Esclusione della colpevolezza: errore sul fatto irrilevante
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11 Giu 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Esclusione della colpevolezza: errore sul fatto irrilevante

Quando l’errore esclude la colpevolezza? Orientamento ed esempi.

 

Perché l’errore abbia efficacia scusante è necessario che il difetto di percezione fenomenica non faccia apparire come reato ciò che in realtà lo è.

 

Se, invece, l’errore, non incidendo sugli elementi essenziali del fatto, si limiti a determinare la sostituzione dell’oggetto (error in obiecto, error in persona) della condotta con altro avente una posizione equivalente sul piano della fattispecie criminale (ad es. Tizio con Caio come vittime del reato di omicidio; oppure l’automobile di Tizio anziché quella identica di Caio, come oggetto del reato di furto), non varrà ad escludere la responsabilità dell’autore dell’illecito (in tal senso, tra gli altri, Fiandaca-Musco, Mantovani, Fiore).

 

Analogo discorso vale per l’errore sul nesso causale (cd. aberratio causae) e la regola opera tanto nel caso in cui, evidentemente, la divergenza tra decorso causale prefigurato e quello verificatosi ha, comunque, comportato la realizzazione dell’obiettivo avuto di mira dall’agente (es.: Tizio getta Caio nel fiume per farlo annegare ma la morte è provocata dall’urto su un masso), sia nelle ipotesi in cui l’evento rappresenta la realizzazione dello specifico rischio insito nell’iniziale azione del soggetto.

Ancora, irrilevante è il cd. error aetatis, che investe, cioè, l’età della vittima (art. 60 c.p.).

Questo principio, con specifico riferimento ai delitti di violenza sessuale, è espresso dall’art. 609sexies c.p.

 

Ritornando all’esame delle altre previsioni contenute nell’art. 47 c.p., il secondo comma stabilisce che «l’errore sul fatto che costituisce un determinato reato non esclude la punibilità per un reato diverso».

 

Si tratta di una precisazione probabilmente ultronea, dal momento che il suo contenuto non è altro che una specificazione della disciplina generale sull’errore. Se, infatti ciò che si è rappresentato ed ha voluto l’agente, nonostante l’errore costituisce, comunque, reato è evidente che la difettosa percezione della realtà non potrà valere in questo caso ad escludere la punibilità dell’agente. Ovviamente, il soggetto risponderà del reato di cui siano rintracciabili tanto l’elemento materiale che quello psicologico (se, ad es., Sempronio che si rivolge a Tizio con espressioni offensive, ignorando che questi è un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, risponderà d’ingiuria semplice e non di ingiuria aggravata ai sensi dell’art. 61 n. 10 c.p.).

 

La norma, richiamandoci all’esempio testé fatto, trova applicazione in caso di errore su elementi specializzanti (come, appunto, la qualifica del soggetto passivo) che determinano il passaggio da un reato ad un altro più grave o meno grave (Mantovani).

Collegata alla questione appena esposta è l’altra, tuttora oggetto di contrastanti valutazioni in dottrina, concernente l’errore sui cd. elementi degradanti il titolo del reato (Fiandaca- Musco).

 

Il caso classico richiamato dalla più diffusa manualistica (Antolisei, Fiandaca-Musco, Fiore) è quello della persona che commette un omicidio nell’erronea convinzione della sussistenza del consenso della vittima. Orbene, in ipotesi di questo tipo, per quale reato andrà punito l’autore del delitto? Omicidio volontario (art. 575 c.p.) o il meno grave omicidio del consenziente (art. 579 c.p.)?

 

Una parte della dottrina (Stella, Fiorella, Patalano) ritiene che occorra, a tal fine, verificare se nella specie sussistano tutti gli elementi caratterizzanti dell’una o dell’altra fattispecie delittuosa. Se, dunque, l’assenza di un consenso effettivamente prestato dalla vittima impedisce di considerare ricorrente l’ipotesi di cui all’art. 579 c.p., andrà applicata (anche se più grave) la norma dell’art. 575 c.p. Infatti, chi uccide una persona ritenendo sussistente il consenso della vittima agisce, a parere della citata dottrina, con volontà omicida e, dunque, con dolo.

 

In questi casi la misura della pena (nell’ambito di quella edittale dell’art. 575 c.p.) da irrogare dovrà adeguarsi all’intensità del dolo e graduarsi ai sensi dell’art. 133 c.p. (in tal senso, Patalano, Stella).

 

Questo orientamento, pur autorevolmente sostenuto, non appare del tutto convincente, in quanto il risultato cui giunge sembra prescindere da una corretta valutazione del profilo psicologico che sorregge l’azione delittuosa del colpevole.

 

Risulta, infatti, abbastanza apodittica l’affermazione secondo cui chi cagiona la morte del consenziente (errando sull’esistenza di tale assenso) agisca con volontà omicida e, perciò, con dolo. Se, infatti, si vuole ragionare sul terreno dell’effettivamente realizzato non si può negare che su questo campo è possibile rinvenire solo il dolo dell’art. 579 c.p. e non anche il dolo dell’omicidio volontario.

 

In altri termini, ciò che non si considera è che in casi come questo è proprio l’errata convinzione che sussista un consenso della vittima la molla della volizione dell’agente che, probabilmente, laddove avesse correttamente interpretato la realtà (accorgendosi dell’inesistenza del consenso) non si sarebbe mai determinato a commettere l’omicidio.

Su questa posizione appare ormai attestarsi la più recente dottrina (Fiandaca-Musco, Fiore).

 

In passato, vicini a quest’orientamento erano altri illustri giuristi (Pannain, Antolisei, Gallo M., Palazzo) i quali ritenevano di poter richiamare, in via di applicazione analogica, la disciplina dell’errore sull’esistenza di cause di giustificazione (art. 59, comma 3 c.p.). In tal caso l’errore (scusabile) sull’esistenza del consenso pur non valendo ad escludere la punibilità, permetterebbe comunque di accedere all’applicazione della meno afflittiva sanzione dell’art. 579 c.p.

 

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