Maltrattamenti in famiglia: niente reato se la moglie reagisce al marito
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15 Giu 2016
 
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Redazione
 


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Maltrattamenti in famiglia: niente reato se la moglie reagisce al marito

In materia di maltrattamenti in famiglia, non scatta il reato se la moglie, presunta vittima, non assume un atteggiamento di soggezione passiva nei confronti del marito, ma reagisce alle sue intemperanze. 

 

Il marito che assume un atteggiamento prevaricatore nei confronti della moglie non può essere punito per il reato di maltrattamenti in famiglia se la donna, presunta vittima, reagisce alle sue intemperanze, senza mai assumere un atteggiamento di soggezione passiva nei suoi confronti. Lo ha detto la Cassazione in una recente sentenza [1]. Il giudice, a tal fine, è chiamato a valutare non solo le modalità delle condotte incriminate, ma anche le qualità e le personalità delle parti: in presenza, pertanto, di persone dotate di un livello di formazione professionale, cultura, posizione sociale ed economica ben superiore alla media, difficilmente la donna può dirsi ridotta ad una condizione di soggezione da parte del marito. Pertanto, laddove la presunta vittima mostri una certa capacità reattiva e non sottostà alle prepotenze e malversazioni dell’aggressore, tenendogli finanche testa, il reato non si configura.

 

La pronuncia richiama l’orientamento giurisprudenziale attualmente maggioritario, secondo cui, affinché possa dirsi integrato il crimine di maltrattamenti in famiglia, va valutato lo stato psicologico in cui versa la vittima, assoggettata a un regime di vita vessatorio e umiliante. In sostanza, non si può scambiare la maleducazione e la semplice prepotenza arrogante con il reato di maltrattamenti.

 

Ai fini del reato di maltrattamenti in famiglia è necessario che vi sia una condotta abituale che si materializzi con più atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo infliggendogli abitualmente tali sofferenze.

Gli atti concreti che possono integrare tali sofferenze fisiche o morali possono essere percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni ed umiliazioni che il prevenuto infligga alla vittima, manifestazioni di disprezzo e offesa alla sua dignità che finiscano per sottoporla a vere e proprie sofferenze morali [2].

 

Al contrario non scatta il reato in questione in presenza di singoli e sporadici episodi di percosse o lesioni: i maltrattamenti in famiglia, infatti, richiedono un comportamento abituale, caratterizzato da una “una serie di fatti, per lo più commissivi, ma anche omissivi, i quali, isolatamente considerati, potrebbero anche essere non punibili (atti di infedeltà, di umiliazione generica, etc.), ovvero non perseguibili (ingiurie, percosse o minacce lievi, procedibili solo a querela), acquistano rilevanza penale per effetto della loro reiterazione nel tempo”.

 

Scatta quindi l’assoluzione per insussistenza del fatto se manca la prova della reiterazione di condotte, fisicamente e moralmente violente, commesse nei confronti di moglie e figli [3].

 

Il reato, invece, sussiste quando gli atti lesivi si siano alternati con periodi di normalità: infatti, l’intervallo di tempo tra una serie e l’altra di episodi lesivi non farà venir meno l’esistenza dell’illecito [4].

 

Il reato di maltrattamenti in famiglia può scattare non solo in presenza di un nucleo familiare fondato sul matrimonio, ma anche innanzi a coppie di fatto, ossia in caso di una convivenza stabile del tutto simile a una di tipo matrimoniale.

Un rapporto di stabile convivenza, al di fuori della famiglia legittima, deve, difatti, ritenersi suscettibile di determinare obblighi di solidarietà e di mutua assistenza, senza che sia richiesto che tale convivenza abbia una determinata durata, quanto piuttosto che sia stata istituita in una prospettiva di stabilità. Il buona sostanza, il reato di maltrattamenti si può configurare nell’ambito di qualsiasi relazione sentimentale che, per la consuetudine dei rapporti creati, implichi l’insorgenza di vincoli affettivi e aspettative di assistenza assimilabili a quelli tipici della famiglia o della convivenza abituale [5].

 

 

La sottomissione

Il reato di maltrattamenti scatta, per come appena detto, quando uno dei due partner abbia reso all’altro la “vita impossibile”. Non è pertanto richiesta una totale sottomissione al reo.

Le condotte punibili sono quelle che attentano non solo all’integrità fisica, ma anche alla dignità personale, come le ingiurie, le minacce, le privazioni e le umiliazioni imposte alla vittima, così come gli atti di disprezzo ed offesa lesivi della sua dignità personale. È comunque necessario che il comportamento incriminato abbia assunto connotati tanto gravi, da rappresentare per il soggetto passivo, fonte abituale di sofferenze fisiche e morali. Insomma è necessario si configuri un regime di vita oggettivamente umiliante, a prescindere dall’entità numerica delle sopraffazioni [6].

 

 

Se la vittima non è un soggetto passivo

Il reato di maltrattamenti non si configura tutte le volte in cui le condizioni socio-culturali delle parti siano tali da far presumere che la vittima sia in grado di replicare e opporsi alle malversazioni dell’altro. Così è necessario valutare la tipologia delle relazioni familiari intercorse fra i consorti, se dotati di cultura e condizioni socio economiche superiori alla media. In presenza di un comune rapporto matrimoniale caratterizzato da forte conflittualità, ma con la costante capacità reattiva della moglie e con l’assenza di un supino atteggiamento rispetto alle intemperanze anche verbali del marito il reato non può dirsi integrato.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 13 novembre 2015 – 9 febbraio 2016, n. 5258 Presidente Conti – Relatore De Amicis

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 17 febbraio 2015 la Corte d’appello di Venezia, in riforma della sentenza di condanna emessa in data 6 dicembre 2013 dal G.u.p. presso il Tribunale di Belluno, che all’esito di giudizio abbreviato lo condannava alla pena di un anno di reclusione oltre al risarcimento dei danni subiti dalla parte civile, ha assolto Pa.Mi. dai reati di maltrattamenti in famiglia e di violenza privata nei confronti della moglie P.A. , revocando le statuizioni civili e confermando nel resto l’impugnata sentenza (ossia per i capi concernenti l’assoluzione per il reato di maltrattamenti in danno della figlia minore).

2. Avverso la su indicata pronuncia ha proposto ricorso per cassazione il difensore della parte civile, deducendo sette motivi di doglianza il cui contenuto viene qui di seguito sinteticamente illustrato.

2.1. Violazioni di legge in relazione agli artt. 24, 111 Cost., 121, 127, secondo comma, 611 e 178, lett. c), cod. proc. pen., e vizi motivazionali per avere la Corte d’appello erroneamente ritenuto tardiva, di fatto espungendola dagli atti processuali, una memoria difensiva depositata nei termini dalla parte

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[1] Cass. sent. n. 5258/2016 del 9.02.2016.

[2] Trib. Firenze, sent. n. 5213/2015.

[3] Trib. Genova sent. n. 3265/2015.

[4] Trib. Bari sent. n. 3224/2015.

[5] Trib. Genova sent. n. 4111/2015.

[6] C. App. Napoli, sent. n. 4288/2015.

 


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