La colpa
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4 Giu 2016
 
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Edizioni Simone
 


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La colpa

Definizione di colpa; il reato colposo come figura autonoma; la suitas; l’inosservanza delle regole di condotta.

 

 

Definizione

L’art. 43 c.p. afferma che «il delitto è colposo o contro l’intenzione quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza, imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline». Fra gli elementi costitutivi della colpa rientra in primo luogo la mancanza di volontà dell’evento; occorre cioè che il soggetto non lo voglia direttamente né accetti il rischio del suo verificarsi. Si tratta, però, di una nozione incompleta perché non comprende la colpa nei reati di mera condotta.

 

È allora opportuno, analogamente a quanto fatto per il dolo, identificare la caratteristica della colpa nella mancanza di volontà del fatto. Dalla definizione si deduce, inoltre, che occorre che l’evento si sia verificato per inosservanza di regole cautelari ossia per imprudenza, negligenza o imperizia, ovvero per la violazione di leggi, regolamenti, ordini o discipline. La colpa, considerata una forma meno grave di colpevolezza rispetto al dolo, rappresenta comunque un atteggiamento antidoveroso della volontà e quindi riprovevole. Il soggetto cioè aveva il dovere e il potere di comportarsi con cautela ed attenzione mentre ha agito con leggerezza. Ora, visto che gli interessi protetti possono essere pregiudicati non solo dalla volontà di lederli, ma anche da un comportamento incauto che esprime scarsa considerazione degli stessi l’agente è meritevole di sanzione punitiva. Perché il soggetto agente sia rimproverabile occorre pertanto che gli sia attribuibile l’inosservanza di tali regole di condotta in quanto se ne poteva richiedere il rispetto.

 

 

Il reato colposo come figura autonoma

Secondo parte della dottrina il reato colposo non rappresenta un quid che si differenzia da quello doloso solo sub specie dell’elemento soggettivo, ma è un reato che presenta caratteristiche strutturali proprie che emergono già sul piano dell’elemento oggettivo (condotta, evento e nesso di casualità) cioè della tipicità per riflettersi poi sul piano della colpevolezza (FIANDACA – MUSCO). Quanto alla condotta assumono rilevanza non solo comportamenti coscienti e volontari ma anche atti riflessi, istintivi, abituali o dovuti a dimenticanza ma che potevano essere controllati. Quanto al nesso di causalità nei reati colposi di evento questo deve essere conseguenza di una condotta antidoverosa violativa della norma cautelare. L’evento deve quindi essere il risultato non tanto dell’azione materiale, ma dell’azione antidoverosa contrastante con il dovere di diligenza. Deve cioè concretizzarsi nel rischio che la norma cautelare tendeva ad evitare. È dubbia l’esistenza del nesso di causalità quando risulta che l’evento materialmente causato dal soggetto si sarebbe ugualmente verificato tenendo la condotta conforme al dovere di diligenza (cd. comportamento alternativo lecito). L’evento lesivo deve essere quindi del tipo di quello che la norma cautelare tendeva ad evitare. Se così non fosse la responsabilità colposa si trasformerebbe in responsabilità oggettiva basata sul mero versari in re illicita.

 

 

La suitas

Nel reato colposo assumono rilevanza non solo comportamenti coscienti e volontari, ma anche comportamenti privi di coscienza e volontà quali coefficienti psicologici reali. Ma allora cosa significa coscienza e volontà nel reato colposo? A prima vista esulerebbero gli atti riflessi, automatici, istintivi, abituali. Tuttavia nella prassi giudiziaria essi costituiscono le ipotesi tipiche di reato colposo. Si deve forse ritenere che nei reati colposi vengono incriminate delle non azioni? Va detto allora che nel reato colposo esiste azione penalmente rilevante finché è possibile un rimprovero per colpa. Il concetto di coscienza e volontà va allora differenziato a seconda che acceda ad un reato colposo o doloso. In quest’ultimo coscienza e volontà indicano coefficienti psicologici effettivi; nel primo invece indicano ora un dato psicologico effettivo ora un dato psicologico normativo. Qui l’azione si considera cosciente e volontaria se era dominabile dal volere. È tale allora l’atto che poteva essere impedito attraverso l’attivazione dei poteri di arresto, impulso o inibizione. Al soggetto allora si rimprovera di non aver attivato coscienza e volontà che poteva attivare.

