Il reato aberrante
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18 Giu 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Il reato aberrante

Il soggetto realizza, per errore nei mezzi di esecuzione o per altra causa, un reato diverso da quello voluto o colpisce persona diversa da quella che voleva colpire; l’aberratio ictus.

 

La divergenza tra voluto e realizzato, come detto, può dipendere sia da un errore che incide nel momento rappresentativo-formativo della volontà (errore motivo) sia da un errore nella fase di esecuzione del reato (errore inabilità). In questa seconda ipotesi l’errore interviene nella fase esecutiva del reato senza impedire il momento della rappresentazione del fatto. L’errore infatti può cadere non solo nella fase di formazione della volontà, ma anche nella fase di esecuzione. In tal caso esso non riguarda la rappresentazione psicologica dell’agente e cioè la formazione della volontà del reato, ma cade sul momento esecutivo del reato che il soggetto si è proposto di compiere. La divergenza tra voluto e realizzato per una deviazione nella fase esecutiva può dipendere da errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato sia da altra causa. Essenziale è che l’errore venga in rilievo nella fase esecutiva del reato senza investire la fase di ideazione del fatto criminoso. In questo caso si parla di reato aberrante che ricorre quando il soggetto realizza, per errore nei mezzi di esecuzione o per altra causa, un reato diverso da quello voluto ovvero cagiona offesa a persona diversa da quella che voleva colpire. Nel primo caso si ha l’aberratio delicti (art. 83 c.p.); nel secondo l’aberratio ictus (art. 82 c.p.). Le due ipotesi presentano in comune la circostanza che in entrambe l’errore non riguarda il processo formativo della volontà, ma il processo di traduzione in atto di una volontà correttamente formatasi.

 

 

L’aberratio ictus

L’aberratio ictus si verifica allorché l’evento voluto viene realizzato, ma incide su persona diversa o anche su una pluralità di persone diverse da quella cui l’azione era diretta. Ad essa è dedicato l’art. 82 c.p. che stabilisce che «Quando per errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato o per altra causa è cagionata offesa a persona diversa da quella cui l’offesa era diretta il colpevole risponde come se avesse commesso il reato in danno della persona che voleva offendere, salve, per quanto riguarda le circostanze aggravanti ed attenuanti, le disposizioni dell’art. 60».

Qualora oltre alla persona diversa sia offesa anche quella alla quale l’offesa era diretta, il colpevole soggiace alla pena prevista per il reato più grave aumentata della metà. Con riferimento alla ipotesi prevista al comma 1 si parla di aberratio ictus monolesiva. Nel comma 2 è disciplinata l’aberratio ictus plurilesiva.

 

 

Aberratio ictus monolesiva

Si ha aberratio ictus monolesiva quando l’evento voluto è realizzato nella sua obiettività, ma incide su persona diversa da quella cui l’azione era diretta. In questo caso, a causa dell’errore esecutivo, mutano l’oggetto materiale dell’azione ed il soggetto passivo, ma l’offesa permane normativamente identica e di conseguenza non muta il titolo del reato. L’aberatio ictus non costituisce eccezione ai principi comuni in materia di nesso causale che deve sussistere perché il soggetto sia chiamato a rispondere.

 

La figura dell’aberratio ictus monolesiva presenta delicati problemi, tra loro connessi, in ordine ai criteri di imputazione della responsabilità, alla unità o pluralità dei reati, alla necessità o meno di un tentativo punibile in relazione alla persona presa di mira ed alla riconduzione al 1° o al 2° comma (aberratio plurilesiva) dell’art. 82 c.p. del caso in cui un tentativo della persona presa di mira sussista. In ordine alla natura e alla struttura dell’aberratio monolesiva è possibile individuare due orientamenti:

 

– la dottrina tradizionale ritiene che la norma del primo comma sarebbe superflua in quanto fornita di efficacia meramente dichiarativa riaffermando un principio generale in materia di dolo della irrilevanza della identità del soggetto passivo ai fini dell’imputazione dolosa dell’evento realizzato. L’errore sul titolare specifico del bene tutelato sarebbe del tutto irrilevante perché il bene è tutelato a prescindere dal soggetto cui appartenga. L’agente è così punito a titolo di dolo perché ha realizzato un’offesa normativamente identica a quella voluta ed il dolo è perfetto nei suoi elementi costitutivi ed investe pienamente il fatto commesso. Il soggetto è punito perché per esempio voleva uccidere ed ha ucciso, a nulla rilevando che voleva uccidere Tizio ed, invece, ha ucciso Caio;

