Errore su legge diversa dalla legge penale (cd. extrapenale)
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17 Giu 2016
 
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Errore su legge diversa dalla legge penale (cd. extrapenale)

Leggi extrapenali e reati omissivi; leggi extrapenali integrative di norme penali in bianco.

 

Il terzo comma dell’art. 47 stabilisce che «l’errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la punibilità, quando ha cagionato un errore sul fatto che costituisce reato». Il tema del meccanismo d’incidenza dell’errore su legge diversa (da quella incriminatrice di parte speciale) sul dolo del fatto-reato è stato da sempre al centro di un vivace dibattito dottrinale. Connessa al presente argomento è, poi, l’altra questione fondamentale dei criteri di distinzione tra errore su legge extrapenale che si risolve in errore sul fatto ed errore su legge extrapenale che rimane sul precetto. Sono a tal proposito individuabili due distinti orientamenti interpretativi.

 

Secondo il primo (Bricola, Pagliaro, Gallo M.) la norma dell’art. 47 comma 3 c.p. rappresenterebbe una deroga al principio dell’art. 5 del codice penale, rendendo eccezionalmente non punibile l’errore che ricade pur sempre sulla legge penale incriminatrice e riconoscendo, sia pur indirettamente, che anch’esso sia idoneo ad escludere il dolo.

 

Il secondo orientamento (Grasso, Palazzo, Flora), invece, ritiene che la norma in oggetto non deroghi l’art. 5 c.p., in quanto sarebbe diretta a disciplinare un fenomeno diverso, assimilabile negli effetti più all’errore sul fatto che a quello di diritto. Quale che sia l’indirizzo preferibile, il vero problema rimane quello di individuare quale sia l’errore su norma extrapenale che, convertendosi in errore sul fatto, esclude il dolo.

 

La giurisprudenza, con orientamento a dir poco «granitico», è sostanzialmente pervenuta ad una interpretatio abrogans della norma in commento. Infatti, fondando il discrimine sulla natura della norma, ha ritenuto che legge diversa da quella penale sia solo quella destinata ab origine a disciplinare rapporti giuridici di carattere non penale, non richiamati né implicitamente o esplicitamente incorporati in una norma penale. Alla stregua di questa ricostruzione va considerato errore su legge penale, e quindi inescusabile, sia quello che cade sulla struttura del reato sia quello che incide su norme, nozioni e termini propri di altre branche del diritto, introdotte nella norma penale ad integrazione della fattispecie proprio perché essi determinano il contenuto del comando penale (Cass. 23-2-2000, n. 2174). Pertanto, ogni norma in qualsiasi modo richiamata dalla disposizione incriminatrice finisce immancabilmente per incorporarsi in quest’ultima, assumendo natura penale.

 

Di fronte alla rigidità di posizioni della giurisprudenza s’è mossa altra parte della dottrina che preferisce operare il distinguo in base alla funzione integrativa o meno della norma richiamata (Palazzo, Pulitanò). Se la norma richiamata, ed oggetto di errore o ignoranza, è diretta ad individuare o specificare un elemento precettivo della fattispecie, ricadrebbe sotto la previsione dell’art. 5 c.p., se invece interviene sul fatto materiale tipico, si verterebbe in una situazione inquadrabile sotto l’art. 47, comma 3 c.p. Quest’orientamento, pur al suo interno frammentato, ha avuto il suo più recente punto di approdo nell’affermazione (Pulitanò) secondo cui sarebbe sempre possibile distinguere tra leggi extrapenali integratrici (le quali effettivamente contribuiscono a delineare il singolo tipo di illecito: ad es. gli artt. 2082 e 2083 c.c. rispetto alla nozione di imprenditore commerciale, rilevante ai fini della configurabilità del reato di bancarotta) ed altre norme extrapenali che nulla aggiungono alla definizione della fattispecie astratta già contenuta nella disposizione incriminatrice (come le norme sui modi di acquisto della proprietà che in niente incidono sulla definizione delle fattispecie di furto o di appropriazione indebita). Solo, dunque, l’errore che ricada su queste ultime norme, che non integrano il precetto, potrebbe essere scusato ai sensi dell’art. 47 comma 3 c.p.

 

L’orientamento che, però, appare più condivisibile è quello che pone attenzione all’oggetto ultimo dell’errore; secondo tale tesi occorre verificare se l’errore su legge extrapenale abbia determinato un errore sul fatto o un errore sul precetto (Fiandaca – Musco, Romano, Mantovani). Allorquando un soggetto voglia e ponga in essere un comportamento corrispondente a reato, ma per errore su norma extrapenale ritenga che esso non sia illecito, tale ignoranza sarà irrilevante ai fini della punibilità per il crimine compiuto (es.: Tizio, debitore, vuole e compie sottrazione dei propri beni al soddisfacimento dei creditori, ritenendo che ciò non costituisca reato perché in errore sull’interpretazione delle norme che definiscono la qualità d’imprenditore commerciale). Quando, invece, il soggetto per errore su norma extrapenale vuole un fatto diverso da quello incriminato, questo errore, convertendosi in errore sul fatto, esclude la punibilità (es: Tizio si appropria di una cosa altrui di cui dispone, errando sull’interpretazione delle norme che disciplinano l’usucapione).

