Errore determinato dall’altrui inganno
Professionisti
17 Giu 2016
 
L'autore
Edizioni Simone
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Errore determinato dall’altrui inganno

L’autore materiale del reato agisce per volontà viziata, cioè per effetto dell’inganno operato nei suoi confronti.

 

L’art. 48 stabilisce: «Le disposizioni dell’articolo precedente si applicano anche se l’errore sul fatto che costituisce reato è determinato dall’altrui inganno; ma, in tal caso, del fatto commesso dalla persona ingannata risponde chi l’ha determinato a commetterlo». La dottrina riconduce tale disciplina alla figura dell’autore mediato, ossia di chi si serve di un’altra persona come strumento per la commissione di un reato. In tal caso, l’autore materiale del reato agisce per volontà viziata, cioè per effetto dell’inganno operato nei suoi confronti. La giurisprudenza ritiene che l’inganno possa essere realizzato con qualsivoglia mezzo di persuasione o suggestione idoneo.

 

L’espressione «determinazione», contenuta nella norma, non va però ricollegata alla commissione del reato, dovendosi semplicemente intendere come consistente nel porre in essere l’inganno che determina l’errore altrui. La disciplina dell’art. 48 c.p. non è difforme da quella generale dettata dall’art. 47 c.p., né assegna all’errore un’efficacia scusante di ambito più vasto da quello consentito alla stregua di quest’ultima norma. Pertanto, l’errore determinato dall’altrui inganno è idoneo ad escludere il dolo solo se ricade sul fatto e non anche quando investa il precetto.

 

In secondo luogo, permarrà in capo all’ingannato (deceptus) una responsabilità colposa se l’errore è dovuto anche a colpa a lui imputabile ed il fatto criminoso sia punibile a titolo di colpa. Infine, non è esclusa una responsabilità dolosa del deceptus, quando questi, nonostante l’errore, fosse comunque animato dal dolo di un reato diverso (es.: Tizio convince Caio a praticare a Sempronio un’iniezione letale, facendogli credere che quest’ultimo — gravemente malato — abbia prestato il consenso alla propria soppressione. Tizio, in tal caso, risponderà di omicidio volontario, mentre Caio di omicidio del consenziente, perché nonostante l’errore indotto dal primo egli voleva comunque realizzare il delitto di cui all’art. 579 c.p.).

 

La disciplina dell’art. 48 c.p. trova applicazione anche nel caso di reati omissivi, quando taluno commetta l’omissione nel falso convincimento, determinato dall’artificio altrui, di non aver alcun obbligo di attivarsi. Nell’ipotesi di reati propri, in cui la qualifica del soggetto attivo, che rivesta il ruolo del deceptus, sia presupposto o elemento costitutivo del reato, l’art. 48 c.p. opererà nel senso di estendere la punibilità per il reato proprio anche all’extraneus che, ad esempio, inducendo in errore il pubblico ufficiale, si appropri per tramite di questi di una cosa che quegli possiede per ragioni di ufficio. In tal caso, l’ingannatore (decipiens) risponderà di peculato e non di appropriazione indebita.

 

 

In sintesi

Perché il soggetto ingannato sia sottratto alla responsabilità penale è necessario che l’errore:

 

– cada sul fatto, ossia su elementi costitutivi, positivi o negativi (derivando indifferentemente da errore di fatto, di norme extrapenali o extragiuridiche);

 

– sia incolpevole (altrimenti risponderebbe del reato colposo, se il fatto fosse previsto dalla legge come tale);

 

– sia escluso il dolo di altro reato (altrimenti l’ingannato risponderebbe di questo diverso reato, e l’ingannatore risponderebbe del reato che ha voluto far commettere all’autore diretto);

 

– sia un errore inevitabile sul precetto.

 

A sua volta l’ingannatore risponderà del reato che ha fatto commettere all’ingannato (deceptus) se:

 

– ha agito con dolo rispetto al reato posto in essere;

 

– anche nell’ipotesi in cui il soggetto ingannato versi in colpa, essendo di regola ammesso il concorso doloso nell’altrui reato colposo.

 

 

Esempio

Un chiaro esempio di reità mediata è riscontrabile nel caso in cui un soggetto, Tizio, su richiesta dell’amico Caio di recapitare una borsa ad un terzo, ignaro del contenuto della borsa da lui stesso trasportata, venga colto in possesso ingiustificato di grimaldelli. La circostanza prevista dall’art. 48 c.p. si prospetta allorchè il decipiens, Caio soggetto indirettamente responsabile, si serve dell’attività di Tizio, deceptus. L’errore che cade sul fatto di reato in cui è incorso Tizio coincide con quello di non essere stato messo a conoscenza del reale contenuto della borsa, o meglio ancora del fatto che il trasporto della borsa poteva risultare per lui rischioso dato che legato ad un’attività illecita.

 

Manuale-di-Diritto-Penale

 


 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti