Niente porto d’armi per la difesa personale
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9 Giu 2016
 
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Niente porto d’armi per la difesa personale

Legittimo il diniego del porto d’armi: la difesa da possibili aggressioni durante il trasporto di ingenti somme di denaro in banca non evidenzia la necessità del possesso di un’arma, ben potendosi evitare il trasporto di denaro con l’utilizzo di sistemi di pagamento a distanza.

 

In generale, la necessità di difendersi da possibili aggressioni non è una condizione che, di per sé, giustifica il rilascio del porto d’armi. È il caso di chi sia costretto a trasportare ingenti importi di denaro in banca. Anche perché, al giorno d’oggi, i pagamenti possono essere tranquillamente fatti a distanza. È quanto chiarito dal Consiglio di Stato con una recente sentenza [1].

 

Il rilascio della “licenza di porto d’armi” mira a salvaguardare la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. Del resto, il potere di rilasciare le licenze per porto d’armi è una deroga al divieto sancito dal codice penale di portare le armi.

La conseguenza è che “il porto d’armi non costituisce un diritto assoluto” e l’amministrazione, nel decidere il relativo rilascio, gode di vasti poteri discrezionali. In particolare il Prefetto può sia negare la licenza o revocarla in relazione a particolari situazioni ambientali che giustifichino la limitazione all’uso delle armi (si pensi a determinati territori della penisola) così come può concederla quando vi sia il “dimostrato bisogno” di un porto d’armi per difesa personale.

 

Il Ministero dell’Interno, nella persona del Prefetto, dunque può ben effettuare valutazioni di merito in ordine ai criteri di carattere generale per il rilascio delle licenze di porto d’armi, tenendo conto del particolare momento storico, delle peculiarità delle situazioni locali, delle specifiche considerazioni che – in rapporto all’ordine ed alla sicurezza pubblica – si possono formulare a proposito di determinate attività e di specifiche situazioni.

 

Se si tratta di imprenditori, di commercianti, di avvocati, di notai, di operatori del settore assicurativo o bancario, ecc., si deve ritenere che la semplice appartenenza alla “categoria” in sé non rilevi tanto da giustificare il rilascio della licenza di porto d’armi. Pertanto, se il Prefetto ritiene di non dover rilasciare il porto d’armi per particolari esigenze di tutele del territorio, nonostante l’appartenenza a una “categoria” a rischio, tale sua scelta non può essere sindacata neanche dal giudice.


La sentenza

Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 26 maggio – 6 giugno 2016, n. 2417
Presidente/Estensore Maruotti

Fatto e diritto

1. L’appellato – dipendente ‘agente generale’ di una società assicuratrice – ha chiesto al Prefetto di Lecce il rilascio del rinnovo della licenza di porto di pistola per difesa personale.
Col provvedimento n. 81601 del 28 ottobre 2014, il Prefetto ha respinto l’istanza, rilevando che le circostanze evidenziate – cioè la necessità di difendersi da possibili aggressioni durante il trasporto di ingenti quantitativi di denaro presso istituti bancari – non evidenziano la necessità del possesso di un’arma, ben potendosi evitare il trasporto di denaro con l’utilizzo di sistemi di pagamento a distanza.
2. Col ricorso di primo grado n. 95 del 2015 (proposto al TAR per la Puglia, Sezione di Lecce), l’interessato ha impugnato l’atto del 28 ottobre 2015, lamentandone l’illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere.
3. Il TAR, con la sentenza n. 2455 del 2015, ha accolto il ricorso ed ha annullato l’atto impugnato, ritenendo sussistenti le ragioni poste a base dell’istanza e considerando contraddittorio il provvedimento, rispetto a quelli precedenti di rilascio e di rinnovo del porto d’armi.
4. Con l’appello in esame, il

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[1] Cons. St. sent. n. 2417/16 del 6.06.2016.

[2] Art. 699 cod. pen. e art. 4, co. 1, l. n. 110/1975.

 


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