 

 

Leggi extrapenali integrative di norme penali in bianco

Per quanto concerne le leggi extrapenali integrative di norme penali in bianco, la soluzione va differenziata a seconda della nozione che di norma penale in bianco si accolga. Se si ritiene (Romano) che essa vada riferita a quelle disposizioni che si limitano a prescrivere la sanzione di un precetto contenuto aliunde, non può dubitarsi che l’errore sulla disposizione extrapenale di riempimento ricada sul precetto e, conseguentemente, rimanga senza efficacia esimente. Se, invece, si accoglie (Flora, Fiandaca – Musco) la nozione secondo cui la norma penale in bianco sarebbe quella che fissa, sia pur genericamente, il precetto rinviando ad altre norme per la concreta individuazione del comportamento incriminato, l’errore nell’interpretazione della norma richiamata concerne allora un requisito del fatto e consente l’applicazione del dettato del terzo comma dell’art. 47 c.p.

 

 

Leggi extrapenali e reati omissivi

Un discorso a parte merita di essere fatto al riguardo dell’errore su norma extrapenale collegata a disposizioni incriminatrici aventi ad oggetto reati omissivi. A tal proposito, attenta dottrina (Flora) suggerisce di differenziare la soluzione, innanzitutto, tra reati omissivi propri e reati omissivi impropri (o anche detti commissivi mediante omissione). L’errore, il cui esame ci occupa, è ovviamente quello che investe l’obbligo di agire. Nei reati omissivi propri, tale obbligo può essere integralmente descritto nella norma penale incriminatrice oppure nella norma extrapenale richiamata o, infine, definito nei suoi tratti essenziali dalla norma penale con rinvio a norme extrapenali per una più particolareggiata determinazione.

 

Nelle prime due ipotesi, occorre ulteriormente distinguere a seconda che l’errore (o l’ignoranza) riguardi l’esistenza stessa dell’obbligo di agire in presenza di una situazione correttamente apprezzata oppure la ricorrenza dei presupposti di fatto (e dunque l’apprezzamento della situazione) in presenza dei quali scatta l’obbligo giuridico di agire. In altri termini, una cosa è se l’agente non è consapevole del fatto che in presenza di una determinata situazione la legge richiede che egli si attivi con un comportamento positivo diretto a scongiurare un pericolo o il verificarsi di un danno, altro è se l’agente, pur avendo contezza dell’esistenza di un tale obbligo a suo carico, non si rende conto di trovarsi nella situazione in presenza della quale l’ordinamento richiede quel suo intervento. Nel primo caso l’errore, evidentemente rimane sul precetto e, pertanto, non rilevando, non esclude la punibilità dell’agente. Ad esempio, si pensi all’ipotesi in cui un medico non inoltra il referto attestante le lesioni riportate da una persona vittima di un reato procedibile ex officio, ritenendo di non avere un tale obbligo. Nel secondo caso, invece, l’errore ricade su uno degli elementi del fatto rilevanti ai fini della punibilità. Si pensi, ad esempio, a Tizio che non presta soccorso a Caio credendo erroneamente che lo stesso non versi in una situazione di pericolo. Se il contenuto dell’obbligo di agire è descritto in massima parte dalla norma penale con un rinvio a quelle extrapenali solo per la definizione di dettaglio, sarà errore ricadente sul fatto sia quello che investe i presupposti dell’agire sia quello che riguarda le norme descrittive del comportamento da tenere in concreto. Quando si tratta, infine, di reati omissivi impropri, la tematica in discussione non può che concernere l’errore sulle norme extrapenali che descrivono le cd. posizioni di garanzia. La dottrina maggioritaria ritiene che in tali casi l’errore ricada necessariamente sul fatto (Palazzo, Mantovani, Romano, Pulitanò).

 

Altra dottrina (Flora), pur condividendo tale impostazione di massima, sottolinea che, tuttavia, l’errore che concerne la sussistenza della fonte costitutiva della posizione di garanzia — in presenza di un esatto apprezzamento della situazione di fatto — investe il precetto, mentre quello che concerne la ricorrenza della posizione di garanzia o il suo ambito rimane sul fatto, con effetto di escludere la punibilità. Il criterio risolutivo adottato in via generale per sciogliere il nodo dell’errore su norma extrapenale, può essere utilizzato anche nell’ipotesi in cui il rinvio effettuato dalla norma penale sia rivolto non ad altra norma giuridica, bensì ad una norma non giuridica a contenuto sociale o morale (si pensi al comune sentimento del pudore cui si richiama il combinato disposto degli artt. 527 e 529 c.p. per la definizione di atti osceni).

 

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