L’errore come causa di esclusione della colpevolezza
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11 Giu 2016
 
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Edizioni Simone
 


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L’errore come causa di esclusione della colpevolezza

L’errore-motivo e l’errore-inabilità, l’errore sul fatto e l’errore sul divieto; l’errore del soggetto non imputabile.

 

In sede di esame del principio della colpevolezza si è detto che esso esprime l’esito di un giudizio sulla rimproverabilità dell’atteggiamento psicologico tenuto dall’autore della condotta tipica (Fiandaca-Musco, Padovani). Presupposto di fondo è che il soggetto si renda conto di ciò che sta facendo e, pertanto, abbia una chiara percezione della realtà fenomenica sulla quale interviene (è questo il motivo per cui, si è già detto, l’imputabilità e cioè la capacità di intendere e di volere deve essere considerata un presupposto della colpevolezza).

 

L’errore è una falsa rappresentazione della realtà, naturalistica o normativa. All’errore è equiparata, ai fini della disciplina, l’ignoranza. Pur trattandosi di stati della conoscenza evidentemente diversi, nella pratica sono produttivi del medesimo effetto sulla realtà percepita. È, però, necessario che sia il primo che il secondo non riguardino semplici modalità dell’evento voluto e giuridicamente considerato, ma investano gli elementi essenziali del fatto. Nessuna rilevanza scusante è, invece, attribuita allo stato di dubbio. Esso, infatti, esclude la ravvisabilità dell’errore di fatto perché, mentre quest’ultimo determina nell’agente la convinzione dell’esistenza di una situazione di fatto che non ha rispondenza nella realtà o che ne ha una diversa, il dubbio, viceversa, suscita nella mente dell’agente un conflitto di giudizi, uno stato d’incertezza che, fin quando persiste, impedisce il formarsi di quella convinzione soggettiva che è caratteristica dell’errore.

 

A seconda del momento dell’iter criminis su cui l’errore incide si distingue tra:

 

l’errore-motivo, che cade nel momento ideativo del fatto, sul processo formativo della volontà che, dunque, nasce viziata da una falsa rappresentazione del reale;

 

l’errore-inabilità, che interviene nella fase esecutiva del reato, quando la volontà si traduce in atto. Ad esempio, Tizio intende esplodere più colpi di fucile all’indirizzo di Caio, suo avversario, ma per un errore di mira spara, invece, su Sempronio che passava nei paraggi. Tale situazione rileva nei casi di reato cd. aberrante (v. infra). Solo nel caso di errore-motivo si verifica una vera e propria causa di esclusione della colpevolezza.

 

 

L’errore sul fatto e l’errore sul divieto

L’art. 47 c.p. dispone che «L’errore sul fatto che costituisce il reato esclude la punibilità dell’agente. Nondimeno, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo. L’errore sul fatto che costituisce un determinato reato non esclude la punibilità per un reato diverso. L’errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la punibilità, quando ha cagionato un errore sul fatto che costituisce reato».

 

La ragione per la quale l’errore esclude la punibilità va ricercata nel fatto che, avendo l’agente una falsa rappresentazione della realtà, la sua condotta non può essere considerata dolosa poiché vuole un fatto diverso da quello che costituisce reato, salvo che, riscontrandosi elementi di colpa nel suo comportamento, gli si possa addebitare un delitto colposo. La mancata o inesatta percezione di un dato materiale (error facti) e l’ignoranza o l’erronea percezione del precetto penale o extrapenale richiamata dalla norma penale incriminatrice (error iuris) possono incidere sull’elemento soggettivo del fatto tipico, in quanto l’errore stesso preclude all’agente la coscienza e la volontà di porre in essere un fatto materiale conforme ad una determinata fattispecie criminosa. Il soggetto, che agisce sul presupposto di una situazione diversa da quella reale, non può acquisire né quella consapevolezza del disvalore penale del fatto né quella volontà colpevole che, insieme, possono fondare l’imputazione soggettiva del reato a titolo di dolo.

 

Pertanto, errore sul fatto che, ex art. 47 c.p., esime dalla punibilità, è quello che cade su un elemento materiale del reato e che consiste in una difettosa percezione o in una difettosa ricognizione della percezione che altera il presupposto del processo volitivo, indirizzandolo verso una condotta viziata alla base. Se invece la realtà è stata esattamente percepita nel suo concreto essere, non vi è errore sul fatto, bensì errore sull’interpretazione tecnica della realtà percepita e sulle norme che la disciplinano, ininfluente ai fini dell’applicazione della citata disposizione. La Cassazione di recente si è espressa in tali termini, escludendo la configurabilità dell’errore di fatto, nel caso della condotta del concorrente di cessione illecita di stupefacenti, al quale era stato affidato in Olanda un borsone dichiaratamente contenente altre sostanze proibite, e cioè steroidi, che, attraverso l’Italia, si sarebbero dovuti trasportare in Grecia (Cass. 32329/2010).

 

È evidente che l’errore, per escludere il dolo, è necessario che cada su di un elemento essenziale della fattispecie, sicché sono irrilevanti errori che incidono su circostanze marginali: ad esempio se Tizio uccide Caio al buio, erroneamente ritenendo che si tratti di Sempronio, suo nemico, tale errore è irrilevante al fine dell’esclusione della colpevolezza, in quanto la fattispecie del delitto di omicidio, punisce chi cagiona la morte di un «uomo» ed irrilevante è la precisa rappresentazione della sua identità da parte dell’agente (art. 60).

