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Lo sai che? Pubblicato il 8 giugno 2016

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Lo sai che? Stalking: come difendersi

> Lo sai che? Pubblicato il 8 giugno 2016

Atti persecutori anche con sms ed email: la querela non è l’unica arma; si può ottenere l’ammonimento dal Questore con un procedimento rapido e, nei casi più lievi, forse maggiormente opportuno.

Stalking: un reato purtroppo in crescente aumento, complici le nuove tecnologiche che consentono di essere più invasivi nei confronti della vittima. Così, le condotte di stalkging possono concretizzarsi in molestie e minacce di vario tipo come telefonate, anche mute, sms, e-mails, molestie tramite lettere, oltre ai più tradizionali pedinamenti, appostamenti sotto casa, il reperimento di informazioni sulla persona e il contatto con coloro che vivono accanto alla vittima, atti vandalici su beni della vittima.

Secondo la giurisprudenza può integrare lo stalking anche un graffito sul muro, l’invio costante e ripetuto di mazzi di fiori o di regali. In alcuni casi ci si è confrontati con furti della corrispondenza. Ed ancora è stato considerato stalking il caso di estenuanti discussioni al solo scopo di intrattenere la vittima, così come i corteggiamenti insistenti fino alle minacce per indurre la vittima a riprendere una relazione amorosa (“Se non stai con me dirò a tutti che…” oppure “… te la farò pagare”).

Lo stalking non è necessariamente dettato da questioni amorose o da situazioni di innamoramento non ricambiato. La giurisprudenza ha ammesso la possibilità dello stalking condominiale (ripetute persecuzioni ai danni di un vicino di casa) e, in astratto, è stato anche considerato possibile configurare il reato nel comportamento del genitore che, preoccupato, assilla il figlio con continue telefonate.

Stalking: possibile con sms ed email

Ritornando alle nuove tecnologie che possono essere utilizzate in maniera persecutoria o assillante, con una recente sentenza il Consiglio di Stato [1] ha ritenuto che vi sia stalking anche in presenza dell’invio continuo di e-mail o l’intromissione in siti quali Facebook o anche divulgare tramite tali mezzi filmati riguardanti la vittima.

Nel caso di specie, dalla documentazione acquisita, era emerso, infatti, che la richiesta di emanazione dell’atto di ammonimento era stata formulata a seguito del ricevimento di una serie di sms e di email, nonché anche di messaggi scritti sul selciato della adiacente abitazione. Il Questore aveva complessivamente valutato la situazione, giungendo alla conclusione – di per sé ragionevole e motivata – per la quale la misura dell’ammonimento avrebbe potuto indurre l’interessato a non avere più comportamenti molesti nei confronti della richiedente. Ed è stata considerata irrilevante la circostanza evidenziata dall’appellato, sul numero di sms e di email trasmesse nel corso del tempo. Infatti, dalla documentazione acquisita era emerso che già nel corso del procedimento il Questore aveva constatato la notevole ripetitività di tali contatti, malgrado la ripetuta richiesta che essi non ci fossero.

Quando scatta lo stalking?

Per far scattare lo stalking è necessario che il comportamento incriminato sia tale da indurre nella vittima un perdurante stato di ansia o di paura tanto da constringerla a modificare le proprie abitudini di vita. Secondo la giurisprudenza sono sufficienti anche due soli episodi di minaccia o di molestia.

Il comportamento dello stalker deve essere tale da porre quest’ultimo in una posizione di ingiustificata predominanza da cui consegua uno specifico danno.

Non occorre inoltre che il colpevole abbia la consapevolezza e la volontà di raggiungere un determinato obiettivo o di voler danneggiare la vittima; è sufficiente invece la costante consapevolezza, nello sviluppo progressivo della situazione, dei precedenti attacchi e dell’apporto che ciascuno di essi arreca all’interesse protetto.

Come difendersi dallo stalking

Contro lo stalker si può procedere con una normale denuncia presso i Carabinieri o la Procura della Repubblica – il che dà il via a un procedimento penale – oppure con una segnalazione al Questore affinché quest’ultimo emetta un più tenue ammonimento nei confronti del soggetto indicato quale molestatore.

