La colpa professionale
Professionisti
7 Giu 2016
 
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La colpa professionale

La responsabilità per colpa del professionista: i gradi della colpa, la negligenza, l’imprudenza e l’imperizia.

 

Per molto tempo si è discusso se il comportamento del professionista nell’esercizio della sua professione debba essere valutato secondo le regole generali, nel senso che lo stesso può essere chiamato a rispondere di qualunque negligenza, imprudenza etc., oppure se anche in sede penale possa trovare applicazione l’art. 2236 c.c. in base al quale egli deve essere chiamato a rispondere solo per colpa grave, con la conseguente esclusione di responsabilità per i fatti commessi con colpa lieve o media.

 

In passato la giurisprudenza ritenne applicabile la norma in questione sul presupposto che le attività professionali richiedono la soluzione di problemi di notevole difficoltà tecnica, per cui devono essere valutate con una certa elasticità ai fini della configurabilità di un comportamento colposo. Tale orientamento, oltre ad essere criticato in dottrina, diede luogo anche ad una eccezione di incostituzionalità per la disparità di trattamento che introduceva tra i cittadini. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 166 del 1973 dichiarò non fondata la questione in quanto la particolare valutazione della colpa professionale rispondeva a due opposte esigenze: da un lato quella di non mortificare l’attività complessa con il rischio di una incriminazione penale; dall’altro quella di non indulgere verso atteggiamenti improntati a leggerezza e negligenza. Tuttavia si precisava che la più elastica valutazione concerneva esclusivamente la colpa per imperizia mentre quella per negligenza ed imprudenza andava invece valutata secondo i consueti criteri.

 

La giurisprudenza tuttavia si è attestata sulla negazione di qualunque rilevanza a criteri differenziati di valutazione pur riconoscendo la necessità di una maggiore elasticità in caso di attività complesse. Si è infatti affermato che la norma dell’art. 2236 c.c. secondo cui il prestatore d’opera è esonerato dall’obbligo del risarcimento del danno quando la prestazione implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, salvo che il fatto sia stato commesso con dolo o colpa grave, è diretta unicamente a disciplinare l’obbligo del risarcimento nel rapporto contrattuale citato, nonché in caso di responsabilità aquiliana, ma in nessun caso può essere estesa all’ordinamento penale al fine di determinare un’ipotesi di non punibilità per fatti commessi con grado di colpa non grave. Ciò in quanto in tema di colpa, le norme penali non operano alcuna distinzione quantificatoria; cioè, non distinguono tra colpa grave, colpa meno grave e colpa lieve, come quelle civili in relazione alla colpa professionale, ex art. 2236 c.c.

 

In sintesi, la giurisprudenza è sostanzialmente concorde nel ritenere che l’accertamento della colpa professionale del sanitario, che deve essere valutata con larghezza e comprensione, per la peculiarità dell’esercizio dell’arte medica e per le difficoltà dei casi particolari, ma pur sempre nell’ambito dei criteri dettati, per l’individuazione della colpa medesima, dalla norma dell’art. 43 c.p., non può essere effettuato in base agli elementi dettati dall’art. 2236 c.c.

 

Il grado della colpa è, infatti, previsto solo come criterio per la determinazione della pena (art. 133 cod. pen.) o come circostanza aggravante (art. 61 n. 3 c.p.), ma in nessun caso per determinare la stessa sussistenza dell’elemento psicologico del reato, sicché il minor grado di colpa non può avere giammai efficacia scriminante. Sul tema è, peraltro, intervenuto il legislatore. In particolare, ai sensi dell’art. 3 del D.L. 13-9-2012, n. 158, conv. in L. 8-11-2012, n. 189, si è disposto che l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve.

 

Ciò detto in linea teorica, la Cassazione ha già avuto modo di sottoporre al proprio vaglio i precetti di tale inedita disciplina. Si è, in primis, sostenuto che il citato art. 3 del cd. decreto sanità abbia determinato la parziale abrogazione delle fattispecie colpose commesse dagli esercenti le professioni sanitarie. Si è, infatti, ritenuto che la predetta modifica normativa escluda la rilevanza penale delle condotte connotate da colpa lieve, che si collochino all’interno dell’area segnata da linee guida o da virtuose pratiche mediche, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica (Cass. 29-1-2013). Inoltre, come anticipato dalla dottrina nei suoi primi commenti post riforma, ai fini dell’accertamento della responsabilità del medico, la limitazione della responsabilità in caso di colpa lieve, introdotta dall’art. 3 cit., opera soltanto per le condotte professionali conformi alle linee guida contenenti regole di perizia, ma non può estendersi agli errori diagnostici connotati da negligenza o imprudenza (in tal senso, Cass. 11-3-2013, n. 11493). Più di recente, peraltro, la medesima Corte ha ampliato i margini interpretativi della previsione, sostenendo che la disciplina di cui all’art. 3 cit., pur trovando terreno d’elezione nell’ambito dell’imperizia, può tuttavia venire in rilievo anche quando il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza (Cass.17-11-2014, n. 47289).

 

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