 

Come detto in caso di errore sul fatto, mancando il dolo, l’agente risponderà di quanto commesso, solo se il fatto integri una fattispecie punibile come reato colposo, il che per i delitti non sempre capita: ad esempio il danneggiamento (art. 635) è un delitto per il quale non esiste una corrispondente fattispecie colposa, quindi se una condotta di danneggiamento è commessa per errore sul fatto, l’agente non risponderà per il delitto doloso di cui all’art. 635 ed anche se è stato negligente non gli potrà essere addebitato alcun reato, non esistendo la fattispecie del danneggiamento colposo.

 

Nell’ipotesi del secondo inciso del comma primo dell’art. 47, parte della dottrina ha ritenuto di intravedere un’ipotesi di colpa impropria, che ricorre quando una condotta sostanzialmente dolosa viene punita a titolo di colpa. Tale orientamento non può essere condiviso, in quanto, come già detto, il difetto della completa rappresentazione sul fatto, esclude la configurabilità del dolo, pertanto per un’eventuale punibilità del fatto a titolo di colpa, sarà necessario andare alla ricerca dell’effettiva ricorrenza di una colpa generica o specifica.

 

Nell’interpretazione di tale norma si è ricorsi spesso alla distinzione tra errore di fatto ed errore di diritto, il primo derivante da una falsa conoscenza della realtà fattuale, il secondo da una falsa conoscenza della realtà giuridica. Ma una simile distinzione non consente di tener conto che anche un errore di diritto può risolversi in un errore sulla situazione di fatto: ad esempio se Tizio, mal interpretando una sentenza di separazione e ritenendo che si tratti di divorzio, contrae un nuovo matrimonio, potrà non rispondere del delitto di bigamia in quanto, errando sulla circostanza fattuale del suo stato libero, difetta il dolo del delitto di bigamia (art. 556). È per tali motivi che la più recente dottrina (Mantovani, FIORE) preferisce distinguere tra errore sul fatto ed errore sul divieto. In particolare, quando la falsa rappresentazione della realtà giuridica determina una falsa conoscenza della realtà di fatto (come nell’esempio prima esposto), benché l’errore derivi da una errata valutazione di una situazione giuridica, incidendo sulla esatta rappresentazione della realtà (nell’esempio fatto, la errata valutazione del contenuto di una sentenza induce a ritenere lo stato libero di uno dei nubendi, che invece è ancora coniugato), si risolve in un errore sul fatto di reato e quindi esclude il dolo. Tale tipo di errore di regola ricorre quando la fattispecie di reato presenta accanto ad elementi descrittivi, anche elementi normativi (ad esempio nel delitto di furto, elemento normativo è l’altruità della cosa mobile: sicché se Tizio si appropria della cosa ritenendola sua, verte in errore su un elemento normativo della fattispecie, che esclude il dolo).

 

Viceversa, quando la situazione di fatto è esattamente percepita dall’agente, ma egli erroneamente interpretando una norma ritiene che il fatto sia lecito, tale suo errore non avrà efficacia scriminante. Ad esempio se Tizio è a conoscenza di essere già legato da altro vincolo matrimoniale, ma essendo egli di culto acattolico ritiene che può contrarre egualmente nuovo matrimonio, in tal caso risponderà di bigamia (art. 556), avendo egli commesso un fatto ben avendo conoscenza della reale situazione di fatto, ma errando solo nel ritenere che il suo comportamento è lecito. In tal caso l’errore non ha efficacia scriminante vertendosi in errore sul divieto irrilevante per il nostro ordinamento ai sensi dell’art. 5.

 

In definitiva verte in errore sul fatto (anche se determinato da una falsa conoscenza della realtà giuridica) che esclude il dolo, colui il quale non sa quel che fa; viceversa verte in errore sul divieto, senza efficacia scriminante, colui il quale sa quel che fa, ma erroneamente ritiene che non sia reato (FIORE). Si può anche dire che erra sul fatto chi vuole un fatto diverso da quello che costituisce reato, erra sul precetto colui che vuole un fatto identico a quello che costituisce reato credendo per errore che non lo sia (Mantovani).

 

Altra situazione particolare, oggetto di interesse in dottrina, è stata quella della rilevanza dell’errore del soggetto non imputabile. Su tale piano la dottrina sembra essersi sufficientemente attestata sul distinguo tra errore condizionato dalla infermità mentale ed errore incondizionato. Il primo (costituente espressione della specifica patologia del reo) non avrebbe efficacia scusante. Ciò non vuol dire che l’agente risponderà del reato ma, rimanendo l’errore assorbito dallo stato di non imputabilità, al proscioglimento del soggetto agente si accompagnerà l’applicazione nei suoi confronti di una misura di sicurezza, resa necessaria dalla sua pericolosità sociale. L’errore incondizionato (cioè non dipendente dall’infermità mentale) potendo essere commesso anche dalla persona capace, comporterà invece l’esclusione della punibilità nei termini di cui all’art. 47 c.p. Per quanto riguarda l’errore nei reati contravvenzionali va evidenziato che la rilevanza scusante dell’errore nelle contravvenzioni è minore (Mantovani). La punibilità di tali illeciti penali tanto a titolo di dolo quanto a titolo di colpa, comporta che la rilevanza scusante dell’errore sia subordinata alla totale scusabilità dello stesso (e non quando l’errore sia colposo).

 

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