L’ammonimento del Questore. Il Questore, nell’ambito dei suoi poteri discrezionali, può valutare il se ed il quando emanare il provvedimento di ammonizione: oltre ad essere titolare del potere di emettere o meno la misura, egli può decidere se emanare senza indugio il provvedimento di ammonizione, oppure se le circostanze consentano di avvisare il possibile destinatario dell’atto, con l’avviso di avvio del procedimento. La giurisprudenza ritiene che non sia necessaria l’acquisizione della prova del fatto penalmente rilevante ma, debba sussistere un quadro indiziario che renda verosimile, secondo collaudate massime di esperienza e attribuendo discrezionalità all’organo giudicante, l’avvenuto compimento di atti persecutori. Ai fini dell’emissione dell’ammonimento, il Questore deve, pertanto valutare la fondatezza dell’istanza, formandosi il ragionevole convincimento sulla plausibilità ed attendibilità delle vicende esposte, senza che sia necessario il compiuto riscontro dell’avvenuta lesione del bene giuridico tutelato dalla norma penale incriminatrice.

C’è poi la possibilità di rivolgersi al giudice perché emetta gli ordini di protezione come l’allontanamento dalla casa familiare.

È stata inoltre introdotta la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Con tale il provvedimento il giudice dispone il divieto di avvicinamento alla vittima: in pratica obbliga l’imputato a non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla stessa persona offesa.

Il divieto di avvicinamento può riguardare anche i luoghi frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva.

Il giudice può, inoltre, vietare all’imputato di comunicare, attraverso qualsiasi mezzo, con le persone sopra indicate.

In alcuni casi, quando la condotta dello stalker viene considerata talmente grave, si applica la misura degli arresti domiciliari o addirittura la custodia cautelare in carcere (si pensi al caso in cui il reo abbia già trasgredito la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima).

È infine possibile inviare segnalazioni ai centri antiviolenza presenti nella zona di residenza della vittima ed è stato istituito un numero verde presso il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri, per offrire assistenza psicologica e giuridica e per comunicare, nei casi di urgenza, alle forze dell’ordine gli atti persecutori segnalati dalla vittima.

note

[1] Cons. St. sent. n. 2419/16 del 6.06.2016.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 6 febbraio 2015, n. 5664

Nel caso di stalking, l’articolo 282 ter c.p.p. – introdotto dal D. L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv., con mod., dalla Legge 23 aprile 2009, n. 38 – ha tipizzato una nuova figura di misura cautelare al fine di contrastare, prevalentemente, il fenomeno degli atti persecutori, costituito dal divieto di avvicinamento dell’imputato o dell’indagato “a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa”, nonche’ dall’imposizione dell’obbligo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”. I caratteri che devono avere le misure suddette, affinche’ le esigenze di cautela sottese alla norma siano conciliabili con i diritti e le necessita’ della persona cui le misure sono imposte, devono rispettare una duplice esigenza : quella di determinare una compressione della liberta’ di movimento dell’onerato nella misura strettamente necessaria alla tutela della vittima; quella di assicurare una sufficiente determinatezza della misura, affinche’ sia ben chiaro all’obbligato quali comportamenti deve tenere e sia eseguibile il controllo sulla corretta osservanza delle prescrizioni a lui imposte. E’ compito del giudice, pertanto, riempire la misura di contenuti adeguati agli obbiettivi da raggiungere e rendere la misura sufficientemente determinata, per evitare elusioni o problematiche applicative.

Corte di Cassazione Sezione 5 penale: Sentenza 14.04.2011, n. 15230

È legittima la misura degli arresti domiciliari per l’ex moglie, alla quale era stata già comminata la misura del divieto di avvicinamento in relazione alla contestazione di atti persecutori in danno del coniuge, se si evidenziano più gravi esigenze cautelari, in quanto la donna ha continuato a compiere atti vessatori nei confronti dell’ex coniuge, mandagli messaggi offensivi col telefono cellulare di un collega e diffondendo documenti contenenti accuse calunniose, che riguardavano il presunto traffico di sostanze stupefacenti ad opera dell’intera famiglia.

