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Lo sai che? Pubblicato il 7 giugno 2016

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Lo sai che? L’eredità del conto corrente

> Lo sai che? Pubblicato il 7 giugno 2016

Che succede se nell’eredità c’è un conto corrente: i problemi di sblocco e divisione delle somme tra i parenti del defunto, gli ostacoli frapposti dalla banca.

In gran parte dei casi, quando si apre una successione c’è sempre un conto corrente in eredità da dividere tra i parenti del defunto; peraltro, la morte del titolare del conto comporta diverse problematiche con la banca che, per procedere allo sblocco delle somme, richiede diversi documenti tra cui la firma liberatoria di tutti gli eredi. E se tra questi ultimi si innescano litigi per l’eredità, non è sempre facile ottenere il consenso di ognuno; così lo svincolo del conto corrente potrebbe esserne pregiudicato. Ecco allora questa breve guida per risolvere i problemi più frequenti nel caso in cui, nell’eredità, vi sia un conto corrente.

Quando si ha diritto alle somme del conto corrente del defunto?

Hanno diritto ad una quota del conto corrente del defunto solo gli eredi, ossia coloro che abbiano accettato l’eredità. La rinuncia con beneficio di inventario non è di ostacolo all’ottenimento di tali somme; lo è invece la rinuncia all’eredità pura e semplice. In buona sostanza solo colui che abbia accettato l’eredità può ottenere la propria quota di conto.

Come sapere dalla banca quanto denaro è depositato nel conto corrente?

L’erede ha diritto a sapere, dalla banca presso cui il soggetto defunto aveva aperto il conto, l’effettiva giacenza del conto stesso. A tal fine l’erede deve recarsi presso l’istituto di credito e dimostrare la propria qualità di erede a mezzo di atto notorio e l’avvenuto decesso con il certificato di morte. Con tale documentazione, l’erede potrà avere informazioni dalla banca su tutti i conti correnti, i depositi, i libretti di risparmio, le cassette di sicurezza, i finanziamenti in corso e quelli estinti, le azioni e le obbligazioni intestate dal soggetto defunto.

Che fare se la banca chiede il consenso di tutti gli eredi allo sblocco del conto?

Spesso la banca, prima di dare a ciascun erede la sua parte di conto secondo la quota di eredità a quest’ultimo spettante, chiede che vi sia anche il consenso da parte di tutti gli altri eredi o, quantomeno, la loro identificazione, anche per determinare con esattezza le quote a ciascuno spettanti. Si tratta di una pratica illegittima, come chiarito del resto anche dalla Cassazione a Sezioni Unite [1]. Difatti, secondo la Corte, ogni erede ha diritto alla propria quota di conto corrente, a prescindere dal consenso o dalla contestuale presenza degli altri eredi. Infatti l’esistenza di una pluralità di eredi determinerebbe il sorgere di autonomi rapporti obbligatori con l’istituto di credito coinvolto nella vicenda successoria.

Che succede se il defunto aveva delegato alla firma un altro soggetto?

Dal momento in cui gli eredi comunicano alla banca la morte del titolare del conto, l’istituto di credito blocca il predetto conto corrente, impedendo ogni prelievo o versamento. Vengono inoltre revocate automaticamente tutte le deleghe che il defunto aveva rilasciato ad altri soggetti che, pertanto, non potranno più effettuare alcuna operazione sul conto.

Il prelievo dal conto corrente da parte del delegato, effettuato dopo la morte del titolare del conto e prima che la banca ne avesse notizia, integra un reato ai danni degli eredi se il delegato al prelievo era consapevole del decesso del correntista. Si tratta, infatti, di una sottrazione del denaro ai legittimi titolari che, in questo caso, sono diventati gli eredi.

Che succede se il conto corrente è cointestato?

Se il conto era cointestato al defunto e ad una o più persone, rientra nell’eredità solo la percentuale del conto di proprietà del defunto. Ad esempio, se i contitolari del conto sono due e uno dei due muore, ad andare agli eredi sarà solo il 50% della giacenza, mentre l’altro 50% viene liquidato all’altro cointestatario ancora in vita. Tuttavia, a questo riguardo bisogna distinguere tra due ipotesi:

