Pensione anticipata Ape, prestito e calcolo del trattamento
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16 Giu 2016
 
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Noemi Secci
 


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Pensione anticipata Ape, prestito e calcolo del trattamento

Anticipo di 3 anni della pensione: funzionamento del prestito e problemi legati al calcolo dell’assegno.

 

Nessuna trafila in banca per chi vuole domandare il prestito necessario ad anticipare di 3 anni la pensione: è questa l’ultima novità emersa sulla normativa Ape, l’anticipo pensionistico. Chi vuole ritirarsi prima dell’età per la pensione di vecchiaia dovrà rivolgersi soltanto all’Inps, che certificherà i requisiti per il trattamento previdenziale e farà da intermediario con gli istituti di credito.

Ciò nonostante, l’Ape non può considerarsi una nuova forma di pensione anticipata: come recentemente chiarito dal team di esperti che sta attualmente lavorando alla bozza di legge, la prestazione erogata è l’ordinaria pensione di vecchiaia, anticipata solo per via del prestito bancario. I requisiti della Legge Fornero, dunque, restano sempre gli stessi.

 

 

Ape: come funziona il prestito

Il prestito, erogato da una banca convenzionata, consente di anticipare la pensione di vecchiaia sino a 3 anni. Il finanziamento farà sì che il trattamento erogato sia già quello definitivo: in pratica, l’assegno di pensione dovrà essere calcolato come se chi lo richiede avesse già compiuto l’età per la pensione di vecchiaia (pari a 66 anni e 7 mesi per uomini e lavoratrici pubbliche, a 66 anni e 1 mese per le lavoratrici autonome e a 65 anni e 7 mesi per le dipendenti del settore privato).

Questo aspetto non dà luogo a particolari problemi nel calcolo dei contributi, poiché sono conteggiati quelli posseduti dal lavoratore al momento della domanda Ape: il reale problema si verifica nella conversione dei contributi in assegno di pensione, per quanto riguarda il calcolo della quota C, la quota conteggiata col sistema contributivo.

 

 

Ape: il problema del coefficiente di trasformazione

Il calcolo della pensione col sistema contributivo riguarda la contribuzione versata dal 2012 in poi, per i lavoratori che possiedono almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995; per chi possiede meno di 18 anni alla predetta data, il calcolo contributivo riguarda la contribuzione versata dal 1996 in poi.

Il sistema contributivo quantifica la pensione considerando non gli ultimi stipendi, come avviene col sistema retributivo, ma i contributi versati, rivalutati (secondo la variazione quinquennale del Pil nominale) e trasformati in assegno da un coefficiente, detto coefficiente di trasformazione.

Il problema, nel quantificare la quota contributiva (quota C), risiede proprio nel coefficiente di trasformazione: questo, difatti, non è uguale per tutti, ma aumenta al crescere dell’età pensionabile.

Dato che i beneficiari dell’Ape riceveranno una pensione di vecchiaia pari a quella che avrebbero ottenuto all’età pensionabile (salvo la decurtazione comportata dai costi del prestito), il coefficiente di trasformazione non sarà quello valido all’età della domanda, ma quello valido all’età pensionabile.

Attualmente, per chi si pensiona con l’età prevista per il trattamento di vecchiaia (66 anni e 7 mesi) il coefficiente è 5,6192. Significa che, se il montante contributivo della quota C è pari a 70.000 euro, la pensione annuale corrispondente alla quota è pari a 3.933,44 euro (montante contributivo per 5,6192%). Se, invece, si applicasse il coefficiente corrispondente all’età del richiedente al momento della domanda, considerando 3 anni di anticipo questo sarebbe pari a 5,094: l’interessato otterrebbe dunque una pensione annua pari a 3.565,80.

Le differenze diventano molto più alte per chi è sottoposto al calcolo contributivo a partire dal 1996: su un montante ipotetico di 350.000 euro, ad esempio, la pensione col coefficiente corrispondente a 66 anni e 7 mesi è pari a 19.667,20 euro, mentre è pari a 17.829 euro annui per chi utilizza il coefficiente corrispondente a 63 anni e 7 mesi.

Sembrerebbe dunque un fatto positivo l’utilizzo del coefficiente maggiore, ma, a questo punto, si pone il problema della variazione periodica dei coefficienti: ad oggi, essendo noti soltanto i coefficienti sino al 2018, è possibile solo quantificare i coefficienti di chi raggiunge l’età per la vecchiaia entro il 31 dicembre di tale anno. Il dopo è un’incognita: si potrebbe ovviare al problema utilizzando comunque il coefficiente noto, che sarebbe senz’altro più favorevole al pensionato, in quanto, con gli incrementi alla speranza di vita, i coefficienti sono periodicamente abbassati.

Certo, l’utilizzo di un coefficiente maggiore sarebbe penalizzante per l’Inps: tuttavia, considerando che il pensionato si ritrova già con un trattamento più povero a causa del prestito, sfavorirlo ulteriormente non sarebbe equo. Sarebbe allora corretto considerare, nella quantificazione delle rate del prestito, tutte queste variabili.

 

 

Ape: il ruolo dell’Inps

Il compito di determinare le future rate del prestito, dunque la penalizzazione sulla pensione, spetterebbe all’Inps, sulla base, comunque, dei parametri che saranno stabiliti dalla nuova legge Ape.

Il ruolo dell’Inps sarà centrale: l’istituto dovrà, difatti, certificare i requisiti della pensione e il suo futuro ammontare, interfacciarsi con le banche convenzionate per l’erogazione del prestito e, a quanto pare, anche pagare le rate, a sua volta già pagate dal cittadino attraverso la decurtazione dell’assegno.

Per quanto riguarda l’ammontare della penalizzazione, non è stato ancora deciso nulla di certo: si parla di un minimo dell’1% e di un massimo del 15%. Il taglio dovrebbe variare non solo in base agli anni di anticipo, ma anche secondo la categoria di appartenenza del lavoratore: se disoccupato di lunga durata o a rischio esubero, una detrazione dovrebbe coprire gran parte della decurtazione, sino quasi ad azzerarla.


 


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