Rapporti tra imputabilità e colpevolezza
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4 Giu 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Rapporti tra imputabilità e colpevolezza

Imputabilità e colpevolezza, imputabilità e reato, cause di esclusione dell’imputabilità, l’actio libera in causa.

 

Imputabilità e colpevolezza: in materia si discute se la prima sia o meno presupposto della seconda; se cioè possa aversi colpevolezza pur in difetto di imputabilità.

 

a) La dottrina tradizionale (Antolisei) ritiene che la imputabilità non sia presupposto della colpevolezza per cui questa può ben essere presente nei soggetti non imputabili. Ne consegue che un non imputabile può commettere un reato, ma non sarà sottoposto alla pena (bensì, eventualmente, ad una misura di sicurezza).

 

Si osserva infatti che gli stati psichici che costituiscono il dolo e la colpa possano riscontrarsi anche negli immaturi e negli infermi di mente.

 

Inoltre l’imputabilità non è più disciplinata nella parte relativa al reato, ma nel titolo dedicato al reo. Che la colpevolezza possa sussistere anche senza l’imputabilità si deduce poi dalle norme che per l’applicabilità delle misure di sicurezza e per la determinazione della loro durata richiedono la riferibilità psichica del fatto al suo autore e fanno riferimento alla gravità del reato nella valutazione del quale un gran peso decisorio hanno gli elementi del dolo e della colpa.

 

La misura di sicurezza non potrebbe ordinarsi né se ne potrebbe stabilire la durata se facessero difetto gli elementi del dolo e della colpa e poiché le misure di sicurezza si applicano anche ai non imputabili (in particolare l’art. 224) dolo e colpa sono individuabili anche nei soggetti non imputabili.

 

b) In base alla concezione normativa della colpevolezza, invece, non c’è possibilità di rimprovero se manca la capacità di intendere e di volere per cui in ordine all’infans e all’amens non è possibile ravvisare una volontà colpevole. Sicché l’imputabilità è presupposto della colpevolezza; ne consegue che il fatto commesso da un non imputabile non può costituire reato.

 

Infatti la colpevolezza si basa o sulla coscienza e volontà dell’evento o sulla prevedibilità e conoscibilità dello stesso che presuppongono la maturità e la sanità psichica. In tanto si agisce con dolo se si conosce la realtà e ci si rende conto dell’azione e dei risultati cui essa conduce; in tanto si agisce con colpa in quanto ci si comporti con negligenza o imprudenza pur avendo la possibilità di agire diversamente mentre il non imputabile non è in grado di rendersi conto dei potenziali eventi lesivi della sua azione. Senza imputabilità non può aversi colpevolezza, ma tutt’al più pericolosità. Là dove manca la imputabilità potrà tutt’al più aversi pseudo colpa o pseudo dolo.

 

Come già detto, la prima tesi porta a ritenere sussistente il reato anche nei confronti del non imputabile poiché sussiste colpevolezza anche senza imputabilità.

 

 

Imputabilità e reato

Considerando, invece, la imputabilità presupposto della colpevolezza si pone il problema se senza imputabilità, e quindi senza colpevolezza, sia configurabile o meno il reato.

 

La risposta dipende dalla soluzione della controversia relativa ai rapporti tra imputabilità e reato. Se si ritiene l’imputabilità presupposto del reato in quanto presupposto della colpevolezza senza imputabilità non vi è reato, ma mero torto oggettivo.

 

Per chi considera invece l’imputabilità mero presupposto per l’assoggettabilità alla pena la mancanza di imputabilità non fa venire meno il reato, ma integra solo una causa personale di esenzione dalla pena. Questa tesi trova conferma nel codice che qualifica come reato anche il fatto del non imputabile.

 

Ma se il fatto del non imputabile è reato e l’imputabilità è il presupposto della colpevolezza non si può dire che la colpevolezza è elemento essenziale del reato poiché vi è reato anche nel fatto del non imputabile ove la colpevolezza manca.

 

Elemento essenziale del reato non sarà allora la colpevolezza, ma l’appartenenza psichica del fatto al soggetto.

 

La colpevolezza è elemento essenziale del reato nei confronti dei soggetti imputabili mentre per i non imputabili viene in considerazione il fatto di reato sintomatico di pericolosità. Tuttavia affinché il fatto di reato posto in essere dal non imputabile sia sintomatico di pericolosità occorre sempre che gli appartenga psicologicamente e sia proprio di lui in quanto manifestazione della sua personalità anormale.

 

Il principio di soggettività del reato, quale riferibilità psichica del fatto dell’agente, ha quindi una validità generale ma si atteggia diversamente a seconda che si tratti di soggetto imputabile o meno.

 

Nel primo caso il collegamento psicologico è dato dalla colpevolezza per cui il soggetto imputabile non sottostà a pena se non ha realizzato il fatto con dolo o con colpa.

 

Per i soggetti non imputabili, poiché in ordine ad essi non è concepibile la colpevolezza la riferibilità psichica è data dall’assenza di cause esterne che escludono la suitas o che escluderebbero la riferibilità psichica dell’evento a qualsiasi soggetto imputabile: si pensi al caso dell’infermo di mente che agisce per un errore non dovuto all’infermità psichica e scusabile in chiunque.

Solo se queste cause mancano potrà dirsi che il fatto è espressione della personalità anormale e pericolosa del soggetto (Mantovani).