TAR Lombardia – Brescia Sezione 2: Sentenza 28.01.2011, n. 183

Il decreto di ammonimento del Questore, introdotto dall’art. 8 del D.L. n. 11 del 2009, convertito nella L. n. 38 del 2009, non presuppone l’acquisizione della prova del fatto penalmente rilevante punito dall’art. 612-bis del c.p., ma, nel quadro di un potere valutativo ampiamente discrezionale dell’Amministrazione, richiede la sussistenza di un quadro indiziario che renda verosimile, secondo collaudate massime di esperienza, l’avvenuto compimento di atti persecutori.

Ai fini dell’emissione del provvedimento in oggetto il Questore deve, pertanto, unicamente apprezzare la fondatezza dell’istanza, formandosi il ragionevole convincimento sulla plausibilità ed attendibilità delle vicende esposte, senza che sia necessario il compiuto riscontro dell’avvenuta lesione del bene giuridico tutelato dalla norma penale incriminatrice. Il provvedimento di prevenzione è, pertanto, legittimo qualora, come nella specie, la motivazione che lo sorregge risulti sufficientemente esaustiva per aver illustrato il carattere vessatorio della condotta posta in essere e la reiterazione degli atteggiamenti nel tempo.

Tribunale Amministrativo Regionale – LOMBARDIA – Milano Sezione 3: Sentenza 01.01.2010

In materia di ammonimento il Questore dispone di ampia discrezionalità nel valutare la fondatezza dell’istanza a lui rivolta, senza che sia necessario il compiuto riscontro dell’avvenuta lesione del bene giuridico tutelato dalla norma penale incriminatrice, e pertanto va ritenuta la legittimità del provvedimento di ammonimento del Questore indirizzato a soggetto responsabile di atti di stalking perpetrati contro l’ex moglie e punibili ai sensi dell’art. 612-bis c.p.

Tribunale di Napoli Sezione 4 penale: Sentenza 30.06.2009

È ammissibile l’applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi praticati dalla persona offesa del delitto di stalking, ricorrendo nella specie le ragioni cautelari di cui all’art. 274, lett. c), c.p.p., in considerazione delle particolari circostanze fattuali e della pericolosità del contegno dell’agente, in relazione al quale v’è il fondato timore di un violento aggravamento.

Tribunale di Catania Ordinanza 03.10.2009

In tema di atti persecutori, la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa offre, in prima battuta, un ostacolo alla reiterazione della condotta criminosa da parte dello stalker, il quale anche se presenta una patologia psichiatrica è in grado di comprendere che la minima trasgressione al divieto impostogli comporterebbe la sostituzione della misura irrogata con altra più afflittiva.

Tribunale di Milano penale: Sentenza 31.03.2009

In materia di stalking, stante l’inidoneità della misura prevista dall’articolo 282-ter del c.p.p., atteso che il divieto di avvicinamento imposto all’indagato di avvicinarsi alla persona offesa e ai luoghi da lei frequentati è stato già volontariamente trasgredito in passato, l’unica misura idonea a fronteggiare efficacemente il pericolo di recidiva è quella della custodia cautelare in carcere.

Tribunale di Fermo civile: Sentenza 11.03.2009

È legittimo il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale di un insegnante che, abusando della sua posizione, ha posto in essere nei confronti

delle alunne azione di molestie (c.d. stalking).

Tribunale per i Minorenni di Bologna civile: Decreto 21.12.2006

Nel caso in cui il genitore ponga in essere condotte pregiudizievoli nei confronti del minore anche tramite il cd. stalking (comportamenti di minaccia,

violenza, controllo e disturbo) verso l’ex convivente con noncuranza delle ripercussioni di ciò sul figlio deve pronunciarsi la decadenza dalla potestà sul

figlio minore.

Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 16 dicembre 2015, n. 49613

Ai fini della configurabilità del delitto di atti persecutori (stalking) (articolo 612-bis del Cp), la sussistenza del grave e perdurante stato di turbamento emotivo prescinde dall’accertamento di uno stato patologico conclamato, essendo sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità dell’equilibrio psicologico della vittima.

