Come ottenere il TFR dell’ex coniuge
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10 Giu 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Come ottenere il TFR dell’ex coniuge

Separazione e divorzio: il diritto a una quota della liquidazione maturata dal lavoratore al termine del rapporto di lavoro spetta all’ex coniuge solo a precise condizioni: quali i presupposti richiesti dalla legge, come si calcola la quota di T.F.R. spettante e come fare per ottenerla.

 

Ciascun lavoratore, una volta cessata definitivamente la propria attività lavorativa, ha diritto a ricevere dal datore di lavoro il trattamento di fine rapporto (TFR), più comunemente chiamato “liquidazione“.

Nel caso in cui il lavoratore sia stato sposato, la legge [1] attribuisce anche all’ex coniuge il diritto di percepire una percentuale sul detto TFR, meglio definito dalla norma “indennità di fine rapporto”.

In questo modo la legge vuole soddisfare un intento di solidarietà tra gli ex coniugi, consentendo a uno di essi di poter fruire, anche se in un momento successivo, di una quota del trattamento economico maturato dall’altro durante il matrimonio.

Ma quali sono i requisiti necessari per ottenere il T.F.R. dell’ex coniuge? Come si fa a calcolare la quota di spettanza? Da quale momento si può esigere la quota sulla liquidazione? Il diritto spetta anche se i coniugi sono separati? Che succede se l’ex ha già preso degli acconti sul T.F.R.? Cosa bisogna fare per ricevere la propria quota sul TFR maturato dall’ex?

Cercheremo in questa guida di dare risposta a queste e a molte altre domande.

Ma procediamo con ordine.

 

 

Cosa si intende per “indennità di fine rapporto”?

L’indennità di fine rapporto di cui parla la legge comprende tutti i trattamenti di fine rapporto – derivanti sia da lavoro subordinato che parasubordinato – che costituiscono una quota differita della retribuzione spettante al lavoratore, condizionata (ai fini della sua riscossione) alla cessazione del rapporto di lavoro, qualunque ne sia stata la causa (pensionamento, dimissioni, ecc.).

 

 

Quali sono i requisiti necessari per ottenere la quota di TFR dell’ex coniuge?

Per aver diritto ad ottenere una quota di TFR percepito dall’ex è necessario che ricorrano alcune precise condizioni:

  1. i coniugi devono essere divorziati: non è quindi sufficiente che essi abbiano ottenuto la sola separazione personale (consensuale o giudiziale che sia);
  2. il giudice deve aver riconosciuto al coniuge che richiede la quota di TFR il diritto ad un assegno di divorzio; assegno che, però, non deve essere stato liquidato in un’unica soluzione bensì deve essere corrisposto in forma periodica (di solito mensile). Dunque non basta che sussista un astratto diritto al mantenimento, ma occorre l’assegno sia stato liquidato dal giudice nel giudizio di divorzio [2];
  3. l’ex coniuge che richiede la quota di T.F.R. non deve essere passato a nuove nozze: è invece irrilevante che si sia risposato il coniuge lavoratore o che abbia avuto dei figli dal nuovo matrimonio.

 

 

Quanto spetta all’ex coniuge a titolo di T.F.R.?

Sussistendo le suddette condizioni, la percentuale di TFR alla quale ha diritto l’ex coniuge spetta nella misura del 40 per cento della liquidazione maturata dal lavoratore, riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Il periodo va, quindi, calcolato ricomprendendovi anche l’intera fase della separazione, poiché il matrimonio non viene meno né con la cessazione della convivenza (separazione di fatto) né con la separazione giudiziale, ma permane fino alla pronuncia di divorzio.

 

 

Come si calcola la quota di Tfr spettante all’ex?

Il suddetto 40 per cento va calcolato sull’importo netto (ossia effettivamente dovuto e percepito dall’ex coniuge lavoratore) e non, invece, su quello “lordo” (cioè gravato dagli oneri fiscali ); diversamente, infatti, si determinerebbe un illegittimo aggravio sul lavoratore che si vedrebbe privato, in modo ingiustificato, di una percentuale su un importo concretamente non ricevuto [3].

 

Ciò detto, lo specifico calcolo va effettuato:

– prima dividendo l’indennità percepita per il numero degli anni di durata del rapporto di lavoro,

– poi moltiplicando il risultato per il numero degli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio

– ed infine, calcolando il 40 per cento su tale ultimo importo [4].

 

Così, ad esempio se, sino al divorzio, il lavoratore ha maturato un TFR pari a 30.000 euro e il rapporto di lavoro è durato 20 anni, mentre, in questi 20 anni, il matrimonio (compresa la separazione) è durato 10 anni, allora il calcolo da farsi sarà il seguente:

30.000,00 : 20 = 1500,00

1500,00 x 10 = 15.000,00

15.000,00 x 40% = 6.000,00.

 

 

Da quale momento matura il diritto al TFR?

