Il delitto preterintenzionale
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11 Giu 2016
 
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Il delitto preterintenzionale

Delitto preterintenzionale: struttura del reato e teorie sulla natura della responsabilità.

 

Ai sensi dell’art. 43 c.p. il delitto «è preterintenzionale, o oltre l’intenzione, quando dall’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente». Previsto come un criterio generale di imputazione lo stesso nel codice trova applicazione solo in relazione alla figura dell’omicidio preterintenzionale di cui all’art. 584 c.p. a mente del quale «chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 e 582 cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni». La legge 22 maggio 1978 n. 194 ha poi introdotto l’aborto preterintenzionale cagionato con azioni dirette a provocare lesioni alla donna.

 

 

Struttura

Gli elementi strutturali del delitto preterintenzionale sono costituiti dalla volontà dell’evento minore (le percosse o le lesioni), dalla non volontà dell’evento più grave (la morte) e da nesso di causalità tra l’azione diretta a cagionare il primo evento e quello più grave in concreto verificatosi. Analizzando la struttura della figura occorre in primo luogo la volontà di realizzare il reato meno grave.

 

Per quanto riguarda l’evento più grave deve sussistere un rapporto di contraddizione dello stesso con la volontà del soggetto nel senso che esso non deve essere voluto neppure a titolo di dolo eventuale; se infatti il soggetto si è rappresentato la possibilità che dalla sua azione diretta a percuotere o ledere potesse derivare la morte dell’aggredito e ne ha accettato il rischio, risponderà di omicidio volontario e non di omicidio preterintenzionale ; ne consegue ad es. che se l’agente nel corso di un litigio con altro individuo, aggredisca quest’ultimo, adoperando un robusto e pesante bastone e lo colpisca in maniera reiterata verso le parti vitali dell’organismo anche dopo che questo sia caduto a terra dopo i primi colpi, commette omicidio volontario e non già omicidio preterintenzionale, in quanto si è quantomeno potuta rappresentare la morte dell’avversario quale conseguenza della propria azione criminosa. L’evento diverso e più grave non voluto deve essere della stessa specie di quello meno grave dell’evento voluto.

 

 

Natura della responsabilità

Il punctum dolens della figura consiste nella individuazione del criterio di imputazione al soggetto agente dell’evento più grave. In proposito sono state elaborate quattro teorie:

 

– per la prima l’evento più grave viene imputato al soggetto a titolo di responsabilità oggettiva e quindi sulla base del solo rapporto di causalità materiale con la sua azione diretta a percuotere o ledere, prescindendo quindi da ogni indagine di volontarietà o di colpa o di prevedibilità dell’evento maggiore. Tale tesi rende difficilmente compatibile la figura con la Costituzione;

 

– per la seconda l’evento più grave è imputato a titolo di colpa ma questa è insita nella stessa commissione del reato e cioè nella violazione della norma penale; la colpa consisterebbe allora nella mancanza di attenzione nella attività esecutiva del reato per cui, ponendosi l’evento più grave in rapporto di progressione rispetto a quello voluto, quest’ultimo può dirsi anche prevedibile. In base a tale ragionamento non può ravvisarsi in detta ipotesi un caso di responsabilità oggettiva poiché l’elemento soggettivo (colpa) va ricercato nell’avere disatteso il precetto di non porre in essere atti diretti a percuotere o a ledere. È evidente che tale tesi finisce in realtà per configurare un caso di responsabilità oggettiva poiché ciò che caratterizza la colpa è la violazione di regole cautelari mentre le norme penali non hanno tale natura;

 

– secondo altra tesi il delitto preterintenzionale è una ipotesi di dolo misto a colpa; dolo per l’evento voluto meno grave e colpa per quello più grave, che però può essere imputato al soggetto solo sulla base di una effettiva verifica della sua prevedibilità ed evitabilità in concreto quale conseguenza ulteriore della sua condotta diretta a ledere o percuotere; del resto lo stesso codice differenzia le ipotesi di preterintenzione da quelle di responsabilità oggettiva prevedendole in due diversi commi dell’art. 42 c.p. Quest’ultima interpretazione è l’unica conforme al dettato costituzionale;

 

– una recentissima teoria ha opposto un’attenta critica alle tesi della complessità dell’elemento soggettivo della preterintenzione. Sembra allora possibile ammettere che il rischio dell’evento più grave venga assorbito nel danno o pericolo di danno che si arreca alla vittima con la condotta base, così che in tal modo non rivelerebbe la possibile violazione dei parametri di prudenza, diligenza e perizia. In tema di omicidio preterintenzionale, ex art. 584 c.p., la prevedibilità dell’evento morte verrebbe assorbita nell’intenzione di risultato della condotta base.

 

L’elemento soggettivo è unico ed è rappresentato dal dolo del delitto sussidiario (percosse o lesioni), in considerazione del carattere omogeneo dell’evento morte rispetto all’evento meno grave del delitto sussidiario; il requisito della prevedibilità è allora irrilevante perché interamente assorbito nel dolo di quest’ultimo. Tale tesi è ormai pacificamente accolta dalla giurisprudenza della Cassazione. Si afferma, infatti, che l’elemento soggettivo del delitto di omicidio preterintenzionale non è costituito dal dolo misto a colpa, ma unicamente dalla volontà di infliggere percosse o provocare lesioni, a condizione che la morte dell’aggredito sia causalmente conseguente alla condotta dell’agente, il quale, pertanto, risponde per fatto proprio, sia pure per un evento più grave di quello effettivamente voluto che, per esplicita previsione legislativa, aggrava il trattamento sanzionatorio (così, fra le più recenti, Cass. 17-9-2012, n. 35582).

 

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