Lasciare un registratore in una stanza e andarsene è lecito?
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19 Giu 2016
 
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Lasciare un registratore in una stanza e andarsene è lecito?

Registrare una conversazione in propria assenza: chi lascia un registratore in una stanza, in un’auto o in un altro ambiente per registrare quello che dicono gli altri mentre lui non c’è commette reato.

 

Lasciare un registratore acceso in una stanza, in luogo di lavoro o in un’auto e poi andarsene, in modo da memorizzare sul dispositivo quello che potrebbero dire, in un momento successivo, le persone presenti in quello stesso ambiente, costituisce reato. Lo si intuisce dagli ultimi orientamenti della Cassazione in materia di registrazione delle conversazioni.

 

In un precedente approfondimento abbiamo spiegato che registrare di nascosto quello che dice una persona è lecito, a condizione che colui che esegue tale operazione sia presente al momento del colloquio. Egli non deve necessariamente intervenire all’interno del dialogo, potendo anche stare zitto in un angolo. La sua presenza, tuttavia, deve essere percepibile dagli altri partecipanti alla conversazione, consapevoli di essere ascoltati da quest’ultimo. “Ascoltati” e, quindi, eventualmente anche registrati.

 

Diverso è il caso di chi, non potendo (o non volendo) essere presente fisicamente alla chiacchierata, lascia nascosto (ma anche in bella mostra) un registratore in modalità “on”, pronto a captare segretamente le parole altrui. In tali casi, le registrazioni sono possibili solo se previamente autorizzate dal giudice per le indagini preliminari. Si parlerà, allora, in questi casi, di intercettazioni ambientali, le quali seguono precise regole sull’autorizzazione e successiva utilizzazione. Non è invece consentito, al privato, agire autonomamente, anche se consapevole che tale registrazione potrà servire come prova per denunciare un crimine: non solo, infatti, il file con la registrazione non potrà entrare in processo e costituire valida prova, ma tale comportamento costituisce un reato. Vietato quindi registrare una discussione in propria assenza.

 

L’unico modo, dunque, per chi voglia registrare una conversazione tra altre persone, all’insaputa di queste ultime, è di parteciparvi personalmente. Dopo infatti una famosa sentenza delle sezioni unite del 2003 [2], la giurisprudenza è costante nel ritenere che le registrazioni di conversazioni tra presenti, compiute di propria iniziativa da uno degli interlocutori, non necessitano dell’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico, ma si risolvono in una particolare forma di documentazione, che non si può neanche considerare lesiva della privacy. “Chi parla”, afferma la Cassazione, “accetta anche il rischio di essere registrato”. “In caso di registrazione di un colloquio ad opera di una delle persone che vi partecipi attivamente o che sia comunque ammessa ad assistervi” non vi è alcuna lesione del diritto alla segretezza della comunicazione.

 

In definitiva, la registrazione di conversazioni alle quali non si partecipa – come nel caso di un registratore che viene lasciato acceso, nascosto o in evidenza, in una stanza ove si svolge la conversazione tra terzi – non è consentita dalla legge; chi pone in essere tale comportamento non solo non potrà utilizzare il supporto della registrazione come prova di un eventuale illecito (anche penale), ma rischia anche una querela.


[1] Da ultimo cfr. Cass. sent. n. 24288/2016 del 10.06.2016.

[2] Cass. S.U. sent. n. 36747/2003.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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