La legge sul divorzio stabilisce che il diritto alla percentuale di TFR è riconosciuto “anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza”. Espressione questa che – come chiarito dalla Cassazione [5] e confermato dalla giurisprudenza unanime [6] – va intesa nel senso che il diritto alla quota sorge solo se l’indennità spettante all’altro coniuge matura al momento della proposizione della domanda di divorzio o dopo di essa e non, invece, nel senso che tale diritto sorge quando l’indennità sia maturata e sia stata percepita in data anteriore, eventualmente in pendenza del precedente giudizio di separazione.

Dunque, l’ex coniuge del lavoratore non può vantare nessun diritto al TFR prima del divorzio, ma solo il diritto riconosciuto dalla legge [7] a vederselo riconoscere con effetti anticipati al momento della proposizione della domanda di divorzio.

 

 

Da quale momento si può esigere la quota di TFR?

Abbiamo visto che il diritto alla quota sulla liquidazione presuppone che l’ex coniuge lavoratore, con la cessazione del rapporto di lavoro, abbia maturato il diritto alla relativa percezione, sempre che il richiedente sia, allora, titolare di assegno di divorzio e non sia passato a nuove nozze [8]. Poiché, però, l’assegno di divorzio costituisce il presupposto per l’attribuzione all’ex coniuge del TFR del lavoratore, anche se il diritto al T.F.R. sorge dopo la domanda di divorzio, esso sarà esigibile solo dopo che la sentenza che riconosce il diritto all’assegno di divorzio diventa definitiva (cioè passa in giudicato).

 

 

La quota di TFR può essere chiesta nel giudizio di divorzio?

La legge non dispone nulla a riguardo, tuttavia la giurisprudenza più recente ritiene di si [9]: esiste, infatti – si afferma – un’evidente connessione tra la domanda di attribuzione di una quota di TFR ai sensi della legge sul divorzio e la domanda di assegno divorzile (il cui riconoscimento condiziona l’accoglimento della domanda), per cui risponde ad un principio di economia processuale consentire che la richiesta di quota di T.F.R. venga formulata anche nel corso della causa di divorzio.

Al pari, si ritiene che la domanda possa essere presentata anche nel procedimento di modifica delle condizioni di divorzio [10].

In passato, invece, la giurisprudenza [11] si era dichiarata contraria al cumulo tra le due domande; si riteneva, infatti, che la titolarità in concreto dell’assegno di divorzio e il mancato passaggio a nuove nozze rappresentano veri e propri elementi costitutivi del diritto alla percentuale di T.F.R., i quali, quindi, devono sussistere e vanno accertati quando, al termine del rapporto di lavoro dell’ex coniuge, quel diritto diventa attuale.

 

 

Che succede se il coniuge lavoratore ha già ottenuto anticipazioni del TFR?

La legge parla indennità “percepita” alla cessazione del rapporto di lavoro”, lasciando intendere, con tale espressione, di riferirsi all’indennità effettivamente “percepita” e non, invece, quella che “sarebbe stata percepita” se il lavoratore non avesse ottenuto delle anticipazioni.

Pertanto, se il lavoratore, prima della cessazione del rapporto di lavoro, abbia chiesto e ottenuto degli acconti sulla liquidazione [12], la quota spettante all’ex coniuge richiedente andrà calcolata non sull’indennità totale percepita, ma sulla sola porzione di essa maturata a seguito degli specifici accantonamenti realizzati durante il matrimonio, esclusa la parte accantonata dopo la sentenza di divorzio [13].

In altre parole, il calcolo della quota di Tfr dovuta all’ex coniuge del lavoratore deve essere effettuato al netto degli anticipi richiesti ed ottenuti dallo stesso durante il matrimonio (compreso il periodo di separazione). Ciò in quanto l’anticipo, una volta accordato dal datore di lavoro e riscosso dal lavoratore, entra nel suo patrimonio personale e non può essere revocato. E’ inevitabile quindi che, in tal caso, la quota spettante al richiedente sarà inferiore a quella che avrebbe potuto essere attribuita se le anticipazioni non vi fossero state.

 

 

Che succede delle quote del Tfr maturate dopo il divorzio?

La legge sul divorzio stabilisce espressamente che la quota percentuale del TFR spetti solo in relazione agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio e non, invece sull’intera indennità di fine rapporto maturata: pertanto, le liquidazioni relative ad impieghi instaurati dopo il divorzio, spetteranno in via esclusiva al lavoratore.

 

 

Che succede se il lavoratore percepisce il TFR dopo la separazione?

Se il lavoratore matura il diritto al T.F.R. durante il periodo di separazione, in tal caso, pur non potendo (come abbiamo visto) – l’ex coniuge avanzare una richiesta tesa ad ottenere una quota percentuale su tale liquidazione (visto che la legge considera il periodo di separazione compreso nel matrimonio), questi potrà, tuttavia, chiedere che il giudice tenga conto dell’importo percepito:

 

– nella quantificazione dell’eventuale assegno di mantenimento (se la causa di separazione sia ancora in corso)

– o, in un successiva richiesta di aumento (formulata con domanda di modifica delle condizioni della separazione).