 

 

L’inosservanza delle regole di condotta

Per quanto riguarda le fonti delle regole cautelari, queste possono avere una fonte sociale o giuridica. Le prime derivano da massime di esperienza attraverso un giudizio prognostico sulla pericolosità della attività e sui mezzi necessari per evitare i danni. La loro violazione dà luogo ad imprudenza, negligenza o imperizia cioè a colpa generica.

 

In tema di colpa generica, l’individuazione della regola cautelare non scritta va effettuata provvedendo, prima, a rappresentare l’evento nei suoi elementi essenziali e, poi, a formulare l’interrogativo se tale evento fosse prevedibile ex ante ed evitabile con il rispetto della regola in oggetto, alla luce delle conoscenze tecnico – scientifiche e delle massime di esperienza (in tal senso, Cass..5-9-2013, n. 36400). Si ha imprudenza quando si viola una regola cautelare di non tenere una certa condotta o di tenerla con modalità diverse. Si ha negligenza quando si viola una regola di condotta che richiede un’attività positiva. Si ha imperizia in relazione ad attività che richiedono cognizioni tecniche per cui si tratta di imprudenza o negligenza qualificate. Alle regoli cautelari aventi fonti giuridiche si riferisce l’art. 43 c.p. quando parla di inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline (cd. colpa specifica). La positivizzazione delle regole di condotta a contenuto cautelare è fenomeno sempre più frequente poiché soddisfa in misura maggiore i principi di certezza giuridica e tassatività più delle elastiche leggi sociali.

 

Il riferimento alla legge non va inteso come fatto a qualsiasi legge poiché argomentando in tal modo si avrebbe un’ipotesi di responsabilità oggettiva basata sul canone qui in re illecita versatur tenetur etiam pro casu. Il riferimento alla legge ha ad oggetto solo le norme cautelari il cui fine sia quello di evitare eventi pregiudizievoli per i terzi. La regola cautelare può avere diversi contenuti: a volte può imporre di desistere dall’azione che presenta un rischio troppo elevato: es. chi è stanco deve astenersi dal porsi alla guida di un’automobile. Altre volte impone di compiere l’azione solo adottando determinate cautele.

 

Nell’obbligo di diligenza sono compresi anche obblighi di informazione e di controllo: così chi occupa una posizione sovraordinata in un gruppo deve scegliere con oculatezza i propri operatori e vigilare sul loro operato. Per quanto riguarda l’identificazione delle regole di condotta occorre far riferimento al criterio della prevedibilità e prevenibilità secondo la miglior scienza ed esperienza del momento storico. Tale criterio oggettivo permette di identificare quali regole cautelari quelle che prescrivono comportamenti nn tenendo i quali è prevedibile e tenendo i quali è prevenibile un evento dannoso secondo la miglior scienza ed esperienza specifiche (MANTOVANI). Nel giudizio di «prevedibilità», richiesto per la configurazione della colpa, va considerata anche la sola possibilità per il soggetto di rappresentarsi una categoria di danni sia pure indistinta potenzialmente derivante dalla sua condotta, tale che avrebbe dovuto convincerlo ad adottare più sicure regole di prevenzione: in altri termini, ai fini del giudizio di prevedibilità, deve aversi riguardo alla potenziale idoneità della condotta a dar vita ad una situazione di danno e non anche alla specifica rappresentazione ex ante dell’evento dannoso, quale si è concretamente verificato in tutta la sua gravità ed estensione (Cass. 21-8-2013, n. 35309).

 

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