 

– contro la premessa di fondo di tale teoria, relativa al criterio di imputazione della responsabilità per l’offesa a persona diversa, si obietta che l’offesa a persona diversa sarebbe dolosa solo formalmente e non anche sostanzialmente in quanto secondo i principi in materia di dolo, inteso come volontà di un evento storico concreto, e non dell’evento astratto prefigurato dalla norma, l’agente a rigore dovrebbe rispondere, sempre che ne ricorrano gli estremi, di tentativo rispetto alla vittima designata e di reato colposo verso la persona colpita, come è previsto in ogni sistema che, come quello tedesco, difetta di una norma analoga all’art. 82 c.p.

 

Tale articolo, invece, disciplinerebbe, derogando ai normali criteri di imputazione, una ipotesi di responsabilità oggettiva imputandosi, a titolo di dolo, l’offesa a persona diversa sulla base del mero versari in re illicita. Più in particolare la tesi tradizionale fondata sulla irrilevanza del soggetto passivo ai fini del dolo fa leva su un dolo astratto riferito a qualsiasi evento lesivo del tipo di quello previsto dalla norma incriminatrice, laddove invece si tratta di qualificare come dolosa la causazione di un determinato evento concreto. Per questo, mancando la congruenza tra l’atteggia mento psicologico del soggetto e l’evento concreto, l’imputazione di questo a titolo di dolo è in realtà un’ipotesi di responsabilità oggettiva (Fiandaca – Musco). Le due diverse impostazioni portano quindi a diverse concezioni relativamente alla struttura della figura. Da una parte, gli autori che ravvisano nel caso di specie un reato unico e una responsabilità del soggetto a titolo di dolo di un reato unico (Antolisei, Bettiol); dall’altra, coloro che ritengono che si tratti di un’ipotesi di concorso formale di reati unificati dal legislatore per cui il reato non sarebbe unico, ma plurimo: un reato tentato contro la persona che si voleva colpire mentre sussiste un reato colposo consumato rispetto alla persona realmente colpita (Frosali, Leone).

 

L’accertamento del dolo deve essere effettuato positivamente con riferimento alla vittima designata e negativamente nei confronti di quella cui l’offesa è stata cagionata. L’evento offensivo verso questa non deve, infatti, essere voluto né direttamente, né indirettamente perché, qualora nei confronti di offesa a persona diversa sussista dolo eventuale, si ricadrebbe nell’ipotesi di concorso di reati. Il principio della irrilevanza della identità della persona offesa subisce una deroga solo ai fini della disciplina della circostanze. Il rinvio all’art. 60 c.p. rende operante la stessa disciplina dettata per le ipotesi di errore sulla persona dell’offeso con le stesse limitazioni relative alle circostanze riguardanti l’età o le condizioni e qualità psichiche e fisiche della persona offesa per le quali vale la regola dell’art. 59 c.p.

 

 

Aberratio ictus plurilesiva

Si ha aberratio ictus plurilesiva quando, oltre la persona diversa, sia offesa anche la persona alla quale l’offesa sia diretta. Un primo problema che si pone in materia riguarda il titolo di imputazione dell’ulteriore risultato.

 

Per una parte della dottrina l’aberratio plurilesiva integra una ipotesi di concorso formale di reati entrambi addebitabili a titolo di dolo. La responsabilità dolosa per l’offesa alla persona diversa discenderebbe dal comma 1 dell’art. 82 c.p. mentre quella nei confronti della persona avuta di mira dai principi generali in materia di dolo (Delitala). Altra dottrina, pur riconoscendo nell’ipotesi un concorso formale di reati, ritiene che l’evento diverso sia imputato a titolo di colpa specifica la quale, consistendo nella violazione di una norma di legge è ravvisata nella violazione della norma penale.

 

Contro questa teoria si è però obiettato che la colpa, consistendo in una imprudenza o in una leggerezza, può ravvisarsi solo nella ipotesi di violazione di una regola cautelare e non anche di una norma come quella penale che tale carattere non ha tendendo semplicemente a reprimere fatti lesivi di beni tutelati. Inoltre la colpa per violazione della legge penale finirebbe per tradursi in una responsabilità oggettiva fondata sul versari in re illicita.