È innegabile infatti che la percezione da parte del coniuge lavoratore dell’indennità di fine rapporto è una situazione che determina un oggettivo miglioramento delle condizioni patrimoniali esistenti al momento della separazione.

 

 

Il diritto al TFR spetta anche in caso di morte del coniuge lavoratore?

È pacifico in giurisprudenza che il diritto alla quota della liquidazione dell’ex coniuge maturi anche in caso di morte di quest’ultimo [14].

Nel caso in cui, poi, il divorziato/lavoratore avesse contratto un nuovo matrimonio, dopo la sua morte l’ex coniuge (titolare dell’assegno di divorzio) avrebbe diritto, in concorso con il coniuge superstite, non solo ad una quota della pensione di reversibilità, ma anche a una quota della indennità di fine rapporto [15].

 

 

La quota di T.F.R. spetta in automatico col divorzio?

No. L’ex coniuge deve presentare un apposito ricorso al Tribunale con l’assistenza di un avvocato, con il quale chiede che:

– il giudice disponga in proprio favore l’attribuzione della quota percentuale dell’indennità di fine rapporto dovuta all’ex coniuge;

– e che, di conseguenza, ordini al datore di lavoro e per esso all’Ente previdenziale pagatore, il pagamento della percentuale tenendo conto, nei parametri di calcolo, del periodo in cui il matrimonio è coinciso con il rapporto di lavoro, e quindi della data di assunzione dell’ex coniuge lavoratore e della data della sentenza di divorzio.

 

 

Come evitare che l’ex riscuota l’intero T.F.R. sottraendo anche la quota dovuta all’altro?

Poiché, come abbiamo visto, la legge non prevede un sistema automatico di attribuzione della quota di T.F.R. spettante all’ex coniuge del lavoratore, in tal caso quest’ultimo, ove – dopo il divorzio – sia venuto a conoscenza del fatto che l’altro abbia cessato il rapporto di lavoro (e quindi maturato il diritto alla liquidazione), potrà presentare, contestualmente alla suddetta domanda, una richiesta di sequestro conservativo [16] dell’indennità di fine rapporto dovuta all’ex, limitatamente alla quota a lui spettante. L’istanza dovrà comunque attestare il concreto pericolo che l’ex coniuge sottragga la quota dovuta alla garanzia del credito dell’altro: potrà costituire una indubbia prova di tale pericolo il mancato versamento (in tutto o in parte,) da parte dell’ex coniuge lavoratore, dell’assegno di divorzio stabilito dal giudice.

 


[1] Ai sensi dell’art. 12 bis L. 1° dicembre 1970 n.898 “Il coniuge nei cui confronti è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell’articolo 5, ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al quaranta per cento dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio” .

[2] Trib. Milano, sent. 22.07.2011 e 18.06.2009.

[3] Cass. sent. n. 24421/2013.

[4] Cass. sent. n. 15299/2007.

[5] Cass. sent. n. 5553/1999.

[6] Cass. sent. n. 12995/2001; n. 3962/2003; n. 19309/2003; n. 19427/2003; n. 14459/2004;n. 19046/2005; n. 24057/2006; n. 25520/2010; n. 12175/2011;. n. 14129/2014; C.App. Roma, 5.10.2011, Trib. Ivrea, 6.05.2010; Trib. Cassino, 19.02.2010; Trib. Roma, 20.02.2009; Trib. Novara, 8.10.2008;c. App. Roma, 9.04.2008; Trib. Monza, 16.10.2007; Trib. Monza, 8.05.2007; C. App. Napoli, 27.02.2007; Trib. Perugia, 13.02.2007; Trib. Monza, 112.2005; C. App. Napoli, 22.12. 2003; Trib. Napoli, 17.02.2003.

[7] In base all’articolo 4, co 10, L. 898/70.

[8] Cass. sent. n. 12175/2011; Trib. Milano, 19.03.2014 e App. Roma, 17.12.2008.

[9] Cass. sent. n. 5654/2012 e 27233/2008, Trib. Milano 2.02.2010.

[10] Cass. sent. n. 3924/2012.

[11] Cass. sent. n. 18367/2006 e n. 5719/2004.

[12] L’art.2120 cod. civ. consente al lavoratore di chiedere e ottenere anticipazionidel TFR fino al 70% del trattamento cui avrebbe diritto nel caso di cessazione del lavoro al momento della richiesta.

[13] Cass. sent. n. 24421/2013; n. 19046/2005 e n. 19427/2003, App. Napoli, 27.07.2004.

[14] Cass. sent. n. 285/2005 e n. 12426/2000.

[15] Cass. sent. n. 23880/2008 e n. 1222/2000.

[16] Ex art. 671 cod. proc. civ.

 


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