Tipologie di colpa
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5 Giu 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Tipologie di colpa

Colpa generica e specifica, colpa cosciente e incosciente, colpa propria e impropria.

 

Affinché sussista una responsabilità per colpa non è sufficiente la oggettiva inosservanza della regola di condotta ma occorre anche che tale inosservanza sia attribuibile al soggetto agente. In sostanza, per integrare la fattispecie del reato colposo, è necessaria una doppia misura della colpa: non solo che sia posta in essere una condotta oggettivamente contraria alle regole di diligenza previste (cd. misura oggettiva della colpa), ma è anche necessario che tale condotta sia attribuibile dal punto di vista psicologico all’agente, sotto forma di un’omissione da parte sua dell’esercizio dei poteri di controllo sul decorso causale del fatto (cd. misura soggettiva della colpa). A tal ultimo proposito occorre distinguere tra colpa generica e colpa specifica.

Attribuibilità e colpa generica

Nel primo caso si fa riferimento al criterio della prevedibilità ed evitabilità nel senso che un rimprovero può essere mosso solo quando il soggetto poteva prevedere ed evitare il fatto di reato. Se questo era imprevedibile o inevitabile nessuna colpa è ravvisabile a carico dell’agente. In giurisprudenza si è precisato che, ai fini del giudizio di prevedibilità, deve aversi riguardo alla potenziale idoneità della condotta a dar vita ad una situazione di danno e non anche alla specifica rappresentazione ex ante dell’evento dannoso, quale si è concretamente verificato in tutta la sua gravità ed estensione (in tal senso Cass. 6-2-2007, n. 4675). Il relativo giudizio tiene conto di tutte le circostanze e caratteristiche dell’agente concreto rapportato all’agente modello della stessa cerchia sociale cui il primo appartiene: homo eiusdem condicionis ac professionis. Ne consegue che è individuabile una pluralità di agenti-modello in corrispondenza dei diversi tipi di attività e condizioni (es. automobilista modello, medico-modello etc.) e all’interno dei diversi tipi di attività (medico generico, medico chirurgo, medico trapiantista). Si tiene però conto di ulteriori conoscenze superiori dell’agente concreto nel qual caso assumerà egli stesso le vesti di agente-modello.

Attribuibilità e colpa specifica 

Per quanto riguarda la colpa specifica si ritiene sufficiente la violazione di una delle regole poste dall’autorità perché si abbia responsabilità. Ciò perché l’inosservanza di tali regole cautelari concreta di per sé imprudenza essendo poste al fine di evitare eventi rispetto ai quali il relativo giudizio di prevedibilità e evitabilità è stato già operato una volta per tutte dal legislatore. La colpa però non si estende comunque a tutti gli eventi che ne siano derivati, ma solo a quelli che la norma mirava a prevenire; occorre cioè che si sia verificato uno di quegli eventi alla cui prevenzione la norma violata era destinata. Per cui se l’automobilista viaggia sull’altra corsia risponde dell’investimento del ciclista che proviene in senso contrario. Se invece urta una pietra che ferisce un passante risponderà solo di violazione del regolamento stradale.

Il rispetto di queste regole può però non essere sufficiente per escludere la responsabilità poiché l’osservanza della norma scritta può non esaurire i doveri di diligenza e prudenza del soggetto. Se infatti è prevedibile che nonostante l’osservanza della norma scritta possa derivare l’evento il soggetto dovrà attingere ad una regola sociale. Si pensi al caso del soggetto che rispetti il limite di velocità, ma si renda conto che nelle vicinanze ci sono dei bambini che possono attraversare improvvisamente la strada. Qui l’osservanza di una regola sociale impone di scendere al di sotto del limite legale.

Attribuibilità e comportamenti di terzi 

Ci si chiede se in capo al soggetto possano gravare obblighi cautelari relativi alla condotta di terze persone, se cioè egli debba osservare regole precauzionali tese ad evitare comportamenti dannosi di terzi. In proposito va distinto tra norme cautelari scritte e norme derivanti dagli usi sociali. Nel primo caso occorre vedere se tra gli eventi che la norma tende ad evitare vi rientrino i comportamenti dannosi dei terzi: così se un ordine di servizio impone ad un agente di polizia di perquisire chiunque si avvicini ad un uomo politico, tale ordine mira proprio ad impedire che terzi possano uccidere l’uomo politico. In tal caso se la perquisizione non viene effettuata o viene effettuata male l’agente potrà essere chiamato a rispondere di omicidio o lesioni qualora l’uomo politico subisca un’aggressione. Al di fuori delle norme scritte che tendono ad evitare comportamenti dannosi di terzi deve dirsi che la previsione che un proprio comportamento possa agevolare la condotta colposa di terzi non è sufficiente a far sorgere la responsabilità perché ognuno può confidare nel fatto che i terzi si comportino diligentemente. Se si presuppone nei terzi l’attitudine ad una autodeterminazione responsabile ne deriva che ciascuno deve evitare solo i pericoli che derivano dalla propria condotta. A questo principio vi sono però delle eccezioni.