  • se il conto era a firma congiunta: poiché il contitolare del conto non avrebbe comunque potuto agire senza la collaborazione dell’altro contitolare, il conto viene immediatamente bloccato. Per lo sblocco, il cointestatario deve recarsi in banca insieme agli eredi legittimi, in modo da procedere allo svincolo di tutte le somme;
  • se il conto era a firma disgiunta: in teoria, in questo caso, il cointestatario potrebbe operare anche sulla quota di proprietà del defunto, atteso che tale potere gli era proprio ancor prima del suo decesso. Ma tale circostanza viene di fatto ostacolata dalle banche che temono eventuali contestazioni degli eredi; così il conto viene bloccato anche in questo caso. In verità tale condotta dell’istituto di credito potrebbe essere censurata innanzi al giudice andando a incidere sul diritto autonomo del contitolare del conto. In ogni caso, se anche il conto fosse sbloccato, il contitolare avrebbe sì la possibilità di movimentare il conto, ma dovrebbe pur sempre riconoscere il 50% di proprietà agli eredi. Con la conseguenza che se questi preleva una quota superiore alla metà del conto, gli eredi avranno diritto alla restituzione (non dalla banca ma) dal contitolare a firma disgiunta.

Diversa è stata la soluzione adottata dalla Cassazione [2] secondo cui, con il patto “a firma disgiunta” deve ritenersi cessato secondo le regole del mandato.

Pertanto la banca può legittimamente impedire al contestatario “a firma disgiunta” qualsiasi prelievo oltre la somma di sua pertinenza.

Che succede se, nel conto cointestato, le quote di proprietà sono diverse?

Non è detto che in un conto cointestato a due o più soggetti, le quote di ciascuno di essi siano uguali alle altre. Così ben potrebbe essere che un conto intestato a due fratelli spetti nella misura del 60% all’uno e del 40% all’altro. In questi casi, si presume sempre la parità delle quote salvo venga fornita la prova contraria. Prova contraria che dovrà evidentemente consistere in un accordo firmato dalle parti.

Come possono gli eredi ottenere la loro parte di conto corrente?

La banca, una volta accertato il decesso del titolare del conto e la qualità di eredi dei richiedenti, rilascerà a questi ultimi le quote spettanti a ciascuno di essi. Spetta all’erede dimostrare sia la sua qualità e la quota a cui ha diritto. Tale onere si può adempiere con un semplice atto notorio che libera da ogni responsabilità la banca anche se in un secondo momento dovesse comparire un nuovo legittimo erede.

Come evitare che la banca sblocchi il conto ai presunti eredi?

Potrebbe avvenire che uno degli eredi abbia interesse a che la banca non liquidi ad altri soggetti le quote del conto corrente, come nel caso in cui questi ultimi non siano gli effettivi eredi o magari abbiano rinunciato all’eredità. L’erede legittimo potrà allora inviare una raccomandata a.r. alla banca diffidandola dal liquidare le quote del conto ai richiedenti, in quanto non legittimati. In tal caso l’istituto di credito blocca il conto corrente.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 24657/2007.

[2] Cass. sent. n. 15231/2002.

Trib. Milano sent. n. 5105/2012

La cointestazione di un conto corrente, attribuendo agli intestatari la qualità di creditori o debitori solidali dei saldi del conto, sia nei confronti dei terzi che nei rapporti interni, lascia presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto. Una tale presunzione, tuttavia, dà unicamente luogo all’inversione dell’onere probatorio e può essere superata attraverso presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, dalla parte che deduca una situazione giuridica diversa da quella risultante dalla cointestazione stessa. Nel caso concreto, contestata la natura personale dell’acquisto immobiliare effettuato da parte convenuta in costanza di matrimonio, con conseguente accertamento della caduta in comunione legale del bene stesso, la suddetta presunzione di contitolarità del saldo del conto corrente deve certamente ritenersi superata dalla consapevolezza dell’attore, dirigente bancario, dell’acquisto da parte della moglie di una ingente somma di denaro per successione ereditaria. Né tale consapevolezza è stata contestata in corso di causa, ove al contrario è emersa la circostanza che la stessa è stata confermata dall’attore al pubblico ufficiale rogante in occasione dell’acquisto dell’immobile per cui è causa, partecipando all’atto pubblico nei termini di legge ex art. 179 c.c., per cui deve escludersi, diversamente da quanto dedotto, che il bene sia caduto in comunione legale.

Cass. S.U. sent. n. 24657/2007

I crediti del “de cuius” non si dividono automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria; ciascuno dei partecipanti ad essa può agire singolarmente per far valere l’intero credito ereditario comune o anche la sola parte di credito proporzionale alla quota ereditaria, senza necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di tutti gli altri coeredi. La partecipazione al giudizio di costoro può essere richiesta dal convenuto debitore in relazione ad un concreto interesse all’accertamento nei confronti di tutti della sussistenza o meno del credito.