 

 

Cause che escludono l’imputabilità

Il Codice penale individua alcuni casi in cui l’imputabilità è esclusa ovvero diminuita. Si tratta della minore età, dell’infermità di mente, del sordomutismo, dell’ubriachezza e dell’azione di stupefacenti.

 

Quanto alla minore età, l’art. 97 c.p. dispone che «non è imputabile chi al momento in cui ha commesso il fatto non aveva compiuto quattordici anni». Il legislatore ha così fissato una presunzione assoluta di non imputabilità del minore degli anni quattordici. Nel caso dei minori la cui età sia ricompresa tra gli anni quattordici e gli anni diciotto, l’imputabilità, invece, va giudicata caso per caso, in concreto ed in relazione al fatto commesso.

 

Ai fini della imputabilità, inoltre, il codice penale distingue il vizio totale di mente e il vizio parziale di mente; il vizio totale di mente si ha, ai sensi dell’art. 88 c.p., allorché colui che ha commesso il fatto era per infermità in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere, e in tal caso, la conseguenza è la non punibilità dell’agente; mentre il vizio parziale di mente si ha, in base all’art. 89 c.p., allorché colui che ha commesso il fatto era per infermità in tale stato di mente da scemare grandemente senza escluderla la capacità di intendere e di volere. In tal caso il soggetto risponderà egualmente del reato commesso, ma la pena è diminuita.

 

Quanto al sordomutismo, l’art. 96 sancisce che «non è imputabile il sordomuto che, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva per causa della sua infermità, la capacità di intendere e di volere». Anche in tal caso, qualora il sordomutismo non escluda, ma limiti grandemente la capacità di intendere e di volere, la punibilità non è esclusa e la pena è diminuita.

 

Da ultimo, con riguardo all’ubriachezza e all’azione di stupefacenti accidentali o fortuiti, il legislatore ha inteso riferirsi ai casi in cui si manifesta un’alterazione temporanea e reversibile dei processi cognitivi e volitivi di un soggetto in seguito alla ingestione di sostanze alcoliche o di sostanze stupefacenti.

 

 

Actio libera in causa

La locuzione «actio libera in causa» indica il fenomeno che si verifica allorquando taluno si pone in stato di incoscienza al fine di commettere un reato o di procurarsi una scusante. In tal caso, sebbene chi abbia commesso il fatto si trovasse in stato di incapacità di intendere e di volere al momento del compimento della condotta, ciò nondimeno gli viene applicata la pena.

 

Il fenomeno in questione è regolato dall’art. 87 c.p. secondo cui «la disposizione della prima parte dell’art. 85 c.p. non si applica a colui che si è messo in stato di incapacità di intendere e di volere al fine di commettere il reato o di prepararsi una scusa».

 

Il principio enucleato nell’art. 87 c.p. trova, poi, concreta applicazione nell’ubriachezza preordinata che ricorre, ai sensi dell’art. 92 co. II c.p., nelle ipotesi in cui un soggetto si pone volontariamente in stato di incapacità di intendere e di volere al fine di commettere un reato o al fine di procurarsi una scusa: in tal caso l’imputabilità non è esclusa e la pena è aggravata.

 

Il legislatore penale ha riconosciuto giuridica rilevanza alle cd. actiones liberae in causa proprio al fine di consentire l’imputazione di un fatto commesso in uno stato preordinato di incapacità di intendere e di volere.

 

Sebbene il soggetto, al momento della realizzazione del fatto di reato, versi in uno stato di incapacità, il giudizio di rimproverabilità ciò nonostante viene effettuato, facendolo retrocedere al momento in cui il soggetto liberamente ha scelto di porsi in tale stato di incapacità, a nulla rilevando la circostanza che l’imputabilità e la volontà stessa vengano meno nel successivo momento di realizzazione del fatto.

 

In pratica, i requisiti del dolo e della colpa vengono valutati non al momento in cui il soggetto compie l’azione, ma in un momento precedente, ossia quando il soggetto si pone — volontariamente — in stato di incapacità. La ratio della teoria delle actiones liberae in causa sta allora nel principio causa causae est causa causati: chi determina volontariamente una situazione dalla quale deriva un evento lesivo, è chiamato a rispondere dell’evento stesso, a prescindere dalla eventuale volontarietà dell’evento.

 

In ossequio al principio di colpevolezza, autorevole dottrina (MANTOVANI) sostiene che la responsabilità per il reato commesso sussisterebbe solo nel caso di coincidenza, oggettiva e soggettiva, tra il fatto commesso in stato di incapacità e quello programmato in stato di capacità. In mancanza di tale coincidenza, l’art. 87 c.p. non potrebbe applicarsi e il soggetto attivo risulterebbe responsabile in base alle prescrizioni contenute di ubriachezza (o utilizzo di stupefacenti) volontaria o colposa.

 

Esempio

Tipico caso di actio libera in causa è ravvisabile laddove un soggetto, ubriacandosi al fine di ottenere l’inibizione psicologica necessaria a fargli commettere un omicidio, compia di fatto la condotta tipica del reato di omicidio ex art. 575 c.p.

In tale circostanza, allora, la condotta penalmente rilevante, secondo il combinato disposto degli artt. 575 e 87 c.p., ha inizio sin dal momento in cui il soggetto attivo si procura, deliberatamente, lo stato di ebbrezza.

 

 

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