Responsabilità oggettiva
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7 Giu 2016
 
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Responsabilità oggettiva

Responsabilità oggettiva: definizione, fondamento e inquadramento nei valori costituzionali.

 

Con l’espressione «responsabilità oggettiva» ci si riferisce a tutti quei casi in cui l’evento viene imputato al soggetto sulla base del semplice nesso di causalità; il soggetto cioè è chiamato a rispondere di un evento per il solo fatto di averlo materialmente causato a nulla rilevando il suo atteggiamento psicologico in relazione allo stesso e cioè anche quando, per la sua causazione, nessun rimprovero, neppure di semplice leggerezza, gli può essere mosso.

 

Rientrano nella figura non solo i casi in cui, in relazione all’evento cagionato, difettino il dolo o la colpa dell’agente, ma anche quelli in cui, pur sussistendo, non rilevano per cui non è necessario procedere all’accertamento della ricorrenza dell’elemento psicologico. Inoltre vi rientrano anche quei casi in cui il rilievo della colpevolezza è solo apparente poiché, soprattutto nella prassi applicativa, si tendono a presumere il dolo o la colpa per la semplice violazione di norme; per il solo fatto cioè che il soggetto si è posto contro il diritto gli si attribuiscono tutti gli eventi che comunque siano eziologicamente riconducibili alla sua condotta senza una effettiva indagine sulla sussistenza dell’elemento psicologico in ordine agli stessi; ciò è particolarmente evidente in talune ipotesi di colpa specifica dove la mera violazione della regola cautelare fa presumere la colpa dell’agente in relazione all’evento: così, in materia di circolazione stradale, il semplice mancato rispetto del limite di velocità di regola è sufficiente per ritenere il soggetto colpevole del sinistro verificatosi in concreto. Con riferimento a tali ipotesi la dottrina parla di responsabilità oggettiva occulta (Mantovani, Fiandaca ‑ Musco).

 

La categoria della responsabilità oggettiva non costituisce una costruzione dottrinale in quanto trova la sua espressa previsione nel codice penale; ed infatti l’art. 42 c.p., dopo aver indicato, al comma 2, i criteri di imputazione costituiti da dolo, colpa e preterintenzione, stabilisce che «la legge determina i casi in cui l’evento è posto altrimenti a carico dell’agente, come conseguenza della sua azione od omissione»; è chiaro che con l’avverbio «altrimenti» ci si riferisce ad un titolo di imputazione diverso da quelli previsti nel comma precedente.

 

 

Fondamento della responsabilità oggettiva

Nel vigore della concezione retributiva della pena si riteneva che il soggetto che si poneva contro l’ordinamento dovesse comunque rispondere di tutte le conseguenze, anche quelle più imprevedibili, della sua azione; l’unico limite della responsabilità quindi era costituito dal difetto del nesso di causalità. Tuttavia, anche in tempi più recenti, si è tentato di giustificare la permanenza della responsabilità oggettiva nell’ottica della teoria della prevenzione generale. Si è affermato, infatti, che la previsione della punibilità fondata solo sul nesso di causalità materiale induce i soggetti agenti ad innalzare lo standard di diligenza al fine di evitare di rispondere anche di fatti non prevedibili. La tesi è tuttavia criticata in quanto non può avere alcun effetto deterrente la minaccia di una pena per un fatto che dal soggetto non è né controllabile, né prevedibile, né evitabile (Fiandaca ‑ Musco). La responsabilità oggettiva poi, sul piano processuale, può servire ad eludere i problemi connessi all’accertamento del dolo e della colpa.

 

 

La responsabilità oggettiva nel quadro dei valori costituzionali

Fondata sull’antico canone di imputazione qui in re illicita versatur tenetur etiam pro casu (secondo cui «chi determina un rischio illecito risponde di ogni conseguenza ulteriore»), questa forma di responsabilità fonda numerosi dubbi di conformità alla Costituzione e, in particolare, al principio di personalità dell’illecito penale sancito dall’art. 27. In base ad esso non può sussistere responsabilità penale quando la produzione dell’evento non appartenga psicologicamente all’agente non essendo questi rimproverabili. Inoltre la responsabilità oggettiva è evidentemente in contrasto anche con il finalismo rieducativo della pena: non può infatti ritenersi meritevole di rieducazione il soggetto che né ha voluto l’evento lesivo né lo ha cagionato per imprudenza, negligenza, imperizia o violazione di norme; il soggetto cioè che né ha dimostrato ribellione verso l’ordinamento né scarsa considerazione degli interessi tutelati dal diritto.

 

Vengono tradizionalmente ricondotte alla responsabilità oggettiva le seguenti figure:

 

L’aberratio delicti

La questione riguarda l’interpretazione dell’inciso «a titolo di colpa». Infatti ove lo stesso si intenda quale richiamo ai soli fini del trattamento sanzionatorio il soggetto verrebbe a rispondere dell’evento diverso solo sulla base del nesso di causalità di materiale. Non va trascurato poi che la tesi che ravvisa la colpa specifica nella mera violazione della norma penale in realtà nasconde una ipotesi di responsabilità oggettiva occulta.

La responsabilità del partecipe per il reato diverso da quello voluto: art. 116 c.p.

Configurata originariamente dal legislatore come ipotesi di responsabilità oggettiva poichè l’evento diverso è posto a carico dell’agente sulla sola base del nesso eziologico, la figura è stata ricondotta, anche se non completamente, in via interpretativa dalla Corte Costituzionale nell’ambito della imputazione colposa. La Corte, infatti, con sentenza interpretativa di rigetto, ha statuito che la norma esige, non solo il rapporto di causalità materiale, ma anche un rapporto di causalità psicologica nel senso che il reato diverso o più grave commesso dal concorrente debba potere rappresentarsi alla psiche dell’agente, nell’ordinario svolgersi e concatenarsi dei fatti umani, come uno sviluppo logicamente prevedibile di quello voluto, affermandosi in tal modo la necessaria presenza anche di un coefficiente di colpevolezza.

La responsabilità dell’extraneus per concorso nel reato proprio: art. 117 c.p. 

La norma prevede che il concorrente non qualificato possa essere chiamato a rispondere del reato proprio pur in difetto della richiesta qualifica soggettiva posseduta però da altro correo. Ora, se l’extraneus è a conoscenza della qualifica del correo (che è per es. pubblico ufficiale) risponderà dello stesso reato a questi ascrivibile (es. peculato) conformemente ai principi dell’imputazione colpevole. Se tuttavia ignora la qualifica soggettiva dell’intraneus risponderà ugualmente del reato proprio (eventualmente più grave: es. il peculato rispetto alla appropriazione indebita) pur essendo all’oscuro della ricorrenza, richiesta dalla legge, della particolare qualità del soggetto agente. In tal caso però usufruirà di una attenuazione del trattamento sanzionatorio ex art. 117 c.p.

Accanto a queste ipotesi ve ne sono altre assai discusse in dottrina: la responsabilità per i reati di stampa, il delitto preterintenzionale, l’art. 586 c.p., i reati aggravati dall’evento. Le stesse pertanto meritano una trattazione separata.

 

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