Licenziamenti: per gli statali vale l’articolo 18
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10 Giu 2016
 
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Carlos Arija Garcia
 


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Licenziamenti: per gli statali vale l’articolo 18

La Cassazione ha stabilito che per i provvedimenti a carico dei dipendenti pubblici non è applicabile né la riforma Fornero né il Jobs Act. “Ma serve armonia col privato”.

 

Resta il gap tra pubblico e privato in materia di licenziamenti. La Cassazione ha stabilito che per i provvedimenti espulsivi riguardanti gli impiegati pubblici deve essere applicato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori così com’era prima della riforma Fornero. Anche se l’allontanamento da un ente o da un ministero avviene dopo l’entrata in vigore della legge 92/2012. A differenza di quanto succede nel settore privato, dunque, è come se il governo Monti prima e quello Renzi poi non fossero mai intervenuti sulle norme che regolano i licenziamenti.

 

 

Articolo 18: cos’è e cosa prevede

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori [1] è una disposizione a tutela di chi subisce un licenziamento illegittimo, cioè senza comunicazione del motivo oppure ingiustificato o discriminatorio. Prevede il reintegro del dipendente con un risarcimento ed il pagamento di un’indennità in caso di mancato reintegro.

Poniamo il caso di un lavoratore che viene licenziato il mese di gennaio. Se, ad esempio, il giudice stabilisce a giugno che il licenziamento è ingiustificato, l’azienda dovrà riassumerlo e risarcirlo con le mensilità mancanti da gennaio a giugno. Inoltre, se il reintegro non avvenisse (perché l’azienda è impossibilitata a riprenderlo o perché il dipendente lo rifiuta), il datore di lavoro dovrà corrispondere un’indennità sostitutiva.

L’articolo 18 riguarda, oltre ai dipendenti pubblici, altre categorie:

  • Le unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se si stratta di aziende agricole);
  • le unità con meno di 15 dipendenti (5 se agricole) se l’azienda occupa nello stesso comune più di 15 dipendenti in più unità;
  • le aziende con più di 60 dipendenti.

 

 

Le modifiche all’articolo 18

La disposizione dello Statuto dei lavoratori è stata modificata dalla legge 92/2012 firmata dall’allora ministro Elsa Fornero, che con gli articoli 13 e 14 ha cambiato le norme riguardanti la procedura e la giustificazione dei licenziamenti individuali.

 

Procedura:

  • La comunicazione del licenziamento deve specificare i motivi (prima era il lavoratore a doverli chiedere);
  • il ricorso può essere presentato entro 180 giorni (non più entro 270);
  • si introduce un tentativo di conciliazione presso la Direzione Territoriale del Lavoro, previo all’avvio dell’eventuale causa in Tribunale. In questa sede, viene valutato il comportamento delle parti per determinare risarcimento e pagamento delle spese legali.

 

Giustificazione:

  • Licenziamento discriminatorio (violazione delle norme sostanziali): viene meno il limite dei 15 dipendenti o delle dimensioni delle aziende. La riforma riguarda anche i dirigenti.
  • Licenziamento disciplinare (giusta causa o giustificato motivo soggettivo): se illegittimo, il giudice deve condannare il datore di lavoro al solo pagamento di un’indennità senza reintegro.
  • Licenziamento economico (giustificato motivo oggettivo): se insussistente, non è più previsto il reintegro ma solo il risarcimento. Tuttavia, in caso di “manifesta insussistenza” il giudice può applicare la tutela speciale del rientro sul posto di lavoro.

 

L’articolo 18 è stato successivamente riformato dalla legge Renzi-Poletti, il cosiddetto Jobs Act, che limita il reintegro ai soli casi di licenziamento per motivi discriminatori. Per tutti gli altri è previsto solo un indennizzo economico.

 

 

La sentenza della Cassazione

Con la recente sentenza della Cassazione [2], tutte queste modifiche restano circoscritte al settore privato e non interessano i dipendenti pubblici. Questi ultimi, infatti, rimangono tutelati dal vecchio articolo 18 che garantisce loro il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.

La decisione della Suprema Corte è nata da un ricorso del ministero delle Infrastrutture contro un funzionario licenziato perché svolgeva una doppia attività. La Corte d’Appello di Roma aveva riconosciuto al lavoratore sei mesi di indennità, come previsto dalla riforma Fornero in caso di violazione delle procedure di contestazione disciplinare. Il ministero aveva presentato ricorso in Cassazione proprio contro questo risarcimento.

Per la Corte, la legge Fornero è nata per soddisfare le esigenze del settore privato, in cui le regole in entrata e in uscita sono sempre state più flessibili rispetto a quello statale. Non a caso, viene sollecitato un nuovo intervento normativo che porti all’armonizzazione del pubblico e del privato in materia. Intervento che potrebbe essere raccolto dalla riforma della Pubblica Amministrazione al vaglio del ministro Madia. Fino ad allora, le tutele per gli impiegati pubblici restano quelle stabilite dalla legge 300 del 1970.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 17 maggio – 9 giugno 2016, n. 11868
Presidente Macioce – Relatore Di Paolantonio

Svolgimento del processo

1 – La Corte di Appello di Roma ha respinto i reclami riuniti, proposti ex art. 1, comma 58, della legge 28 giugno 2012 n. 92, dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e da C.R. avverso la sentenza del Tribunale di Roma che aveva dichiarato l’intervenuta risoluzione del rapporto di lavoro intercorso fra le parti, per effetto del licenziamento intimato con provvedimento del 2.9.2012, e, ritenuta la violazione dell’art. 7 della legge n. 300 del 1970, aveva applicato il sesto comma dell’art. 18 dello Statuto, come modificato dalla legge sopra richiamata, condannando il Ministero a corrispondere al C. l’indennità risarcitoria onnicomprensiva, quantificata nella misura minima di sei mensilità.
2 – La Corte territoriale ha premesso che il procedimento disciplinare era stato avviato con contestazione del 2 marzo 2004, con la quale era stato addebitato al dipendente, per quel che qui interessa, di avere effettuato “operazioni per conto dell’Ufficio Provinciale di Roma mentre era in missione per esigenze del CSRPAD
(Centro Superiore Ricerche e Prove Autoveicoli e Dispositivi) in località ovviamente diverse”.

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[1] Legge n. 300 del 20 maggio 1970.

[2] Cass. sent. n. 11868 del 9.06.2016.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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