 

Anzitutto in certe ipotesi il soggetto non può attendersi dal terzo un comportamento responsabile: si pensi al caso di chi presti una macchina ad un minore sprovvisto di patente. Qui il soggetto non può pretendere dal terzo un comportamento diligente per cui se gli presta una macchina viola una norma cautelare che impone di non mettere a disposizione il veicolo di soggetti non abilitati che non hanno attitudine alla guida. Il soggetto allora è in colpa e risponde del fatto colposo del guidatore che è proprio quell’evento che la norma cautelare mirava ad evitare. La seconda eccezione si ha quando il soggetto ha lo specifico obbligo di impedire che provochi danni a terzi, un soggetto incapace che è sotto la sua vigilanza. In caso di lavoro di gruppo ciascuno è destinato a svolgere la sua specifica mansione e non risponde delle azioni degli altri (sul lavoro di equipe v. anche infra).

 

Chi ha una posizione gerarchica deve però svolgere un controllo ed intervenire quando ha ragione di dubitare che taluno dei componenti del gruppo non tenga un comportamento improntato a diligenza. Se, al di fuori di questi casi e di quelli previsti dalla legge in cui la norma cautelare ha proprio la funzione di evitare i pericoli connessi al comportamento dei terzi, il soggetto non è tenuto ad impedire comportamenti colposi altrui per quanto prevedibili, a maggior ragione non è tenuto ad impedire comportamenti dolosi che sono frutto di libera determinazione per cui a maggior ragione vige il principio dell’autoresponsabilità. Anche in relazione ai comportamenti dolosi però il principio dell’autoresponsabilità non è assoluto, ma offre delle eccezioni. Una prima eccezione è nella posizione di garanzia di un soggetto a tutela di un bene contro aggressioni di terzi: si pensi ad una guardia del corpo. Una seconda eccezione va ravvisata nel controllo delle fonti del pericolo che possono essere utilizzate per nuocere a terzi quando il controllore sappia che un soggetto le voglia utilizzare a tal fine.

 

Colpa cosciente e incosciente

Il dato caratterizzante la colpa è costituito dalla non volontà del fatto tipico. Tuttavia in relazione all’elemento conoscitivo può accadere che il soggetto abbia concretamente previsto il verificarsi dell’evento; questa previsione non è necessariamente incompatibile con la colpa per cui non comporta automaticamente che l’azione sia dolosa. In proposito occorre sempre guardare all’atteggiamento della volontà dell’agente rispetto all’evento pure se previsto; se cioè il rapporto tra volontà ed evento si pone in termini di contraddizione, nel senso che il soggetto non vuole la verificazione della stesso, si avrà pur sempre colpa. Con riferimento a tali casi si parla di colpa cosciente. In tali casi il soggetto agisce nonostante la concreta previsione che dalla sua azione potrà derivare l’evento di reato ma è convinto che lo stesso non si verificherà; egli non accetta il rischio del suo verificarsi, e quindi non lo vuole, in quanto è sicuro di riuscire ad evitarlo. La colpa cosciente costituisce una aggravante comune per i delitti colposi (art. 61, n. 3, c.p.).

 

Il difetto di accettazione del rischio distingue la colpa cosciente dal dolo eventuale. Quest’ultimo infatti si contraddistingue dalla colpa cosciente per l’elemento della volontà, in quanto in entrambe le ipotesi il soggetto si rappresenta l’evento antigiuridico che è conseguenza della sua azione o omissione, ma mentre nel primo caso agisce, accettando il rischio che l’evento possa verificarsi, nel secondo caso agisce, nella certezza che l’evento non si verificherà ed, in ogni caso, egli non vuole, neanche per ipotesi, che l’evento si verifichi. La giurisprudenza alcune volte ha fondato la differenza sul grado di probabilità di verificazione dell’evento previsto; in realtà ciò che conta è solo l’atteggiamento della volontà mentre la maggiore o minore probabilità di accadimento può rilevare ai fini della prova dell’atteggiamento psicologico del soggetto. La colpa cosciente si differenzia poi dalla colpa incosciente in cui il soggetto non si rende conto di poter ledere con la sua azione interessi altrui.

 

 

Colpa propria e impropria

Si definiscono di colpa impropria quei casi in cui l’evento è voluto ma l’agente risponde di reato colposo (art. 55, eccesso colposo nelle cause di giustificazione; art. 59 ultimo comma, erronea supposizione dell’esistenza di cause di giustificazione; art. 47 errore di fatto determinato da colpa) mentre caratteristica della colpa (propria) è la non volontà dell’evento. Tale categoria è contestata poiché anche nei casi di cd. colpa impropria l’agente non vuole il fatto di reato; ad es. chi uccide credendo di agire in presenza di una scriminante non vuole il fatto di omicidio.

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