 

I crediti del “de cuius”, a differenza dei debiti, non si ripartiscono tra i coeredi in modo automatico in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria, essendo la regola della ripartizione automatica dell’art. 752 c.c. prevista solo per i debiti, mentre la diversa disciplina per i crediti risulta dal precedente art. 727, il quale, stabilendo che le porzioni debbano essere formate comprendendo anche i crediti, presuppone che gli stessi facciano parte della comunione, nonché dal successivo art. 757, il quale, prevedendo che il coerede al quale siano stati assegnati tutti o l’unico credito succede nel credito al momento dell’apertura della successione, rivela che i crediti ricadono nella comunione, ed è, inoltre, confermata dall’art. 760, che escludendo la garanzia per insolvenza del debitore di un credito assegnato a un coerede, necessariamente presuppone che i crediti siano inclusi nella comunione; né, in contrario, può argomentarsi dagli art. 1295 e 1314 dello stesso codice, concernendo il primo la diversa ipotesi del credito solidale tra il “de cuius” ed altri soggetti e il secondo la divisibilità del credito in generale. Conseguentemente, ciascuno dei partecipanti alla comunione ereditaria può agire singolarmente per far valere l’intero credito comune, o la sola parte proporzionale alla quota ereditaria, senza necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di tutti gli altri coeredi, ferma la possibilità che il convenuto debitore chieda l’intervento di questi ultimi in presenza dell’interesse all’accertamento nei confronti di tutti della sussistenza o meno del credito.

Cass. sent. n. 24449/2015

I crediti del de cuius, a differenza dei debiti, non si ripartiscono tra i coeredi in modo automatico in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria, essendo la regola della ripartizione automatica dell’art. 752 c.c. prevista solo per i debiti, mentre la diversa disciplina per i crediti risulta dal precedente art. 727 c.c..

Cass. sent. n. 15894/2014

I crediti del “de cuius”, a differenza dei debiti, non si ripartiscono tra i coeredi in modo automatico in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della cmunione ereditaria in conformità all’art. 727 cod. civ., che, nel prevedere la formazione delle porzioni con inclusione dei crediti, presuppone che gli stessi facciano parte della comunione, nonché al successivo art. 757 cod. civ., in forza del quale i crediti ricadono nella comunione poiché il coerede vi succede al momento dell’apertura della successione, trovando tale soluzione conferma nell’art. 760, cod. civ., che, escludendo la garanzia per insolvenza del debitore di un credito assegnato a un coerede, presuppone necessariamente l’inclusione dei crediti nella comunione. Né, in contrario, può argomentarsi dagli artt. 1295 e 1314 dello stesso codice, concernendo il primo la diversa ipotesi del credito solidale tra il “de cuius” ed altri soggetti e il secondo la divisibilità del credito in generale. Ne deriva che ciascuno dei partecipanti alla comunione ereditaria può agire singolarmente per far valere l’intero credito comune, o la sola parte proporzionale alla quota ereditaria, senza necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di tutti gli altri coeredi, ferma la possibilità che il convenuto debitore chieda l’intervento di questi ultimi in presenza dell’interesse all’accertamento nei confronti di tutti della sussistenza o meno del credito.

Cass. sent. n. 16671/2012

In caso di cointestazione del deposito bancario di titoli (nella specie, appartenenti a coniugi), ove non vi sia, o non sia provata, una clausola contrattuale che dia facoltà al singolo di operare separatamente sul conto, è chi invoca gli effetti dell’atto individuale di disposizione ad avere l’onere di dimostrare che esso è riferibile anche agli altri intestatari o che, comunque, costoro lo hanno approvato, trattandosi altrimenti di un atto di per sé privo della possibilità di produrre effetti; infatti, il disposto dell’art. 1854 c.c., riguardante il conto corrente, ma analogicamente applicabile anche ai conti di deposito titoli, considera i relativi contitolari creditori o debitori solidali dei saldi, se è prevista la facoltà per i medesimi di compiere operazioni anche separatamente, facoltà che non può essere però presunta per il sol fatto che il conto risulti intestato a più persone, anche perché il titolo per fondare una solidarietà attiva deve essere inequivocamente convenzionale e quindi, in mancanza, le singole operazioni individuali non risultano efficaci se non attuate con il consenso, che non può essere presunto, di tutti i cointestatari; inoltre, l’esigenza formale che caratterizza i contratti bancari, ai sensi dell’art. 117 d.lg. 1º settembre 1993 n. 385, preclude il rinvenimento della menzionata clausola dal mero comportamento, processuale o extraprocessuale, delle parti.

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