Transazione col lavoratore: “non aver nulla a pretendere” è generico
Lo sai che?
6 Giu 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Transazione col lavoratore: “non aver nulla a pretendere” è generico

Accordo tra l’azienda datrice di lavoro e il lavoratore dipendente: i crediti e i diritti oggetto di rinuncia da parte di quest’ultimo vanno espressamente indicati.

 

Non ha alcun valore la “transazione tombale” tra il datore di lavoro e il dipendente se quest’ultimo, nell’accettare una somma a titolo di risarcimento dichiara di “non aver più nulla a che pretendere” senza però specificare a quali diritti intende rinunciare. L’oggetto della transazione, insomma, deve essere ben chiaro ed espresso nel contratto che pone fine alla lite tra azienda e lavoratore, in modo tale che quest’ultimo sappia con precisione ciò a cui sta dicendo addio. Lo ha chiarito la Cassazione in una recente sentenza [1].

 

Dunque, secondo la Suprema Corte, nell’atto di transazione in materia di diritti dei lavoratori dipendenti, è necessario che i crediti e diritti cui il lavoratore rinuncia siano indicati nel dettaglio nella scrittura privata, sì da rendere edotto chiaramente il lavoratore delle proprie rinunce. La classica dicitura di “non aver nulla a pretendere”, che di norma viene apposta in tali casi, non è sufficientemente chiara.

 

La Cassazione non è nuova a tale principio. Già in passato ha affermato che la quietanza a saldo sottoscritta dal lavoratore, che contenga la rinuncia da parte di quest’ultimo a maggiori somme, ma che si riferisca, in modo generico, a una serie di titoli e pretese relative al contratto di lavoro subordinato e alla sua conclusione, ha il valore di transazione purché il lavoratore fosse consapevole di ciò a cui rinunciava. In pratica, il giudice deve accertarsi che, sulla base dell’interpretazione del documento o da altre specifiche circostante, la firma del dipendente sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati o obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di rinunciarvi o di transigere sui medesimi. In mancanza di ciò, enunciazioni generiche come “non aver più nulla a che pretendere” sono assimilabili a semplici clausole di stile, che non hanno alcun valore e non sono sufficienti di per sé a comprovare l’effettiva sussistenza di una volontà di rinuncia dell’interessato [2].

 

È sempre la Cassazione a chiarire che l’atto con il quale il lavoratore dichiara di non aver nulla a pretendere, dopo aver ricevuto una determinata somma di denaro, non può considerarsi, per ciò solo, una rinuncia a tutti i diritti scaturenti dal rapporto di lavoro, in quanto tale frase è estremamente generica e non sempre è in grado di richiamare l’attenzione del lavoratore sui molteplici diritti che scaturiscono dal rapporto medesimo.

 

La rinuncia del lavoratore presuppone, per la propria validità ed efficacia, che questi sia consapevole dei diritti di credito che gli spettano, di ciò su cui va a trattare ed a cui abdica, e che, ciò nonostante, intenda ugualmente privarsene.

 

In un’altra e più risalente occasione, la Corte ha detto che la dichiarazione del lavoratore di non aver più nulla a pretendere dal datore di lavoro in conseguenza di un rapporto di lavoro non implica necessariamente che la transazione (o rinuncia) investa tutte le possibili pretese scaturenti dal rapporto, se – malgrado l’ampiezza delle espressioni usate – tale dichiarazione sia stata resa in relazione ad alcune soltanto di esse [3].


La sentenza

Cassazione civile, sez. lav., 26/09/2006, (ud. 12/07/2006, dep.26/09/2006),  n. 20867

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE – SEZIONE LAVORO

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La sentenza specificata in epigrafe, pronunciata in grado di appello, ha condannato l’ENEL Produzione s.p.a. e l’ENEL s.p.a alla rideterminazione del trattamento di fine rapporto dovuto all’ex dipendente G.L. ed al pagamento delle relative differenze come conseguenza dell’affermata computabilità del compenso per lavoro straordinario continuativo, da costui prestato nel periodo maggio 1981-maggio 1982, nell’indennità di anzianità maturata alla data di cessazione del rapporto.

In particolare, per quanto rileva nella presente sede, la Corte d’appello: a) ha escluso che l’atto di quietanza sottoscritto dal dipendente e dedotto dalla società fosse idoneo a integrare una rinuncia, in quanto la dichiarazione contenuta in tale atto, sebbene fosse riferita al t.f.r., non conteneva la specifica indicazione del diritto alla inclusione dello straordinario nel computo della c.d. retribuzione differita, sicché la mera affermazione di non avere null’altro a pretendere, pur nella consapevolezza dei criteri

Mostra tutto

[1] Cass. sent. n. 8606/2016.

[2] Cass. sent. n. 20867/2006. Nella fattispecie, è stata confermata la sentenza di merito che aveva negato alla dichiarazione sottoscritta dal lavoratore di non aver più nulla a pretendere a titolo di trattamento di fine rapporto, efficacia di rinuncia e transazione con riferimento alle pretese aventi a oggetto il pagamento del trattamento di fine rapporto sul compenso per lavoro straordinario continuativo.

[3] Cass. sent. n. 2780/1986. Nella specie la S.C. ha cassato la pronuncia del giudice del merito il quale aveva ritenuto che una transazione, che riguardava da un lato soltanto la durata del rapporto ma che conteneva anche la generale dichiarazione del lavoratore di non aver null’altro a pretendere, precludesse a quest’ultimo di rivendicare i diritti conseguenti al mancato riconoscimento della qualifica corrispondente alle mansioni svolte.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti
8 Giu 2016 Alessandro Piombo

Buongiorno, più che un commento, vorrei lasciare un quesito.
Se il rapporto di lavoro è tra moglie e marito, nella fattispecie coadiuvante agricolo, e in sede di separazione, viene indicato nel dispositivo: ” le parti non hanno nulla da pretendere uno dall’altro…… anche in merito alla funzione di coadiuvante agricolo…….”. Premesso che non vi è stata nessuna causa di lavoro, è possibile, secondo voi ritenere, come riportato in questo articolo, valida tale sentenza è, in sede di divorzio, pretendere l’annullamento dell’accordo e chiedere un risarcimento? Grazie