] Regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223. (Regolamento anagrafico della popolazione residente) modificato dal DPR 17 luglio 2015, n. 126.

[4] L’art. 4 del Regolamento anagrafico stabilisce che “agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune” e che “una famiglia anagrafica può essere costituita da una sola persona”. L’art. 5 definisce, invece, come “convivenza anagrafica” “un insieme di persone normalmente coabitanti per motivi religiosi, di cura, di assistenza, militari, di pena e simili, aventi dimora abituale nello stesso comune”.

[5] L’art. 13 del Regolamento anagrafico indica quali sono le dichiarazioni che gli interessati (per sé e per i figli minori) devono obbligatoriamente effettuare all’anagrafe. Si tratta del: a) il trasferimento di residenza da altro comune o dall’estero ovvero trasferimento di residenza all’estero; b) la costituzione di nuova famiglia o di nuova convivenza, ovvero altri mutamenti intervenuti nella composizione della famiglia (ivi compresi i conviventi di fatto) o della convivenza (cioè le convivenze comunitarie) ; c) il cambiamento di abitazione; d) il cambiamento dell’intestatario della scheda di famiglia o del responsabile della convivenza (comunitaria); e) il cambiamento della qualifica professionale; f) cambiamento del titolo di studio.

[6] Art. 3 della legge 24 dicembre 1954, n. 1228, Ordinamento delle anagrafi della popolazione residente.

[7] Ai sensi dell’art. 13 Regolamento di cui al D.P.R. 223/89, “Qualora l’ufficiale di anagrafe accerti, a seguito delle indagini prescritte dall’art. 4 della legge 24 dicembre 1954, n. 1228 – in genere su segnalazione di privati, o di un parente dell’interessato, o dei vigili urbani o del coniuge di chi, separatosi, non provvede a modificare la residenza – che le dichiarazioni obbligatorie non siano state rese, deve invitare gli interessati a renderle e nel caso di mancata dichiarazione, provvede d’ufficio ai conseguenti adempimenti e li notifica agli interessati entro dieci giorni.

Ugualmente quando risulti che una persona o una famiglia abbia trasferito la residenza senza aver reso la dichiarazione l’ufficiale di anagrafe deve darne notizia al comune competente in relazione al luogo ove la persona o la famiglia risulta di fatto trasferitasi, per i conseguenti provvedimenti. L’ufficiale di anagrafe deve effettuare le registrazioni nell’anagrafe entro due giorni lavorativi dalla data di ricezione delle comunicazioni dello stato civile o dalle dichiarazioni rese dagli interessati, ovvero dagli accertamenti da lui disposti. L’ufficiale d’anagrafe, entro quarantacinque giorni dalla ricezione delle dichiarazioni rese accerta la effettiva sussistenza dei requisiti previsti dalla legislazione vigente per la registrazione.

 


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