Responsabilità penale: coscienza e volontà della condotta
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4 Giu 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Responsabilità penale: coscienza e volontà della condotta

Responsabilità penale, colpevolezza, coscienza e volontà della condotta, cause di esclusione della colpevolezza, differenza tra suitas e imputabilità.

 

L’art. 42 comma primo c.p. stabilisce che «Nessuno può essere punito per una azione od omissione prevista dalla legge come reato se non l’ha commessa con coscienza e volontà». La norma indica il coefficiente psichico necessario a fondare la responsabilità penale dal punto di vista dell’elemento soggettivo.

 

Coscienza e volontà sono attributi della condotta criminosa esprimendo le condizioni minime richieste dall’ordinamento perché un comportamento possa essere proprio del soggetto che lo ha tenuto.

 

L’art. 42 comma primo esprime allora il principio che la condotta, prima ancora che dolosa o colposa, deve essere umana, essendo tale solo la condotta rientrante nella signoria della volontà e differenziandosi come tale dagli accadimenti naturali.

 

In questo senso si deve affermare che la responsabilità penale presuppone innanzitutto la coscienza e volontà della condotta. Si tratta di un principio generale del diritto penale che non ammette eccezioni estendendosi ai delitti dolosi e colposi, oltre che alle contravvenzioni.

Si ritiene, inoltre, che esso non valga solo per la responsabilità colpevole, non essendovi né dolo né colpa senza coscienza e volontà della condotta, ma anche per le ipotesi di responsabilità oggettiva, che se prescindessero anche da tale coefficiente psichico, risulterebbero ancora più incompatibili con il principio della personalità della responsabilità penale.

 

La coscienza e volontà non è un inutile duplicato della capacità di intendere e di volere richiesta per l’imputabilità dall’art. 85 c.p. Infatti mentre questa è uno status personale quella riguarda il rapporto specifico tra volontà del soggetto ed un determinato atto.L’individuo può essere imputabile e ciò nonostante può compiere un’azione senza coscienza e volontà come nel caso del sonnambulismo (MANTOVANI).

 

 

Significato di coscienza e volontà

Fatte queste precisazioni occorre vedere che cosa si intende per coscienza e volontà. Interpretando il binomio in senso psicologico, la dottrina inizialmente ha richiesto un impulso cosciente della volontà diretto alla produzione del movimento muscolare (azione) o a conservare lo stato di inerzia (omissione).

 

Questa nozione è tuttavia troppo ristretta in quanto inidonea a ricomprendere comportamenti pacificamente assoggettati a responsabilità penale consistenti in atti (cd. automatici) che non si svolgono nel campo della coscienza: si pensi agli atti riflessi (tosse, starnuto, ritrazione di un arto a seguito di una puntura), gli atti istintivi (il protendere le braccia per attutire gli effetti di una caduta), gli atti abituali divenuti cioè automatici per abitudine.

 

Orbene in relazione a queste ipotesi, che spesso costituiscono tipiche figure di reato colposo, non è riscontrabile alcun impulso cosciente della volontà ciò nonostante è certa la responsabilità penale del fumatore che distrattamente getta il fiammifero a terra presso materiale infiammabile provocando un incendio per quanto non esista un impulso cosciente perché il movimento corporeo è dovuto a processi svoltosi nella parte più interna della personalità e passati in esecuzione senza attraversare la zona lucida della psiche.

 

Ma là dove la concezione dell’impulso cosciente della volontà manifesta pienamente la sua insufficienza è a proposito dell’omissione dovuta a dimenticanza dell’azione che doveva essere compiuta. Si pensi al chirurgo che lascia inavvertitamente un tampone nelle viscere del paziente che muore a seguito dell’infezione o del guardiano ferroviario che per dimenticanza non fa uno scambio provocando uno scontro. Tali comportamenti non possono certamente dirsi volontari nel senso suddetto e pure è pacifica la responsabilità di soggetti in questione.

 

Per aggirare l’ostacolo si è risaliti alla coscienza e volontà dell’atto antecedente a quello automatico o alla dimenticanza. Tuttavia l’art. 42 c.p. richiede che il coefficiente psichico vada ricercato nell’atto addebitato al soggetto e non in un atto precedente.

 

In secondo luogo a volte la volontarietà dell’atto antecedente è del tutto irrilevante perché per nulla riprovevole come nel caso del fumatore che abbia acceso la sigaretta.

 

Altre volte poi manca la coscienza e volontà anche dell’atto antecedente. Quindi per non escludere dal campo di applicazione dell’art. 42 comma primo c.p. tutta l’ampia sfera di comportamenti non sorretti da una coscienza e una volontà reali, la norma è interpretata estensivamente includendosi anche coscienza e volontà potenziali attraverso il concetto di imputabilità della condotta attiva o di quella omissiva attraverso un impulso volontario.

 

Si è osservato infatti che non tutti gli atti che si svolgono al di sotto della sfera lucida della coscienza sono indipendenti del voler perché molti di essi possono essere inibiti da un impulso cosciente della volontà.

 

Da ciò si può dedurre che sono da considerarsi commessi con coscienza e volontà non solo gli atti che traggono origine da un conato cosciente ma anche quelli che derivano dall’inerzia del volere.

 

 

La suitas nel reato colposo

Con l’espressione «suitas» si indicano entrambe le ipotesi di appartenenza della condotta al soggetto: quella della volontarietà reale e quella della volontarietà potenziale.

 

In questo modo però l’elemento della coscienza e volontà della condotta ha perduto il proprio carattere unitario scindendosi in due ipotesi irriducibili sotto il profilo naturalistico psicologico, essendo il potenziale controllo degli impulsi incoscienti un dato ipotetico normativo.

