Dolo: definizione
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4 Giu 2016
 
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Dolo: definizione

Responsabilità penale e colpevolezza: definizione di dolo.

 

Il dolo è la forma tipica di colpevolezza. Esso rappresenta il normale criterio della imputazione soggettiva. Infatti, a norma dell’art. 42 comma secondo, la responsabilità dolosa costituisce nei delitti la regola mentre la responsabilità colposa e la preterintenzione costituiscono le eccezioni.

 

Ciò implica che mentre i delitti dolosi non hanno bisogno di un espresso riferimento al dolo, i delitti colposi e preterintenzionali richiedono una espressa menzione della colpa o della preterintenzione negli stessi elementi costitutivi della fattispecie legale.

 

In ogni caso nel silenzio o in assenza di chiare indicazioni della legge sull’elemento soggettivo il delitto è doloso.

 

Il dolo rappresenta altresì la forma più grave di colpevolezza. Infatti chi agisce con dolo aggredisce il bene protetto in maniera più intensa di chi agisce con colpa.

 

L’art. 43 c.p. al comma primo statuisce che «il delitto è doloso o secondo l’intenzione quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione o dell’omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della sua azione od omissione».

 

Tuttavia, oltre alla definizione dell’art. 43 occorre guardare al complesso delle norme che, in via positiva o negativa, disciplinano la rilevanza o irrilevanza della rappresentazione e volizione degli elementi costituivi del reato e che quindi concorrono a determinare gli elementi che debbono essere o che non occorre che siano conosciuti e voluti affinché si abbia il dolo. Ci si riferisce agli artt. 5, 47, 59 e 44 c.p.

 

Sotto il profilo dell’oggetto del dolo la definizione dell’art. 43 comma primo si rivela insufficiente in quanto fa riferimento solo all’evento, al nucleo del dolo, e non anche agli altri elementi del fatto.

 

Inoltre essa ha dato luogo a molte discussioni. Se infatti il termine evento viene inteso in senso naturalistico, che come tale non si riscontra in tutti i tipi delittuosi, dalla definizione esulano del tutto i reati di pura condotta. Se, invece, partendo dal presupposto che l’evento non può mancare in nessuna fattispecie criminosa, lo si configuri come evento in senso giuridico ne derivano complesse implicazioni in relazione al problema della coscienza dell’offesa, oggetto di un vivace dibattito in dottrina.

 

Un punto di partenza sicuro dell’indagine può essere rappresentato dalla definizione fornita dal codice Zanardelli secondo cui il delitto è doloso quando il fatto che costituisce reato è dall’agente preveduto e voluto.

 

Tale definizione abbraccia tanto i reati di evento quanto quelli di pura condotta. Nei primi essendo l’evento elemento costitutivo del fatto il dolo esige che tanto la condotta quanto l’evento siano preveduti voluti. Lo sforzo del volere deve essere diretto non solo al compimento dell’azione e dell’omissione, ma anche alla realizzazione dell’evento che deve essere voluto come conseguenza della condotta posta in essere.

 

Nei reati di pura condotta occorre invece che il soggetto abbia voluto l’azione o l’omissione che di per sé costituisce reato.

 

La definizione strutturale del dolo, scissa nelle due componenti della previsione e della volontà, risente di qualche incertezza in quanto si sforza di attuare un compromesso tra le due concezioni che al tempo del codice Rocco si contendevano il campo: la teoria della rappresentazione e la teoria della volontà.

 

La teoria della rappresentazione concepiva la volontà e la rappresentazione come due fenomeni psichici distinti come tali riferibili a dati diversi. I suoi sostenitori ritenevano che la volontà potesse avere ad oggetto solo il movimento corporeo esaurendosi nel dare impulso ai nervi motori mentre il risultato esteriore si reputava che potesse formare oggetto solo di rappresentazione. In base a tale teoria il dolo consiste nella volontà della condotta e nella previsione dell’evento.

 

Nell’intento di elaborare una nozione di dolo comprensiva anche delle ipotesi dolose non intenzionali tale teoria pecca per eccesso dilatando oltre misura l’ambito del dolo fino a comprendere quei casi che la coscienza giuridica e il diritto positivo considerano come ipotesi di colpa con previsione e che vanno moltiplicandosi con l’accrescersi delle attività pericolose consentite dall’ordinamento (MANTOVANI).

 

La teoria della volontà invece privilegia il momento volitivo del dolo nel convincimento che possono costituire oggetto di volizione anche i risultati esterni della condotta umana. Tale teoria non rinuncia al requisito della previsione, ma lo considera assorbito in quello della volontà.

 

Al di là di queste teorie va rilevato che il codice sicuramente si riferisce al concetto comune di volontà che, a prescindere dalla sua esattezza da un punto di vista psicologico, viene considerata tale da comprendere anche i risultati della condotta umana.

 

Non va poi dimenticato che parte della dottrina ritiene superata la contrapposizione tra volontà e rappresentazione affermando che la volontà criminosa investe l’intero fatto di reato nella sua unità di significato: in questo senso il diritto penale considera voluto non solo l’atto iniziale (per es. il premere il grilletto), ma anche lo sfociare di tale atto nell’evento lesivo.

 

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