Corte di Cassazione, Sezione 2 penale Sentenza 7 dicembre 2015, n. 48332

In materia di atti persecutori, la frequentazione di posti di svago da parte della vittima, quali discoteche, spiagge o lo stesso bar gestito dallo stalker, non esclude la configurabilità del delitto di cui all’articolo 612-bis del Cp. Lo stalking, infatti, è configurabile quando anche due soli episodi di molestia provochino uno solo degli elementi previsti nella fattispecie, ovvero la presenza di uno stato di ansia e di paura o il fondato timore per la propria incolumità. (Nella specie la Corte respinge il ricorso di un ragazzo che, seppur aveva inviato alla vittima diversi messaggi minacciosi avvalendosi di tutti i mezzi di comunicazione, riteneva di non aver commesso tale delitto perché la donna continuava a frequentare i suoi stessi posti).

Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 13 novembre 2015, n. 45453

In tema di atti persecutori, ai fini della individuazione del cambiamento delle abitudini di vita, quale elemento integrativo del delitto di cui all’articolo 612-bis c.p., occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita cui la vittima sente di essere costretta e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate. (Nel caso di specie, il mutamento significativo delle abitudini di vita era determinato dal fatto che l’atteggiamento morboso dell’imputato aveva costretto la vittima a uscire di casa sempre accompagnata, anche per espletare le normali attività quotidiane.)

Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 25 luglio 2014, n. 33196

È configurabile il delitto di “stalking” quando, come previsto dall’articolo 612 bis c.p., comma 1, il comportamento minaccioso o molesto di taluno, posto in essere con condotte reiterate, abbia cagionato nella vittima o un grave e perdurante stato di turbamento emotivo ovvero abbia ingenerato un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero ancora abbia costretto lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita, bastando, inoltre, ad integrare la reiterazione quale elemento costitutivo del suddetto reato come dianzi affermato, anche due sole condotte di minaccia o di molestia Dovendosi, in particolare, intendere per alterazione delle proprie abitudini di vita, ogni mutamento significativo e protratto per un apprezzabile lasso di tempo dell’ordinaria gestione della vita quotidiana, indotto nella vittima, dalla condotta persecutoria altrui, finalizzato ad evitare l’ingerenza nella propria vita privata del molestatore.

Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 25 luglio 2014, n. 33196

È sufficiente ad integrare l’elemento soggettivo il dolo generico, quindi la volontà di porre in essere le condotte di minaccia o di molestia, con la consapevolezza della idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi alternativamente necessari per l’integrazione della fattispecie legale, che risultano dimostrate proprio dalle modalità ripetute ed ossessive della condotta persecutoria compiuta dal ricorrente e delle conseguenze che ne sono derivate sullo stile di vita della persona offesa. Non occorre una rappresentazione anticipata del risultato finale, ma, piuttosto, la costante consapevolezza, nello sviluppo progressivo della situazione, dei precedenti attacchi e dell’apporto che ciascuno di essi arreca all’interesse protetto, insita nella perdurante aggressione da parte del ricorrente della sfera privata della persona offesa.

Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 19 maggio 2014, n. 20531

Ai fini della integrazione del reato di stalking “non si richiede l’accertamento di uno stato patologico ma e’ sufficiente che gli atti ritenuti persecutori … abbiano un effetto destabilizzante della serenita’ e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’articolo 612 bis c.p., non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (articolo 582 c.p.), il cui evento e’ configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica”.

Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 8 maggio 2014, n. 18999

Con l’introduzione della fattispecie il legislatore ha voluto, prendendo spunto dalla disciplina di altri ordinamenti, colmare un vuoto di tutela ritenuto inaccettabile rispetto a condotte che, ancorchè non violente, recano un apprezzabile turbamento nella vittima. Il legislatore ha preso atto pero’ che la violenza (declinata nelle diverse forme delle percosse, della violenza privata, delle lesioni personali, della violenza sessuale) spesso è l’esito di una pregressa condotta persecutoria, per cui mediante l’incriminazione degli atti persecutori si è inteso in qualche modo anticipare la tutela della libertà personale e dell’incolumità fisio-psichica, attraverso l’incriminazione di condotte che, precedentemente, parevano sostanzialmente inoffensive e, dunque, non sussumibile all’interno di alcuna fattispecie criminale o di fattispecie per cosi’ dire minori, quali la minaccia o la molestia alle persone.

Corte di Cassazione, Sezione 3 penale Sentenza 11 febbraio 2014, n. 6384

Anche le telefonate e gli sms possono integrare il reato di stalking se pongono il destinatario in un perdurante stato di ansia e di paura.

