Le obbligazioni pecuniarie
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18 Giu 2016
 
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Le obbligazioni pecuniarie

Obbligazioni pecuniarie: nozione, principio nominalistico, clausole di garanzia monetaria e obbligazioni indicizzate.

 

 

Nozione

Sono pecuniarie le obbligazioni che hanno per oggetto una somma di denaro (ad es., l’obbligazione del compratore di pagare il prezzo o del mutuatario di restituire la somma avuta in prestito). Tradizionalmente si afferma che, essendo il denaro una cosa generica, l’obbligazione pecuniaria si configura come una obbligazione di dare, avente ad oggetto una cosa generica. In realtà non c’è dubbio che la definizione dell’oggetto di tale tipo di obbligazione si sta evolvendo, parallelamente al diffondersi di nuove forme di pagamento, di nuove modalità di trasferimento del denaro, che diventa così sempre più «moneta contabile», «moneta bancaria», «moneta elettronica» (IUDICA-ZATTI).

 

 

Il principio nominalistico

L’art. 1277 dispone che i debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al momento del pagamento, e al suo valore nominale. Il legislatore ha così accolto il cd. principio nominalistico, in virtù del quale l’obbligazione si esegue in conformità del suo importo nominale e non del valore effettivo. Pertanto, il debitore deve dare la quantità di moneta stabilita, anche se il suo valore di scambio o il suo potere di acquisto si sia frattanto modificato.

 

La ragione per la quale nel codice è stato accolto il principio nominalistico consiste «nell’esigenza di raffigurare i debiti pecuniari come entità costanti e di evitare incertezze sull’entità economica del debito pecuniario» (TORRENTE): infatti, se si dovesse tener conto delle oscillazioni di valore subite dalla moneta, non si saprebbe mai prima della scadenza quanto il debitore deve prestare. Il principio nominalistico si applica anche quando la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, perché il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale al corso del cambio nel giorno di scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento (art. 1278). Sotto il profilo dell’applicazione del principio nominalistico si distingue tra:

 

– il debito di valuta: ha per oggetto una somma di denaro sin dal momento della sua costituzione (trova applicazione il principio nominalistico);

 

– il debito di valore: ha per oggetto una prestazione «considerata per il suo concreto significato economico che deve essere stimato secondo le condizioni di mercato» (TRABUCCHI) (il principio nominalistico non trova applicazione e il debito è rivalutabile, di modo che la somma pagata dal debitore alla scadenza abbia lo stesso potere di acquisto che aveva al momento in cui l’obbligazione è sorta).

 

 

I rimedi all’applicazione rigorosa del principio nominalistico

L’assoggettamento dei debiti di valuta al principio nominalistico comporta notevoli svantaggi per il creditore, poiché il fenomeno della svalutazione della moneta costituisce regola economica costante. Per ovviare a tale inconveniente alcuni rimedi sono stati elaborati dalla giurisprudenza e dalla prassi. Tra questi ricordiamo:

 

– le clausole di garanzia monetaria, quali la clausola di pagamento effettivo in moneta estera o la clausola oro, nella quale la quantità di moneta viene determinata in riferimento all’oro;

 

– le obbligazioni indicizzate, nelle quali la quantità di moneta è determinata dal rapporto di valore con un determinato parametro, quale il prezzo di mercato di particolari beni o l’indice del costo della vita (clausola ISTAT).

 

La clausola di indicizzazione può avere fonte legale: ad es., nei canoni di locazione delle case ad uso abitativo (art. 24 L. 392/1978). Altri rimedi sono previsti dal codice civile. In particolare, l’art. 1224, co. 1 stabilisce che, in caso di mora, il debitore deve al creditore gli interessi al tasso legale, indipendentemente dalla prova del danno: tali interessi, se pattuiti in misura superiore al tasso legale, dovranno essere corrisposti nella stessa misura. Al co. 2 (e questa è la previsione più importante) l’art. 1224 riconosce un ulteriore risarcimento al creditore che dimostri di aver subito un danno maggiore.

 

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