Separazione: richieste inammissibili dopo la precisazione conclusioni
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9 Giu 2016
 
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Separazione: richieste inammissibili dopo la precisazione conclusioni

Separazione e divorzio, tardive le richieste degli avvocati, nel giudizio di separazione o divorzio, successive alla istruttoria: dopo la precisazione delle conclusioni, infatti, il giudice istruttore si spoglia della causa.

 

Anche nelle cause di separazione o divorzio, non sono ammissibili ulteriori richieste delle parti avanzate dopo la chiusura dell’istruttoria e, quindi, all’esito dell’udienza di precisazione delle conclusioni. Questo perché, con la remissione della causa al Collegio, successiva appunto alle conclusioni, il giudice si spoglia definitivamente dei suoi poteri. È questo l’importante principio chiarito dal Tribunale di Roma con un recente decreto [1]. Una volta, infatti, che il processo sia giunto nella sua fase terminale e i legali delle parti abbiano precisato, su autorizzazione del giudice, le loro conclusioni, il giudice istruttore si spoglia della causa, della quale è integralmente investito il Collegio. Per cui tutti gli eventi sopravvenuti non possono più influenzare la sentenza, posto che, dopo tale momento processuale, il giudizio non può più considerarsi pendente né quindi soggetto ad eventi sopravvenuti.

 

Una precisazione, questa, assai importante per il contesto in cui si inserisce. È noto, infatti, che la materia del diritto di famiglia è caratterizzata da decisioni modificabili anche dopo la pubblicazione della sentenza; e ciò per via della necessità di adattare le decisioni del giudice alle mutate condizioni dell’ex nucleo familiare: così, ad esempio, è sempre possibile la revisione delle condizioni di separazione o divorzio, con – ad esempio – diminuzione o taglio dell’assegno di mantenimento all’ex coniuge, revoca dell’affidamento condiviso dei figli, modifica degli importi dovuti per il mantenimento dei figli, fino alla loro totale cancellazione quando diventino economicamente indipendenti.

 

Questo principio di modificabilità, tuttavia, non può mai compromettere il diritto al contraddittorio, che resta un cardine nel nostro processo, anche in materia di famiglia. La possibilità di potersi difendere dalle avverse eccezioni e richieste trova, nel codice di procedura civile, un’apposita regolamentazione consistente nelle cosiddette “preclusioni processuali”: la legge prevede, infatti, termini massimi entro cui determinate attività processuali possono essere effettuate nel corso di causa.

 

Il decreto del Tribunale di Roma vuole evidenziare proprio questo: il diritto delle parti ad ottenere un provvedimento di giustizia quanto più vicino alla realtà della vita dei coniugi e dei loro figli non può comprimere le regole del giusto processo e del diritto alla difesa. Questo significa, in pratica, che dal momento in cui il giudice istruttore (con propria ordinanza) chiude la fase istruttoria, non è più possibile modificare il tema del processo e introdurre nuovi fatti, benché questi possano aver cambiato le carte in tavola rispetto a quando la causa era iniziata.

 

Dal momento in cui le parti, su invito del giudice, precisano le conclusioni (per i non addetti ai lavori, si tratta dell’ultima udienza), non è quindi più possibile dedurre nuovi fatti sopravvenuti, almeno nel corso di questo processo che ormai volge al termine. Che, dopo il rinvio della causa al collegio, cessa quindi di essere un sistema modificabile per diventare solo materiale d’esame per la sentenza finale del Tribunale.

 

Resta però sempre la possibilità di aprire – successivamente al rinvio del processo alla sua fase decisoria – un nuovo giudizio per la revisione delle condizioni di separazione o divorzio. Il che è pienamente ammissibile ed in linea – come detto sopra – con la natura “modificabile” del processo di famiglia.

A riguardo, bisogna però ricordare che la suddetta richiesta di revisione può intervenire unicamente nel caso in cui i nuovi fatti addotti al giudice siano sopravvenuti e non già sussistenti ai tempi del primo processo. Per esempio: si può chiedere la rettifica delle condizioni di separazione o divorzio qualora il coniuge obbligato al pagamento del mantenimento perda il proprio lavoro; non è invece possibile se, nella corso del primo processo, non sono stati considerati dei redditi fondiari della moglie.


[1] Trib. Roma decr. 13.05.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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