Tipologie di dolo
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4 Giu 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Tipologie di dolo

Dolo antecedente, concomitante e susseguente, dolo diretto e dolo eventuale, dolo d’impeto e dolo di proposito, dolo di danno e dolo di pericolo, dolo generico e dolo specifico.

 

 

Dolo antecedente, concomitante e susseguente

L’imputazione a titolo di dolo, in omaggio al principio cogitationis poena nemo patitur, presuppone che la volontà si traduca in realizzazione almeno nello stadio del tentativo punibile. Infatti la volontà rileva come espressione di un potere di conformazione della realtà e non come mero dato psicologico. Per questo, in linea di principio, è privo di rilievo il dolo antecedente e il dolo susseguente. Il primo è quello che si riscontra al momento iniziale della condotta. Il secondo quello che interviene dopo il compimento dell’azione od omissione. Per principio generale occorre che il dolo sussista al momento del fatto e perduri per tutto il tempo in cui la condotta rientra nella signoria del soggetto. Esso cioè deve abbracciare la condotta tipica fino all’ultimo atto (cd. dolo concomitante).

 

Ne deriva che l’eventuale venir meno della volontà in senso strettamente psicologico è privo di rilevanza dove l’agente non sia più in grado di incidere sullo svolgimento degli accadimenti. Infatti ponendo in moto il meccanismo causale il reo ha fatto quanto era in lui per il verificarsi del risultato e il pentimento che poi sopravvenga non può escludere la responsabilità salve le conseguenze del pentimento operoso. Quanto al dolo successivo deve ritenersi che esso non comporti responsabilità per l’evento se il fatto commesso non costituisca di per sé reato giacché il compiacimento per quanto è stato commesso non può equivalere al dolo. Va però ricordato che a volta dalla propria attività sorge il dovere di agire per impedire l’evento dannoso che ne può derivare per cui, ove la possibilità di stornarlo esiste, il soggetto ne risponde a norma dell’art. 40 comma 2 c.p. Si pensi al caso dell’infermiera che, per un fatale equivoco, somministra un potente veleno ad un paziente e, accortasi dell’errore, omette intenzionalmente di attivarsi perché il veleno sia neutralizzato. Qui il dolo susseguente non trasforma in dolosa la precedente azione incolpevole, ma fa sorgere un reato in relazione al fatto che l’infermiera non ha agito per impedire l’evento come avrebbe dovuto.

 

 

Dolo diretto e dolo eventuale

Il vero problema in ordine al momento volitivo del dolo consiste nello stabilire in quali casi un risultato esteriore della condotta umana può dirsi voluto. Innanzitutto si considerano voluti i risultati cui era diretta la volontà dell’agente cioè quelli che costituiscono uno degli scopi per i quali l’agente ha operato. La volontà qui ha direttamente di mira l’evento, è diretta alla realizzazione dello stesso che è certamente voluto (cd. dolo intenzionale o diretto).

 

Tuttavia a volte accade che il soggetto ha previsto un risultato della sua condotta anche se non ha agito propriamente allo scopo di determinarlo. Per es. il soggetto voleva infrangere una vetrina, ma ha previsto che dal fatto potesse derivare il ferimento di una persona. Ebbene il ferimento che ne derivi può dirsi voluto? E in caso affermativo in base a quale criterio?

 

La delicata controversia va risolta attraverso il criterio del consenso. Si considerano cioè volute le conseguenze che l’agente ha approvato per l’eventualità che si verificassero, le conseguenze cioè del cui verificarsi ha accettato il rischio. Di conseguenza vi è dolo anche quando la realizzazione del fatto reato, non direttamente avuta di mira dal soggetto, è prevista ed accettata come possibile conseguenza della propria condotta. La volontà sussiste anche quando il soggetto pur non agendo per la realizzazione dell’evento ulteriore, o anche sperando che non si verifichi, ne accetta il verificarsi: si parla in tal caso di dolo eventuale.

 

Ciò accade anzitutto quando la conseguenza ulteriore del soggetto diretta ad altro fine si presenti certa. Anzi in questo caso taluni autori parlano di dolo diretto riservando il nome di dolo eventuale alle conseguenze accettate per il loro probabile, eventuale e non certo verificarsi. Accade altresì in relazione alle conseguenze probabili dell’azione diretta ad altro fine che parimenti devono ritenersi accettate se il soggetto ha previsto il loro verificarsi ma ciò nonostante ha deciso di agire anche a costo di determinarle e quindi accettando il rischio della loro verificazione. In ordine alle conseguenze possibili occorre invece valutare l’atteggiamento del soggetto che potrebbe aver agito nella convinzione che l’evento non si sarebbe verificato perché è convinto di poterlo evitare. In questo caso, infatti, è ravvisabile piuttosto colpa cosciente.

 

In conclusione da quanto detto risulta che, per potersi considerare voluto un certo risultato, non è necessario che esso sia stato il punto di mira dell’attività criminosa: è sufficiente che il reo l’abbia previsto come possibile accettando il rischio della sua verificazione. Solo se il soggetto, pur essendosi rappresentato l’evento, ha operato con la sicura convinzione che non si sarebbe verificato, il medesimo non si considera voluto e la ricorrenza del dolo è esclusa.

