Perché l’Iva è neutra per il professionista e l’imprenditore?
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16 Lug 2016
 
L'autore
Noemi Secci
 


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Perché l’Iva è neutra per il professionista e l’imprenditore?

Imposta sul valore aggiunto, soggetto passivo di fatto e di diritto: chi sopporta veramente l’onere dell’Iva?

 

Sono un professionista, da quest’anno non rientro più nei minimi e sono soggetto all’Iva: perché dicono che per me l’Iva non è un costo, se ogni trimestre pago un sacco di soldi?

 

Il funzionamento dell’Iva, l’Imposta sul valore aggiunto, può sembrare semplice e lineare in teoria, ma non lo è quando, al lato pratico, ci si ritrova a “sborsare” somme non indifferenti. Il meccanismo di applicazione dell’imposta non è facilmente comprensibile, in particolare, per professionisti e imprese, i quali, pur essendo considerati soggetti neutri e “non incisi” dal tributo, sono obbligati a liquidarlo periodicamente. Il peso dell’Iva, peraltro, è sentito particolarmente alla cessazione dei regimi agevolati che consentono di non applicare l’imposta, come i Minimi ed il Forfettario.

Cerchiamo allora di spiegare, in parole semplici, il funzionamento di questa non tanto apprezzata imposta, per capire come mai rappresenti un peso per aziende e lavoratori autonomi, pur essendo considerati “soggetti neutri”.

 

 

Funzionamento dell’Iva

L’Iva è un’imposta generale sui consumi, che è calcolata in base all’incremento di valore che un bene o un servizio acquista ad ogni passaggio economico, detto, appunto, valore aggiunto.

L’incremento viene calcolato a partire dalla produzione del bene o del servizio, fino ad arrivare al suo consumo finale. Ed è proprio il consumatore finale il soggetto su cui effettivamente grava il tributo, mentre per il soggetto passivo d’imposta, come l’imprenditore o il professionista, l’Iva resta neutrale.

L’imprenditore o il professionista, difatti, paga l’Iva sugli acquisti di beni e servizi e “si rifà” sul cliente, addebitando l’Iva a sua volta sul bene o sul servizio offerto.

L’Iva pagata per gli acquisti viene detratta dall’Iva addebitata al cliente nella liquidazione periodica dell’imposta: chi non può detrarre nulla è, invece, il consumatore finale, che paga l’Iva addebitata a titolo di rivalsa senza “rifarsi” su nessuno. Per questo motivo, il consumatore finale è il vero soggetto passivo dell’Iva, in quanto non può esercitare il diritto alla detrazione.

 

 

Come si calcola l’Iva

Vediamo un semplice esempio di liquidazione Iva per comprenderne meglio l’applicazione.

Un imprenditore acquista materie prime per un valore di 1.000 euro. Su questo valore paga il 22% di Iva, pertanto il totale versato al fornitore ammonta a 1.220 euro, essendo l’Iva pari a 220 euro (22% di 1.000). Dopo aver effettuato una serie di lavorazioni sulle materie prime acquistate, l’imprenditore ottiene un prodotto di valore pari a 1.200 euro.

Il prodotto viene dunque venduto al consumatore finale ad un importo pari a 1.200 euro più 264 euro (Iva al 22% sul nuovo valore di 1.200), ossia di 1.464 euro.

L’imprenditore deve poi effettuare la liquidazione Iva, detraendo dall’Iva a debito, cioè dall’imposta addebitata al cliente, l’Iva a credito, cioè l’imposta versata al fornitore.

La somma che l’imprenditore deve versare allo Stato, in sede si liquidazione. è dunque pari a 264 meno 220 euro, dunque a 44 euro.

In questo senso l’imprenditore è soggetto passivo d’imposta e può detrarre l’Iva pagata sugli acquisti dall’Iva addebitata sulle vendite.

L’imprenditore è considerato neutrale rispetto all’Iva perché non ha perso, né guadagnato nulla: pur avendo versato al fornitore 220 euro e 44 euro allo Stato, ha difatti ricevuto dal consumatore finale 264 euro.

Il vero soggetto passivo, in base a quanto osservato, è invece il consumatore finale, che non rivende il prodotto, né ne aumenta il valore, ma lo utilizza per i suoi scopi, senza poter detrarre l’imposta.

 

 

Perché le liquidazioni Iva sono dei salassi?

Ciò nonostante, per molte imprese e professionisti le liquidazioni Iva sono considerate dei “salassi”. Questo accade perché, purtroppo, si tende a considerare quanto incassato come “introito puro”, senza contare che parte di quanto ricevuto, cioè quanto addebitato a titolo di rivalsa Iva al cliente, non è un importo che appartiene al professionista o all’imprenditore, ma allo Stato.

Se vogliamo esemplificare al massimo, il professionista, con la rivalsa, si rifà dell’Iva pagata a monte e riscuote per conto dello Stato l’Iva addebitata al cliente.

Capita, però, di ritrovarsi a pagare, in sede di liquidazione, un’imposta consistente a fronte di nessun incasso: è quello che accade, ad esempio, al professionista costretto a emettere fattura prima del momento del pagamento. In questo caso, se il cliente non accetta, al posto della fattura, il preavviso di parcella (cosiddetta fattura pro forma), può evitare di pagare l’imposta su introiti non percepiti solo aderendo all’opzione dell’Iva per cassa. In caso contrario, anche se l’importo dovuto non è liquidato, al momento della fatturazione l’operazione si considera comunque effettuata.

L’opzione dell’Iva per cassa consente, invece, di posticipare il versamento dell’imposta sulle cessioni di beni e le prestazioni di servizi, dal momento di effettuazione dell’operazione a quello dell’incasso; l’imposta diventa comunque esigibile dopo un anno dall’effettuazione dell’operazione, a meno che, prima del decorso di questo termine, il cliente o committente sia stato assoggettato a procedure concorsuali.

 

 

E se l’Iva è a credito?

Può anche verificarsi la situazione opposta, cioè il caso in cui la liquidazione Iva non risulti essere “un salasso”, ma il contribuente figuri a credito (l’Iva sugli acquisti supera quella sulle vendite).In questo caso, il contribuente è creditore dello Stato e, a seconda delle situazioni, potrà utilizzare l’imposta in compensazione o chiederne il rimborso. In ogni caso, resta neutrale, poiché ha diritto di riavere quanto versato.


 


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