Se il partner ti strappa il cellulare per leggere i messaggi è reato
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14 Giu 2016
 
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Redazione
 


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Se il partner ti strappa il cellulare per leggere i messaggi è reato

Costituisce rapina o scippo il comportamento del fidanzato o del coniuge che sottrae con forza lo smartphone al compagno/a al fine di perquisire la sua messaggeria di WhatsApp o gli sms.

 

Se la tua fidanzata (o il tuo fidanzato) ti ha ordinato categoricamente di consegnargli il tuo cellulare per perquisirlo e verificare che tu non lo stia tradendo e, di fronte al tuo rifiuto, fa di tutto per sottrartelo, sino a prenderlo con la forza, commette il reato di rapina. Una parola, questa, che può sembrare eccessiva per un tipico diverbio tra partner, ma la Cassazione [1], appena espressasi su tale punto, non ha dubbi in proposito: sottrarre un oggetto a un’altra persona, quando questa lo tenga ben stretto, fa scattare la rapina. Diversamente, se la violenza avviene solo sulla cosa e solo indirettamente sulla persona, scatta invece il reato di scippo (o meglio detto “furto con strappo”).

 

 

Se il cellulare viene spiato segretamente

Il cellulare è, oggigiorno, il più capiente ricettacolo di indizi di tradimento: ecco perché riuscire ad impossessarsi dello smarphone del proprio compagno (o compagna) significa procurarsi le prove di una eventuale infedeltà. Prove che, tuttavia, la legge poi non consente di utilizzare in processo perché ottenute in violazione dell’altrui privacy. Difatti, il codice di procedura civile [2] stabilisce che le prove acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge non possono essere utilizzate (esistono, però, a riguardo alcuni precedenti giurisprudenziali [3] che riconoscono la possibilità di portare, al giudice, come prova dell’altrui adulterio, gli sms e le email acquisite di nascosto).

Quindi, anche nell’ipotesi in cui il partner riesca a mettere le mani sul cellulare del compagno o del coniuge, senza bisogno di usare la violenza o la minaccia, ma semplicemente approfittando dell’altrui distrazione, potrebbe non portare a grandi risultati: l’eventuale prova della relazione adulterina, recuperata attraverso sms, email o conversazioni via Whatsapp, infatti, non potrebbe essere comunque “portata” in processo. Fermo restando, comunque, il rischio di essere denunciati per violazione della privacy.

 

 

Se il cellulare viene sottratto con la violenza

Le cose vanno peggio, invece, a chi preleva l’altrui cellulare con la forza dalle mani altrui: non c’è bisogno di commettere gesti particolarmente violenti, poiché per il reato di rapina basta il semplice appropriarsi di una cosa particolarmente aderente al corpo di chi la detiene (si pensi al cellulare stretto nella mano o conservato nella tasca del pantalone).


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 27 maggio – 10 giugno 2016, n. 24297
Presidente Gallo – Relatore Filippini

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza in data 24.11.2014, la Corte di appello di Milano, con la sola esclusione dell’aggravante di cui all’art. 61 n.1 c.p., confermava la sentenza del Tribunale di Milano, in composizione monocratica, del 15.6.2010, che aveva condannato M.M.L.E. alla pena di anni uno e mesi otto di reclusione ed Euro 600,00 di multa per i reati di rapina e lesioni, con sospensione condizionale della pena.
1.1 La Corte territoriale respingeva le censure mosse con l’atto d’appello, in punto di responsabilità dell’imputato e di sussistenza dell’ipotesi di rapina consumata piuttosto che di tentativo o di furto con strappo, escludendo solamente l’aggravante dei futili motivi.
2. Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputato, mediante il proprio difensore, sollevando i seguenti motivi di gravame:
2.1. Contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, ai sensi dell’art. 606 comma 1 lett. e) cod. proc. pen. in relazione alla ritenuta sussistenza del reato di rapina e dell’ipotesi consumata; lamenta in particolare l’omessa considerazione dei rilievi mossi con l’atto di appello, dal momento che nel caso di specie difetterebbe

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[1] Cass. sent. n. 24297/2016 del 10.06.2016.

[2] Art. 191 cod. proc. civ.

[3] Cfr. Trib. Torino, ord. dell’8.05.2013.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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