 

 

Dolo alternativo e dolo indeterminato

Il dolo cd. alternativo si contraddistingue per il fatto che il soggetto attivo prevede e vuole alternativamente, con scelta sostanzialmente equipollente, l’uno o l’altro degli eventi ricollegabili alla sua condotta (ad es. la morte o il grave ferimento della vittima). Gli aspetti idonei a qualificare il dolo alternativo sono essenzialmente due: da un lato, l’ontologica incompatibilità degli obiettivi verso cui è diretta la condotta antidoverosa del reo e, dall’altro, l’assoluta pariteticità di essi nella prospettiva volontaristica del reo.

 

Dottrina e giurisprudenza hanno discusso a lungo in merito alla possibilità di ricondurre il dolo alternativo nelle forme del dolo diretto o del dolo eventuale. In un primo tempo il dolo alternativo, infatti è stato considerato una species del più ampio genus di dolo eventuale in quanto anche in questo caso il soggetto agisce per uno scopo diverso rispetto ad eventi che lui stesso si rappresenta astrattamente ed indifferentemente come probabili, accettandone così il rischio del loro verificarsi. Nel dolo eventuale sarebbe unico l’elemento di riferimento di accettazione del rischio, mentre nel dolo alternativo sarebbe plurimo. In giurisprudenza oggi, invece, domina quell’orientamento che configura il dolo alternativo quale componente appartenente al genus del dolo diretto; il dolo alternativo infatti è inteso quale manifestazione di una volontà diretta e non eventuale in quanto il reo si rappresenta e vuole indifferentemente e alternativamente sia l’uno che l’altro degli eventi che siano casualmente riconducibili alla condotta coscientemente posta in essere. Gli eventi si equivalgono e l’agente risponde per quello effettivamente realizzato. Il dolo indeterminato ricorre quando il soggetto agisce volendo, alternativamente o cumulativamente, due o più risultati e il contenuto del dolo e il titolo del reato sono determinati dall’esito effettivamente realizzato (dolus indeterminatus determinatur ab exitu).

 

 

Dolo d’impeto e dolo di proposito

Il primo ricorre quando il soggetto decide all’istante, improvvisamente di commettere il delitto, senza nessun intervallo tra momento ideativo e momento esecutivo; il secondo quando trascorre un considerevole lasso di tempo tra il sorgere della idea criminosa e la sua concreta attuazione. Ad avviso della Cassazione, non sussiste incompatibilità logica e giuridica tra dolo d’impeto e dolo eventuale, posto che l’agire sulla spinta emotiva del momento non esclude la lucidità mentale e le facoltà cognitive che consentono di prevedere ed accettare il rischio dell’evento come conseguenza della propria azione (Cass. 30-5-2013, n. 23517). Quest’ultima figura introduce al tema della premeditazione che costituisce circostanza aggravante dei delitti contro l’integrità fisica e la vita. Essa richiede il concorso di due elementi: uno cronologico, consistente in un apprezzabile intervallo di tempo tra la risoluzione criminosa e l’azione, intervallo che consente al soggetto di riflettere sulla decisione presa e di recedere dal proposito criminoso: la circostanza che, nonostante ciò il soggetto porti comunque a termine il suo proposito, senza che i motivi inibitori riescano a prevalere su quelli a delinquere, dimostra una maggiore capacità criminale dell’agente: l’altro elemento è di tipo psicologico e consiste nel perdurare nell’animo del soggetto, senza soluzione di continuità, di una risoluzione criminosa irrevocabile chiusa ad ogni motivo di resipiscenza. È quindi da respingere la tesi tradizionale che vedeva nella freddezza e pacatezza dell’animo al momento del delitto (frigido pacatoque animo) la caratteristica della aggravante in questione. L’analisi psicologica dimostra infatti che ogni delitto implica impegno e concitazione. La premeditazione non richiede neppure la predisposizione dei mezzi potendo consistere.

 

 

Dolo di danno e dolo di pericolo

È una distinzione che si basa sulle conseguenze volute dal soggetto. Il primo ricorre se il soggetto volesse ledere il bene protetto dalla norma; il secondo se il soggetto volesse solo minacciare il bene.

 

 

Dolo generico e dolo specifico

Tale ripartizione tiene conto dei motivi che inducono il soggetto ad agire e della loro rilevanza. Nel primo caso la legge richiede semplicemente la rappresentazione e la volontà del fatto descritto nella norma incriminatrice senza che rilevi il fine perseguito dall’agente; nel secondo la legge esige che il soggetto abbia agito per un fine particolare la cui realizzazione però non è necessaria per l’esistenza del reato (ANTOLISEI). Qui la legge dà rilevanza allo scopo dell’azione il cui concreto raggiungimento non è necessario ai fini della consumazione del reato. Si pensi al fine di uccidere nel delitto di strage. Perché sussista il reato occorre che il soggetto abbia posto in essere gli atti idonei a porre in pericolo la pubblica incolumità al fine di uccidere; a questo punto il reato è perfetto anche se non si verifichi la morte di una o più persone anche se è necessario che il soggetto abbia agito precipuamente con quell’intento.

 

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