Se il datore di lavoro sgrida il dipendente può essere denunciato?
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7 Giu 2016
 
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Se il datore di lavoro sgrida il dipendente può essere denunciato?

Sfuriata del datore contro il lavoratore: non scatta il reato di maltrattamenti.

 

Il datore di lavoro è libero di rimproverare il dipendente e di eccedere, eventualmente, in vere e proprie sfuriate: il suo comportamento, infatti, non è passibile di denuncia né di un’azione di risarcimento del danno. L’importante è che non travalichi mai i limiti di un linguaggio corretto (nel qual caso, infatti, scatterebbe l’ingiuria) e non proceda poi ad azioni fisiche (che si possano concretizzare in violenze) o in provvedimenti disciplinari (che potrebbero, se immotivati, dar luogo a una denuncia per mobbing). A dirlo è la Cassazione con una recente sentenza [1].

 

I richiami, seppur continui, nei confronti del dipendente costituiscono uno dei diritti dell’imprenditore al fine di garantire un buon andamento della propria attività e organizzare la stessa nel modo più efficiente. Anche parole forti e toni esasperati vanno valutati come semplici sfuriate, legate a precise ragioni aziendali, e non come maltrattamenti ai danni del lavoratore.

 

Perché scatti invece il mobbing è necessario che il dipendente venga sottoposto a continui comportamenti ostili, umilianti e ridicolizzanti al solo scopo di danneggiarlo e mortificarne la professionalità. Se mancano però gli estremi di tale comportamento – certamente più difficile da provare – il semplice rimprovero e la minaccia in caso di errori non costituisce un maltrattamento. Maltrattamento che non potrebbe scattare neanche se l’azienda è di piccole dimensioni tali da apparire come un “ambiente familiare”.

 

Nel caso di specie risultava che il lavoratore era inserito in una normale realtà aziendale e che le sfuriate dell’imprenditore erano collegate solo a ragioni di lavoro e riguardavano in genere tutti i lavoratori.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 26 febbraio – 6 giugno 2016, n. 23358
Presidente Paoloni – Relatore Carcano

Ritenuto in fatto

1. Il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’appello di Torino impugna la sentenza con la quale la Corte d’appello, riqualificato il fatto – ab origine contestato e ritenuto nella sentenza di primo grado quale maltrattamenti in danno dei suo dipendente F.P. – come reato di ingiurie continuata ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di G.F. per mancanza di querela.
La Corte d’appello, a differenza del giudice di primo grado, ha ritenuto non configurabile nei confronti G.F. il delitto di maltrattamenti consistito nell’avere sottoposto il dipendente F.P. a continui comportamenti ostili, umilianti e ridicolizzanti, insultandolo e rimproverandolo e minacciandolo in caso di errori.
In particolare, la sentenza impugnata rileva che non hanno alcuna importanza le dimensioni dell’impresa assunte, poichè il reato è integrato dalla para-famigliarità, nel senso più volte indicato dalla giurisprudenza di legittimità; rapporto che, da ciò che emerge dalla dichiarazioni desti, non vi è mai stato, poiché il dipendente F.P. era inserito una normale realtà aziendale tanto che le cd. sfuriate di F.

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[1] Cass. sent. n. 23358/2016 del 6.06.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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