Spese processuali: chi perde la causa paga anche l’attività successiva
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7 Giu 2016
 
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Redazione
 


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Spese processuali: chi perde la causa paga anche l’attività successiva

La parte soccombente è tenuta a pagare all’avvocato di controparte anche i diritti professionali per l’attività posta in essere dopo la pubblicazione della sentenza.

 

Perdere una causa non significa soltanto pagare l’onorario dell’avvocato di controparte per tutto ciò che ha fatto sino ad allora (la difesa del proprio assistito in giudizio), ma anche per ciò che dovrà fare in futuro per recuperare il credito. A dirlo è una recente sentenza della Cassazione [1]. Secondo la Corte, infatti, con la cosiddetta condanna alle spese processuali contenuta nella sentenza, si estende anche alla fase successiva; pertanto la parte soccombente deve all’avvocato tutti i diritti professionali che nasceranno dopo la sentenza stessa.

 

Come noto, il deposito della sentenza in cancelleria non esaurisce tutta la vicenda giudiziaria. Salvo infatti che la parte sconfitta si adegui immediatamente alla condanna senza dover essere a ciò sollecitata (circostanza che eviterebbe a quest’ultima tutti i problemi successivi che scattano in caso di esecuzione forzata), il creditore – a mezzo del suo avvocato – procede a una serie di attività come, ad esempio, la notifica della sentenza alla parte soccombente (per preannunciarle l’avvio degli atti di pignoramento) e al suo avvocato per far decorrere i termini dell’appello (30 giorni). Eventualmente si può procedere a iscrivere ipoteca giudiziale sui beni immobili del debitore e a fare tutte le visure necessarie per verificare la titolarità di beni.

C’è poi la notifica dell’atto di precetto, che è una sorta di “ultimo sollecito” – sempre a mezzo dell’avvocato, per il tramite dell’ufficiale giudiziario – con cui viene intimato al debitore di adempiere entro massimo 10 giorni, con l’avvertimento che, in difetto di ciò, partirà l’esecuzione forzata.

 

Non in ultimo ci sono le spese di registrazione della sentenza che competono sempre alla parte soccombente. Posta, tuttavia, la solidarietà passiva nei confronti del fisco, l’Agenzia delle Entrate potrebbe chiedere il pagamento anche al creditore il quale, dopo aver versato l’importo, può rivalersi nei confronti dell’avversario.

 

Ebbene, per tutte queste attività, necessarie a ottenere materialmente l’adempimento della condanna, l’avvocato ha diritto a essere pagato dalla controparte debitrice. Gli importi sono definiti con decreto ministeriale, sicché non c’è spazio per arbitri. Tuttavia, il debitore deve sapere che non potrà sollevare opposizione contro l’esecuzione forzata sostenendo che tali cifre non trovano riscontro nella sentenza di condanna.

 

Dopo qualsivoglia decisione presa dal giudice nel processo di cognizione – si legge in sentenza – vanno pagate tutte le attività poste in essere dal difensore anche prima della predisposizione dei precetto [2].


[1] Cass. sent. n. 9933/2016 del 13.05.2016.

[2] Cass. sent. n. 1348/2111.

 


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