Cosa significa che la sentenza è definitiva?
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17 Giu 2016
 
L'autore
Antonio Ciotola
 


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Cosa significa che la sentenza è definitiva?

 

Il passaggio in giudicato della sentenza: quando la pronuncia del giudice penale si considera definitiva e non può più essere impugnata.

 

Con una certa approssimazione, possiamo dire che la sentenza definitiva si caratterizza per il fatto che non può più essere impugnata e le sue statuizioni non sono più modificabili.

In buona sostanza, la persona che è stata condannata in via definitiva, cessa di essere un presunto innocente – si è tali appunto sino a che non si è condannati in via definitiva – per divenire colpevole. A prescindere, perciò, dall’idea che ciascuno di noi ha relativamente alla responsabilità (o all’innocenza) del condannato da un punto di vista tecnico la responsabilità penale (o la innocenza, nel caso di sentenza di assoluzione definitiva) non può più essere messa in dubbio.

 

Altro effetto ricollegabile al passaggio in giudicato della sentenza di condanna è l’avvio, con essa, della fase della esecuzione penale. Terminata la fase dell’accertamento della responsabilità si apre quella diversa volta a dare esecuzione alla condanna definitiva.

La fase esecutiva è ad alto tasso tecnico nella vengono in rilievo almeno 2 opposte esigenze: la punizione del colpevole e la sua rieducazione al vivere sociale. Mentre la necessità della punizione è evidente a tutti, quella della cosiddetta risocializzazione, da sempre, è oggetto di accese discussioni.

 

Per il nostro ordinamento la condanna deve servire, infatti, oltre a punire il colpevole per il reato che ha commesso, alla sua rieducazione [1] al fine di evitare, in questo modo, la cosiddetta recidivazione evitare, cioè, che il condannato ritornato libero, possa commettere altri reati.

A prescindere dalle proprie opinioni personali rispetto l’efficacia della pena detentiva quale efficace strumento rieducativo (su questo aspetto potrebbero scriversi fiumi di parole) il dato di fatto difficilmente contestabile è che lo stato delle nostre carceri è tale da rendere assolutamente utopistico qualsiasi possibilità di reale risocializzazione dei detenuti.

 

 

La certezza della pena

Il dato tecnico maggiormente è interessante (e sul quale spesso si incentra in pubblico dibattito) è quello della certezza della pena. Per certezza della pena si suole intendere, in buona sostanza, il fatto che il colpevole (e la vittima) debba sapere che se condannato, ad esempio, a 20 anni di reclusione, quello sarà il periodo che effettivamente trascorrerà in carcere.

Nella realtà non è così: prevedere in anticipo quanto durerà il periodo di detenzione (ma ciò evidentemente vale per tutti i condannati) è pressoché impossibile. Molto più semplice sarebbe nel caso in cui la pena avesse solo la funzione di punizione. In questo caso, infatti, l’equazione “quantità di pena – quantità di reclusione” sarebbe facilmente risolvibile.

 

Dovendo la condanna, viceversa, tendere a rieducare il condannato, il nostro ordinamento [2] prevede una serie di misure cosìddette alternative alla detenzione che trovano applicazione nella fase della esecuzione penale.

 

Le misure alternative alla detenzione sono diverse e variegate, sia per quanto riguarda i presupposti applicativi, sia per quanto riguarda lo stesso procedimento di applicazione. Schematicamente, solo per restare alle più comuni, si possono ricordare:

  • La liberazione anticipata;
  • L’affidamento in prova al servizio sociale;
  • La semilibertà;
  • La detenzione domiciliare.

Senza andare nel dettaglio di ciascuna di esse, mi limiterò a rimarcare il fatto che, lo scopo comune di tutte le misure alternative alla detenzione è, esemplificando al massimo, quello di premiare, con un trattamento penitenziario (ed extrapenitenziario) personalizzato, il condannato che nel corso della esecuzione della pena, ha dato prove di buona condotta evidenziando una revisione critica del proprio trascorso criminale.


[1] Art. 27 Cost. co 3 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

[2] Legge 26 luglio 1975 n. 354, e succ. mod. ed int., “Norme sull’ordinamento penitenziario”.

 


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