 

Per questo la dottrina dominante ritiene che l’ulteriore offesa nei confronti della persona erroneamente colpita è imputata a titolo di responsabilità oggettiva. Per offesa più grave si ritiene non necessariamente quella voluta, ma quella che risulti tale in base all’applicazione delle circostanze in senso tecnico. Secondo altra parte della dottrina offesa più grave deve ritenersi quella voluta. Altro problema controverso è se l’aberratio ictus con più offese dia luogo ad un reato unico o ad una pluralità di reati.

 

La giurisprudenza in un primo tempo ha ritenuto che la fattispecie prevista dall’art. 82 comma 2 c.p. dia luogo ad un reato unico che non è possibile scindere a nessun effetto. Secondo un successivo orientamento l’aberratio ictus plurioffensiva costituisce un caso di concorso formale sia pure improprio in cui con un’azione sola si realizza un’offesa dolosa ed un offesa colposa con la conseguenza di ritenere applicabile per quanto non previsto dall’art. 82, la disciplina del concorso nonché l’amnistia ai singoli reati.

 

Anche la dottrina è divisa: una parte nega il concorso di reati ravvisando un reato unico in quanto l’ulteriore evento imputato a titolo di responsabilità oggettiva non può essere elemento costitutivo di un autonomo titolo di reato. Secondo altra parte della dottrina l’imputazione di uno dei risultati a titolo di responsabilità oggettiva non è di ostacolo al riconoscimento della pluralità di reati per cui il comma 2 dell’art. 82 c.p. andrebbe costruito come una ipotesi di concorso formale di reati in quanto la disciplina sanzionatoria unitaria non escluderebbe che a tutti gli altri effetti i reati siano scindibili. In dottrina la soluzione del concorso formale è apparsa preferibile in quanto evita che si possa applicare all’aberratio plurilesiva una disciplina più severa di quella che si avrebbe se entrambe le ipotesi fossero dolose (Mantovani).

 

 

Aberratio ictus plurioffensiva

Si parla di aberratio ictus plurioffensiva anche nei casi in cui, oltre alla persona presa di mira, si offendono più persone diverse, ovvero, rimasta illesa la prima si offendono più persone diverse. Queste ipotesi non sono espressamente contemplate dalla legge per cui molto si è dibattuto circa il relativo trattamento sanzionatorio.

 

In ordine alla prima da alcuni autori si è sostenuto che occorre far luogo a tanti aumenti di pena fino alla metà quante sono le persone diverse da quella designata che vengono offese (Leone). Secondo altri invece si fa luogo in ogni caso ad un solo aumento di pena. Queste due teorie sono state criticate in quanto la prima non ha alcun appiglio nella legge, la seconda non giustifica la parità di trattamento tra l’ipotesi di una sola lesione ulteriore e l’ipotesi di più lesioni ulteriore

 

Secondo altra dottrina invece tra le offese a più persone diverse si applica l’art. 82 cpv c.p. in ordine alla offesa ulteriore rispetto alla persona presa di mira e in forza del principio del favor rei per offesa ulteriore deve considerarsi quella meno grave, mentre per le altre si applicherà l’art. 81 c.p. sul concorso formale dei reati.

 

Quanto all’ipotesi in cui rimasta illesa la persona presa di mira, siano offese altre persone la giurisprudenza dominante ritiene che l’ipotesi rientri nel comma 1 dell’articolo stesso. Ora tanto le teorie prospettate con riferimento al caso di offese a più persone di cui una sia la vittima designata, sia la giurisprudenza relativa all’ipotesi di offese a più persone diverse con persona designata indenne sono state ritenute da una recente dottrina in contrasto con il principio di legalità espresso dagli articoli 1 c.p. e 25 della Costituzione. Si osserva, infatti, che l’applicazione in ogni caso del comma 2 dell’art. 82 costituirebbe applicazione analogica in malam partem in quanto esso è norma di sfavore. Deve pertanto ritenersi che essa non può applicarsi oltre i casi espressamente previsti con la conseguenza che nell’ipotesi in esame si applicherà la disciplina sul concorso prevista dall’art. 81 c.p. (Mantovani).

 

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