Donna e famiglia Pubblicato il 15 giugno 2016

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Donna e famiglia Separazione e divorzio: si può revocare la rinuncia al mantenimento?

> Donna e famiglia Pubblicato il 15 giugno 2016

La rinuncia all’assegno di mantenimento non pregiudica la possibilità di richiedere, all’atto del divorzio, l’assegno divorzile qualora le condizioni economiche degli ex coniugi siano mutate.

 

Chi rinuncia all’assegno di mantenimento in sede di separazione, può sempre richiedere il predetto assegno in sede di successivo divorzio. È questo l’indirizzo sposato ormai costantemente dalla giurisprudenza e, da ultimo, ribadito dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Le decisioni assunte nell’ambito del giudizio di separazione, oltre ad essere sempre successivamente modificabili dal giudice a richiesta di uno degli ex coniugi in presenza di mutate condizioni economiche tra i due, non vincolano mai le scelte relative al giudizio di divorzio. Così, chi in prima battuta ha rinunciato all’assegno di mantenimento (perché, ad esempio, ha accettato determinate condizioni nella separazione consensuale) può sempre richiedere l’assegno divorzile.

Numerosi sono gli esempi che si potrebbero fare per comprendere le ragioni di un tale ripensamento. Si pensi al caso del coniuge che, sebbene in sede di separazione sia titolare di un reddito da lavoro dipendente, subisca successivamente il licenziamento e, pertanto, non possa più mantenere lo stesso tenore di vita. O al caso in cui i due coniugi, all’atto della separazione, presentino due redditi più o meno equivalenti, mentre poco dopo questa parità viene meno per via di maggiori guadagni dell’uno o di difficoltà economiche dell’altro.

Il giudice, quindi, al momento del giudizio di divorzio, non è tenuto a verificare il rispetto di precedenti accordi intercorsi tra i coniugi con i quali veniva stabilita la misura del mantenimento o la rinuncia allo stesso. Egli deve invece ripetere la stessa valutazione effettuata al momento della separazione: ossia verificare che tra i due soggetti non vi sia una disparità economica e, se sussistente, ripianarla prevedendo l’assegno divorzile a carico di chi ha un reddito più elevato.

Del resto, come abbiamo già spiegato in “Si può rinunciare all’assegno di mantenimento”, pur in presenza di un accordo tra i coniugi di rinuncia all’assegno di mantenimento (quello a seguito della separazione) o all’assegno divorzile (quello a seguito del divorzio), non è detto che il giudice ne debba necessariamente tenere conto, ben potendo decidere in difformità da quanto regolato dalle parti. Difatti, secondo un lato della giurisprudenza, il diritto all’assegno di mantenimento è irrinunciabile, avendo esso una funzione assistenziale rivolta alla tutela della persona e del suo sostentamento. Ciò vale, a maggior ragione, se si tratta dell’assegno di mantenimento per i figli, per il quale i genitori non hanno alcun potere di disposizione (ossia di rinuncia o riduzione): qui, infatti, viene in gioco l’interesse di un terzo soggetto – per giunta minore e incapace – sul quale altre persone (benché si tratti dei genitori) non possono decidere, pregiudicandone i diritti.

Quindi, in sostanza, il giudice può rideterminare la misura del mantenimento (alla moglie o ai figli) nonostante i diversi accordi dei coniugi. Il magistrato deve cioè verificare che l’importo stabilito dalle parti, in via consensuale, sia congruo e tale da consentire un tenore di vita adeguato e proporzionale a quello dell’ex coniuge (o del genitore) obbligato al pagamento.

Insomma, chi ottiene lo “sconto” da parte dell’ex al pagamento dell’assegno di mantenimento non può dormire su sette cuscini, potendo questa decisione essere sempre revocata nel successivo giudizio di divorzio.

note

[1] Cass. ord. n. 12217 del 14.06.2016.

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