Responsabilità amministrativo contabile del medico: solo in caso di dolo o colpa grave
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6 Giu 2016
 
L'autore
Maria Monteleone
 


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Responsabilità amministrativo contabile del medico: solo in caso di dolo o colpa grave

La responsabilità amministrativo-contabile del medico per danno sanitario: violare le linee guida mediche comporta automaticamente responsabilità per colpa grave?

 

La responsabilità amministrativo contabile del medico per danno erariale alla struttura sanitaria pubblica può sussistere solo in caso di dolo o colpa grave. La violazione delle linee guida mediche non basta per accertare la colpa grave del sanitario.

 

I medici e il personale sanitario possono rispondere del proprio operato non solo in ambito civile e penale ma anche in ambito amministrativo – contabile allorquando la loro condotta colpevole di malpractice medica provochi un danno erariale, cioè un danno patrimoniale alla sfera giuridica di un soggetto pubblico (Azienda Sanitaria Locale, Azienda Ospedaliera o altra struttura pubblica che eroga prestazioni sanitarie per conto del Servizio Sanitario Nazionale).

 

In caso di danno sanitario, il soggetto può essere citato in giudizio per responsabilità amministrativo contabile dinanzi alla Corte dei Conti solo se legato alle strutture pubbliche del Servizio Sanitario Nazionale da un rapporto di convenzione. In mancanza di tale rapporto con un soggetto pubblico, non si può configurare danno erariale e quindi neppure responsabilità amministrativo contabile.

 

Occorre anche precisare però che il medico e il personale sanitario non sono imputabili di responsabilità amministrativo contabile per il solo fatto di aver commesso errori colpevoli o dolosi nel rapporto di impiego alle dipendenze di un soggetto pubblico. La responsabilità amministrativo- contabile è infatti, al pari di quella penale, personale e sussiste solo in caso di azioni e omissioni commesse con dolo o colpa grave.

 

La legge [1] prevede espressamente che “la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica è personale e limitata ai fatti ed alle omissioni commessi con dolo o colpa grave, ferma restando l’insindacabilità nel merito delle scelte discrezionali”.

 

Ciò vuol dire che il medico accusato di colpa lieve non potrà mai essere coinvolto in un giudizio dinanzi alla Corte dei Conti per rispondere del danno erariale causato all’ASL o alla struttura ospedaliera.

 

 

Violazione delle linee guida: colpa grave del medico?

Premesso ciò, si analizza un’interessante sentenza della Corte dei Conti dell’Emilia Romagna [2] secondo cui il medico non è soggetto a responsabilità amministrativo contabile in caso di mera violazione delle linee guida.  Tale violazione, infatti, non basta per accertare la colpa grave (indispensabile, al pari del dolo, per poter avviare un giudizio dinanzi alla Corte dei Conti).

 

La legge [3] statuisce che “l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di risarcimento in sede civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto del rispetto o meno delle linee guida.

 

Secondo i giudici, la funzione delle linee guida si manifesta sul piano meramente difensivo, nel senso che esse possono costituire un valido argomento per far attivare, sempre nel caso di un procedimento penale, l’esimente citata. Detta esimente può operare solamente sul piano della responsabilità penale, e può essere invocata unicamente dal sanitario cui sia imputato un reato colposo conseguente all’esercizio della professione medica. Non può trovare invece applicazione nell’ambito del giudizio contabile.

 

In altri termini il P.M. contabile non può invocare l’esistenza della responsabilità amministrativa affermando positivamente la sussistenza della colpa grave per la sola presunta violazione di linee guida; lo scopo della norma citata è quello di creare un’esimente in favore del medico laddove lo stesso ritenga di aver seguito le migliori regole della scienza medica, per contrastare la pretesa accusatoria.
Inoltre spetta alla parte pubblica nel processo contabile l’onere di dimostrare la responsabilità del convenuto provando, punto per punto, tutti gli elementi della responsabilità amministrativa: il rapporto di servizio, la condotta dannosa, l’elemento soggettivo e il nesso causale.

 

Ne consegue che nel caso della responsabilità amministrativa per danno sanitario, va dimostrata la colpa grave del convenuto nel caso specifico, e pertanto vanno indicati gli elementi di prova in base ai quali, sul caso concreto, l’accusa ritiene che vi sia stata violazione delle buone pratiche mediche.

 

Non appare, dunque, corretto ritenere che l’esistenza di particolari linee guida che si pongono, in astratto, in contrasto con la condotta del medico nel fatto che ha determinato una lesione al paziente sia di per sé sufficiente a dimostrare che la condotta del sanitario è stata sicuramente connotata da colpa grave.
Il concetto di colpa grave si differenzia tra:

 

–  l’ambito penalistico (dove per l’esimente in parola viene in rilievo la sola imperizia, non estendendosi anche ad errori diagnostici per negligenza o imprudenza) e

 

l’ambito giuscontabile (dove la colpa grave del medico sussiste per errori non scusabili per la loro grossolanità o l’assenza delle cognizioni fondamentali attinenti alla professione o il difetto di un minimo di perizia tecnica e ogni altra imprudenza che dimostri superficialità), con ciò introducendo una valutazione ad ampio spettro dell’elemento soggettivo nella responsabilità medica sul piano erariale.

 

 

Violazione linee guida mediche: nesso causale

Ai fini della valutazione del nesso causale tra la condotta dei sanitari e il danno indiretto per malpractice medica, non è sufficiente contestare una condotta difforme dalle linee guida prodotte in giudizio dalla parte pubblica (nel caso in cui si dimostri che le stesse sono accreditate presso la comunità scientifica), ma spetta al Pubblico Ministero la dimostrazione positiva che le scelte diagnostiche e chirurgiche operate nel caso concreto si sono poste quale causa efficiente diretta del disagio arrecato al paziente, o ai pazienti, che ha portato alla richiesta di risarcimento del danno liquidato dalla struttura aziendale pubblica.

 

Al medico spetta un ruolo primario nella scelta delle modalità di approccio alla patologia evidenziata dallo stato clinico a lui sottoposto, nonché la facoltà di effettuare l’intervento farmacologico o chirurgico che ritiene necessario per la risoluzione dello stato patologico, anche mediante condotte che si pongono in antitesi con linee guida o protocolli di orientamento terapeutico, proprio per la caratteristica spiccatamente relativistica delle stesse, tanto che l’accreditamento presso le migliore dottrina scientifica deve essere dimostrato da chi intende valersene per ottenere l’esimente.

 

In altri termini, la sola condotta difforme alle linee guida che il P.M. indica come violate o non rispettate appieno, non è sufficiente per sostenere che vi sia nesso causale tra il loro mancato rispetto e l’evento dannoso.

 


[1] Art. 1, L. 20/94.

[2] Corte dei Conti Emilia Romagna, sent. n. 49/16.

[3] Art. 3, L. 189/2012.

 


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