Malattia e continue assenze: sì al licenziamento per inefficienza
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19 Giu 2016
 
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Malattia e continue assenze: sì al licenziamento per inefficienza

Cassazione: legittimo il licenziamento per scarso rendimento a causa delle assenze a singhiozzo che fanno stare il dipendente a casa per lunghi periodi intervallati da brevi ritorni in azienda.

 

Stretta della Cassazione sui dipendenti malati cronici, che intervallano lunghi periodi a casa con brevi ritorni sul posto di lavoro, così rendendo la loro presenza in azienda del tutto sporadica o – come si suol dire – “a macchia di leopardo”: con una sentenza pubblicata due giorni fa [1], la Suprema Corte tira per le orecchie i lavoratori che, a causa delle loro protratte assenze per malattia, finiscono per arrecare un danno all’azienda. E sentenzia: in questi casi il licenziamento è legittimo.

 

Come noto, il licenziamento non può essere inflitto al dipendente in malattia. Almeno finché questi non esaurisce il limite massimo di giorni che, in base al suo contratto collettivo, può prendersi per il caso in cui cada malato. Si tratta del cosiddetto comporto.

 

Tuttavia, la giurisprudenza si sta aprendo a considerare valido il licenziamento, ancor prima del superamento del comporto, quando la prestazione del dipendente diventa sporadica e occasionale, finendo anzi per arrecare un danno al datore. Il dipendente malaticcio risulta essere inefficiente e, quindi, anche inutile all’azienda. Insomma, anche se il lavoratore non ha ancora esaurito tutti i giorni di malattia consentitigli dal suo ccnl a titolo di comporto, può ugualmente essere mandato a casa qualora la sua attività integri uno scarso rendimento.

 

Per evitare abusi, la Cassazione pone però dei paletti severi: per liberarsi del dipendente malato cronico il datore deve riuscire provare che la presenza in servizio a singhiozzo, fra lunghe assenze e brevi ritorni, rende la prestazione offerta esigua per quantità e qualità e dunque non utilizzabile dall’azienda. In tal caso il licenziamento è legittimo. Infatti, quando le reiterate assenze per malattia determinano uno scarso rendimento viene violato l’obbligo – stabilito dal codice civile in materia di contratti di lavoro dipendente – della diligente collaborazione a cui il lavoratore si obbliga. In tal caso il licenziamento non sarebbe discriminatorio o illecito visto che la Cassazione ha sempre negato la possibilità di considerare tale il licenziamento giustificato da una giusta causa o da un giustificato motivo [2].

 

Secondo la giurisprudenza, infatti, un esempio di motivo di licenziamento per giustificato motivo oggettivo legato allo scarso rendimento sono proprio le reiterate assenze per malattia di un lavoratore che rendano lo svolgimento delle sue mansioni oggettivamente impossibile, ripercuotendosi sull’organizzazione dell’impresa [3].

 

Lo scarso rendimento rileva indipendentemente dalla colpa del lavoratore ed è quindi configurabile anche nel caso di ripetute assenze per malattia, qualora l’elevato numero degli episodi morbosi dimostri l’inattitudine del dipendente a raggiungere il normale rendimento richiesto dal tipo di mansioni inerenti al suo ufficio.

 

Ed ancora, scrive la cassazione [2]:

 

“Deve considerarsi legittimo il licenziamento irrogato al lavoratore per scarso rendimento allorché sia risultato provato, sulla scorta della valutazione complessiva dell’attività resa dal lavoratore stesso ed in base agli elementi dimostrati dal datore di lavoro, un’evidente violazione della diligente collaborazione dovuta dal dipendente ed a lui imputabile, in conseguenza della rilevante sproporzione tra gli obiettivi fissati dai programmi di produzione per il lavoratore e quanto effettivamente realizzato nel periodo preso in considerazione, avuto riguardo al confronto dei risultanti dati globali riferito ad una media di attività tra i vari dipendenti ed a prescindere dal conseguimento di una soglia minima di produzione” [4].

 

E più in là, sempre la Corte:

 

“Le assenze per malattia, anche se incolpevoli, che per le loro modalità di verificazione diano luogo a scarso rendimento oggettivo e rendano la prestazione non più utile per il datore di lavoro incidendo negativamente sulla produzione e regolarità dell’organizzazione aziendale, possono fondare un legittimo recesso, anche se intervenute nel periodo di comporto”.

 

Infine:

 

è legittimo il licenziamento intimato a fronte di reiterate assenze per malattia del lavoratore (cosiddetta eccessiva morbilità) ove le stesse, benché non superino il periodo di comporto, integrino l’ipotesi dello scarso rendimento, in quanto attuate secondo modalità tali da rendere la prestazione lavorativa inadeguata sotto il profilo produttivo e pregiudizievole per l’organizzazione aziendale.

 

 

Quando il licenziamento è illegittimo…

Quando però non ricorrono questi presupposti, il licenziamento durante la malattia – sempre che il comporto non sia stato superato – è illegittimo, classificabile come “ritorsivo”, in quanto ingiusta e arbitraria reazione dell’azienda al legittimo esercizio del diritto del lavoratore di assentarsi per malattia.


La sentenza

Cass. 22 novembre 1996 n. 10286

Svolgimento del processo

Con ricorso al Pretore del lavoro di Torino depositato il 6 settembre 1988 Banche Pierino esponeva di essere statao dipendente della Società Torinese Trasporti Intercomunali (S.A.T.T.I. s.p.a.) sino a quando la società con lettera del 4 luglio 1988, previo parere favorevole del Consiglio di disciplina del 27 giugno precedente, gli aveva comunicato il licenziamento per scarso rendimento a decorrere dal 5 luglio successivo, secondo quanto previsto dall’art. 27, lett. d), del Regolamento annesso 8all. A) al R.D. 8 gennaio 1931 n. 148. Assumeva che tale preteso scarso rendimento non era dovuto a sua negligenza, ma alle assenze dal lavoro per malattia.

Chiedeva pertanto che il licenziamento fosse dichiarato illegittimo e che l’Azienda venisse condannata alla reintegra nel posto di lavoro, con tutte le conseguenze di carattere economico a sua carico.

Costituita, la soc. SATTI sosteneva la legittimità del provvedimento di esonero per scarso rendimento, contestando in fatto e in diritto la tesi del Banche ed evidenziando l’entità e la frequenza delle assenze.

Il Pretore con sentenza in data 26 marzo 1990 dichiarava illegittimo il provvedimento di esonero, e condannava la SATTI al ripristino del rapporto e alla corresponsione delle retribuzioni maturate

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[1] Cass. sent. n. 12592/16 del 17.06.16.

[2] Cass. sent. n. 18678/2014.

[3] Cass. sent. n. 10286/1996.

[4] Cass. sent. n. 3876/2006.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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