Corte di Cassazione, Sezione 3 penale Sentenza 14 novembre 2013, n. 45648

Integrano il delitto di atti persecutori, di cui all’art. 612 bis cod. pen., anche due sole condotte di minaccia o di molestia, come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice.

Corte di Cassazione, Sezione 3 penale Sentenza 14 novembre 2013, n. 45648

La reciprocità dei comportamenti molesti non esclude in assoluto la configurabilità del reato di stalking. In un caso del genere, però, all’autorità giudiziaria tocca un compito ancora più incisivo per quanto riguarda la dimostrazione dell’esistenza del danno, cioè dello stato di ansia o di paura della presunta persona offesa, del suo timore per la propria incolumità o per quella di persone vicine o, ancora, della necessità del cambiamento delle proprie abitudini di vita. Il giudice deve verificare se, in caso di reciprocità degli atti minacciosi, esiste una posizione predominante di una delle due parti coinvolte, tale da permettere di qualificare le iniziative minacciose e moleste come atti di natura persecutoria e le reazioni della vittima come messa in atto di un meccanismo di replica indirizzato a sopraffare la paura. Nè può dirsi che la reazione della vittima comporti, comunque, l’assenza dell’evento richiesto dalla norma incriminatrice, non potendosi accettare l’idea di una vittima inerme alla mercè del suo molestatore e incapace di reagire. Anzi, non va escluso che una situazione di stress o di ansia possa provocare reazioni incontrollate della vittima anche nei riguardi del proprio aggressore. Quanto al numero di condotte violente che possono essere considerate tali da configurare il reato, bastano anche due soli episodi per arrivare alla condanna per atti persecutori. Certo, serve una reiterazione della condotta aggressiva, però non è necessario che questa sia anche assillante.

Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 25 giugno 2013, n. 27798

Per ritenere integrato il delitto di cui all’art. 612 bis c.p. è necessaria la reiterazione delle condotte di violenza o minaccia ma non occorre una lunga sequela di azioni delittuose, essendo sufficiente che esse siano di numero e consistenza tali da ingenerare nella vittima il fondato timore di subire offesa alla propria integrita’ fisica o morale e da provocare nella stessa “un perdurante e grave stato d’ansia”, ovvero “un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto…”.


Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 26 maggio – 6 giugno 2016, n. 2419
Presidente/Estensore Maruotti

Fatto e diritto

1. Con decreto del 3 luglio 2014, n. 9903, emanato ai sensi degli articoli 7 ed 8 della legge n. 38 del 2009, il Questore di Genova ha ammonito l’appellato ad astenersi da qualsiasi comportamento molesto nei confronti della signora Da. Sa.
L’interessato ha proposto ricorso gerarchico al Prefetto di Genova, che con la decisione di data 9 aprile 2015, n. 14734, ne ha disposto il rigetto.
2. Col ricorso di primo grado n. 593 del 2015 (proposto al TAR per la Liguria), l’interessato ha impugnato l’atto del Questore e quello del Prefetto, chiedendone l’annullamento.
Il TAR ha accolto il motivo col quale è stata lamentata la mancata comunicazione dell’avviso di avvio del procedimento, prevista dall’art. 7 della legge n. 241 del 1990, ha assorbito le residue censure ed ha annullato «il provvedimento impugnato».
3. Con l’appello in epigrafe, il Ministero dell’Interno ha chiesto che, in riforma della sentenza impugnata, il ricorso di primo grado sia respinto.
L’Amministrazione ha dedotto che nella specie non occorreva la comunicazione prevista dall’art. 7 della legge n. 241 del 1990, sia per la natura cautelare del provvedimento previsto dagli artt. 7 e 8 della legge n. 38 del 2009, sia in considerazione delle specifiche circostanze emerse nel corso del procedimento.
L’appellato si è costituito in giudizio e, con la sua memoria difensiva, ha riproposto le censure formulate in primo grado e non esaminate dal TAR.
4. Ritiene la Sezione che l’appello del Ministero dell’Interno sia fondato e vada accolto.
4.1. Va respinta l’eccezione di inammissibilità dell’appello del genericità, formulata dall’appellato.
Infatti, le censure del Ministero dell’Interno sono state specificamente formulate avverso ogni passaggio argomentativo della ratio decidendi posta a base della sentenza impugnata.
4.2. L’art. 8 del d.l. n. 11 del 2009, convertito nella legge n. 38 del 2009, prevede che:
«1. Fino a quando non è proposta querela per il reato di cui all’art. 612 bis c.p., …, la persona offesa può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta. La richiesta è trasmessa senza ritardo al questore».
«2. Il questore, assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, ove ritenga fondata l’istanza, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento».
4.3. Il Questore, nell’ambito dei suoi poteri discrezionali, può valutare il se ed il quando emanare il provvedimento di ammonizione: oltre ad essere titolare del potere di emettere o meno la misura, egli può decidere se emanare senza indugio il provvedimento di ammonizione, oppure se le circostanze consentano di avvisare il possibile destinatario dell’atto, con l’avviso di avvio del procedimento, previsto dall’art. 7 della legge n. 241 del 1990.
4.4. Nella specie, il provvedimento del Questore ha dato espressamente atto che sussistevano «particolari esigenze di celerità del procedimento amministrativo» e che la misura andava senz’altro emessa, «al fine di scongiurare il possibile scatenarsi di dinamiche reattive ulteriori».
Una tale valutazione risulta del tutto ragionevole, in considerazione del fatto che, nella richiesta inviata al Questore, la ex convivente dell’appellato aveva segnalato le proprie preoccupazioni per la situazione venutasi a verificare, evidenziando anche che egli risultava titolare di una licenza di polizia per porto d’armi.
4.5. Va dunque respinta la censura di primo grado, di violazione dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990: il provvedimento del Questore ha espressamente dato atto dell’urgenza, con una specifica valutazione contro la quale non sono state formulate specifiche contestazioni e che comunque risulta motivata e suffragata dalle risultanze del procedimento.
4.6. Peraltro, l’interessato a suo tempo ha proposto ricorso gerarchico avverso l’atto del Questore (senza prospettare in questa sede di aver proposto in quella sede la censura di violazione del citato art. 7), sicché sotto tale profilo si deve ritenere che in sostanza comunque egli ha potuto rappresentare le proprie ragioni in sede amministrativa, prima ancora di proporre il ricorso giurisdizionale.
5. Si deve dunque passare all’esame delle articolate censure dell’appellato, assorbite in primo grado, secondo cui il provvedimento del Questore sarebbe stato emanato in assenza dei relativi presupposti, poiché la richiesta di ammonimento aveva segnalato l’invio di alcuni messaggi alla settimana, in assenza di atti di violenza fisica o verbale.
Ritiene la Sezione che le censure dell’appellato, riproposte in questa sede, vadano respinte, perché infondate.
Dalla documentazione acquisita, emerge che la richiesta di emanazione dell’atto di ammonimento è stata formulata a seguito del ricevimento di una serie di sms e di email, nonché anche di messaggi scritti sul selciato della adiacente abitazione.
Il Questore ha complessivamente valutato la situazione, giungendo alla conclusione – di per sé ragionevole e motivata – per la quale la misura dell’ammonimento avrebbe potuto indurre l’interessato a non avere più comportamenti molesti nei confronti della richiedente.
Non rileva la circostanza evidenziata dall’appellato, sul numero di sms e di email trasmesse nel corso del tempo.
Infatti, dalla documentazione acquisita emerge che già nel corso del procedimento il Questore ha constatato la notevole ripetitività di tali contatti, malgrado la ripetuta richiesta che essi non ci fossero.
6. Per le ragioni che precedono, l’appello risulta fondato e va accolto e, previa reiezione delle censure assorbite in primo grado, il ricorso originario va respinto.
La condanna al pagamento delle spese dei due gradi del giudizio segue la soccombenza.
Di essa è fatta liquidazione nel dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza) accoglie l’appello e, previa reiezione delle censure assorbite in primo grado, respinge il ricorso originario n. 593 del 2015.
Condanna l’appellato al pagamento – in favore del Ministero appellante – di euro 3.000 per spese ed onorari dei due gradi del giudizio, di cui euro mille per il primo grado ed euro 2.000 per il secondo grado.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

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