 

Questi due modi di essere della suitas rispondono ad una differenza tra reato doloso e reato colposo già riscontrabile a livello della condotta.

 

Infatti, nel dolo che consiste nella coscienza e volontà del fatto la condotta sarà cosciente e volontaria in senso psicologico.

 

Nella colpa, invece, la condotta può essere cosciente e volontaria (es. investimento involontario in seguito a volontaria condotta imprudente dell’automobilista) come pure cosciente e involontaria purché evitabile (es. deragliamento del treno per omessa manovra del ferroviere addormentato).

 

Coscienza e volontà reali o potenziali hanno ad oggetto la condotta tipica; occorre allora individuare le azioni o le omissioni che costituiscono tale condotta tipica e che in quanto tali devono essere abbracciate dalla suitas.

 

La verifica è agevole nei reati a condotta vincolata. Nei reati causalmente orientati è tipico il comportamento attivo od omissivo od omissivo idoneo a produrre l’evento.

 

Nei reati commissivi è tale l’ultimo degli antecedenti idoneo a porre in moto il meccanismo causale senza che sia necessario un ulteriore intervento del soggetto (es. gettare il mozzicone acceso, premere il grilletto). Tipico può poi essere il primo degli atti causalmente orientati come il porsi al volante da parte dell’automobilista che soffre di attacchi epilettici o il portare con sé il neonato da parte della madre che soffre di attacchi di sonnambulismo o di sonno agitato essendo già in quel momento prevedibile il sinistro stradale o il soffocamento.

 

Benché l’atto successivo dell’investimento o del soffocamento sia incosciente è sufficiente che vi sia stata coscienza e volontà del precedente atto pericoloso per affermare la responsabilità penale del soggetto.

 

Nei reati omissivi impropri è tipico il mancato compimento dell’ultima azione impeditiva dell’evento cioè il non averla posta in essere nel momento in cui l’evento poteva ancora essere evitato. In ordine ad esso quindi va cercata la coscienza e volontà. Sicché se anche gli atti precedenti fossero stati incoscienti e volontari perché ad es. realizzati per forza maggiore ma l’ultimo di essi è stato voluto o era evitabile c’è responsabilità penale, come nel caso della madre che non avendo alimentato il neonato perché caduta in stato di incoscienza, ripresasi non lo alimenti o deliberatamente o per negligenza. Al contrario coscienza e volontà e quindi responsabilità penale non sussistono se presenti negli atti antecedenti siano venute meno nell’atto tipico come nel caso della madre che non alimenti il figlio per farlo morire, ma cade fortuitamente in stato di incoscienza prima che l’inedia diventi irreparabile (Fiandaca – Musco).

 

Nei reati omissivi propri è tipica l’inerzia concomitante alla scadenza del termine per adempiere il dovere di facere ed in ordine ad essa va accertata la volontarietà.

 

Cause di esclusione della suitas

Vi sono delle cause che escludono la attribuibilità psichica della condotta al soggetto. Innanzitutto viene in considerazione l’incoscienza indipendente dalla volontà. Si pensi al delirio febbrile, al sonnambulismo etc. che non risalgono al volere del soggetto in quanto da lui non create né volontariamente né per un’imprudenza e comunque da lui non prevedibili o insuperabili.

 

La Cassazione ad es. ha ravvisato la mancanza di suitas nel caso del malore improvviso che assurge repentinamente senza essere preceduto da alcun segno premonitore determinando perdita o grave perturbamento della coscienza con impedimento o grave compromissione della forza motoria.

 

La dottrina tradizionale ravvisa anche nel caso fortuito e nella forza maggiore cause di esclusione della suitas che sono però ricondotte dalla dottrina più recente nell’ambito della causalità.

 

 

Differenze tra suitas e imputabilità

La suitas e l’imputabilità integrano due concetti differenti; mentre la suitas è quel coefficiente che consente di riferire la condotta al suo autore e, quindi di ritenerla umana, l’imputabilità presuppone già accertata l’appartenenza della condotta all’agente e si identifica nella capacità di quest’ultimo di intendere correttamente il valore del comportamento che si accinge a porre in essere.

 

L’imputabilità integra allora uno status, un modo di essere del soggetto nel momento in cui pone in essere una condotta, diversamente la suitas indica la volontà concreta dell’atto considerata al momento della sua attuazione.

 

Esempio

Questione controversa, in dottrina ed in giurisprudenza, è se la fattispecie del malore improvviso del conducente di un’autovettura sia da ricondurre alla fattispecie del caso fortuito ex art. 45 c.p. oppure all’ipotesi della carenza di suitas ex art. 42 c.p.

 

La giurisprudenza prevalente, che trova conforto in una non recente pronuncia delle Sezioni Unite (n. 1203/80), sostiene che il malore improvviso del conducente consiste in una situazione in cui fa difetto ogni coefficiente psichico e, quindi, è da rapportare all’art. 42 c.p., il quale enuncia le condizioni essenziali perché un fatto umano, astrattamente costitutivo di reato, divenga penalmente rilevante.

 

Diversamente, il caso fortuito consiste in un avvenimento imprevisto ed imprevedibile, che s’inserisce d’improvviso nell’azione del soggetto e non può in alcun modo, nemmeno, a titolo di colpa, farsi risalire all’attività psichica dell’agente.

 

Nel caso di malore improvviso del conducente di un’autovettura, allora, si prospetta un’ipotesi di carenza di suitas ex art. 42 c.p., con la conseguenza che, anche sotto il profilo probatorio, ci si limiterà alla sola allegazione delle circostanze inerenti il malore verificatosi, sia pure tramite l’indicazione di specifici elementi, anziché dover fornire la prova del caso fortuito.

 

 

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