Composizione delle crisi da sovraindebitamento
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18 Giu 2016
 
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Composizione delle crisi da sovraindebitamento

Sovraindebitamento, piano del consumatore e liquidazione dei beni.

 

Gli artt. 6 ss. L. 3/2012, modificati dalla L. 221/2012, prevedono che il debitore in stato di sovraindebitamento possa proporre ai creditori un accordo di ristrutturazione dei debiti sulla base di un piano. Per sovraindebitamento s’intende la situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, ovvero la definitiva incapacità del debitore di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni. L’art. 8, co. 1 precisa che la proposta di accordo prevede «la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione dei crediti futuri». In ogni caso, deve essere assicurato il regolare pagamento dei crediti impignorabili, vale a dire alla scadenza contrattualmente prevista ed in misura integrale.

 

Il piano può prevedere l’affidamento del patrimonio del debitore a un gestore, nominato dal giudice, per la liquidazione, la custodia e la distribuzione del ricavato ai creditori, da individuarsi in un professionista in possesso dei requisiti per la nomina a curatore fallimentare (art. 28 l. fall.). Il gestore può anche essere l’organismo di composizione della crisi (OCC). Altrimenti, se per la soddisfazione dei crediti sono utilizzati beni sottoposti a pignoramento o se è previsto dall’accordo, il giudice, su proposta dell’OCC, nomina un liquidatore (art. 13, co. 1), che dispone in via esclusiva dei beni stessi e delle somme incassate. Anche il liquidatore deve avere i requisiti per la nomina a curatore e può essere lo stesso OCC.

 

Il piano:

 

– deve assicurare l’integrale pagamento dei titolari di crediti impignorabili e dei crediti tributari per cui è ammessa soltanto la dilazione;

 

– deve prevedere i termini e le modalità di pagamento dei creditori, le eventuali garanzie rilasciate per l’adempimento dei debiti e le modalità per l’eventuale liquidazione dei beni (art. 7, co. 1). I titolari di crediti impignorabili, i crediti tributari e i creditori privilegiati (muniti di privilegio, pegno o ipoteca) devono essere soddisfatti integralmente.

 

A seguito della presentazione della proposta il debitore perde la disponibilità del proprio patrimonio (almeno della parte di esso considerata nel piano), e gli eventuali atti disposizione compiuti dal debitore sono inefficaci nei confronti dei creditori. La proposta e il piano sono redatti con l’ausilio degli organismi di composizione della crisi con sede nel circondario del tribunale competente. La proposta è inammissibile quando il debitore:

 

– è soggetto a procedure concorsuali diverse da quelle previste dalla disciplina del sovraindebitamento;

 

– ha fatto ricorso ai procedimenti di sovraindebitamento nei cinque anni anteriori;

 

– ha subito, per causa a lui imputabile, la risoluzione o l’annullamento dell’accordo o la revoca o la cessazione degli effetti del piano del consumatore;

 

– ha fornito documentazione che non consente di ricostruire compiutamente la sua situazione economica e patrimoniale (art. 7, co. 2). La proposta di accordo deve essere depositata, insieme ai documenti previsti dalla legge, presso il tribunale del luogo in cui si trova la residenza o la sede principale del debitore.

 

Il giudice, se la proposta soddisfa i requisiti di ammissibilità previsti dalla legge:

 

– fissa l’udienza di comparizione delle parti;

 

– dispone che non possano essere iniziate o proseguite azioni esecutive individuali, disposti sequestri conservativi o acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore che ha presentato la proposta di accordo. Sulla proposta di accordo devono esprimersi i creditori. Il legislatore affida la raccolta delle dichiarazioni di voto dei creditori all’OCC, che all’esito della votazione dovrà trasmettere ai creditori una relazione sui consensi espressi e sul raggiungimento della percentuale del 60% dei crediti, necessaria per l’approvazione, allegando il testo dell’accordo. I creditori possono sollevare contestazioni nei dieci giorni successivi. Decorso il termine l’OCC trasmette al giudice la relazione già inviata ai creditori, allegando le contestazioni ricevute e l’attestazione definitiva sulla fattibilità del piano.

 

Il giudice dovrà verificare:

 

– il raggiungimento dell’accordo con la percentuale di legge;

 

– l’idoneità del piano ad assicurare il pagamento integrale dei crediti impignorabili e dei crediti tributari e deve risolvere ogni altra contestazione mossa dai creditori.

 

L’omologazione deve avvenire entro sei mesi dalla presentazione della proposta (art. 12, co. 3bis). L’esecuzione dell’accordo è rimessa a un liquidatore, nominato dal giudice su proposta dell’OCC (può essere anche lo stesso OCC). Ove la nomina del liquidatore non sia obbligatoria (art. 7, co. 1), il patrimonio del debitore può essere affidato a un gestore nominato dal giudice. L’OCC vigila sull’esatto adempimento dell’accordo, deve comunicare ai creditori ogni irregolarità (art. 13) e ha un generico potere di risoluzione delle difficoltà insorte nell’esecuzione dell’accordo, che comprende anche il potere di tentare l’amichevole composizione delle controversie insorte.

 

L’annullamento dell’accordo può essere pronunciato quando, con dolo o colpa grave, è stato aumentato o diminuito il passivo, ovvero sottratta o dissimulata una parte rilevante dell’attivo ovvero dolosamente simulate attività inesistenti. La risoluzione, invece, può essere chiesta dai creditori nelle ipotesi tassative previste dall’art. 14, cioè se il proponente non adempie regolarmente le obbligazioni derivanti dall’accordo, se le garanzie promesse non vengono costituite o se l’esecuzione dell’accordo diventa impossibile per ragioni non imputabili al debitore. Ai sensi dell’art. 11, co. 5 l’accordo è revocato di diritto:

 

– se il debitore non esegue integralmente i pagamenti dovuti alle Amministrazioni pubbliche e agli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie;

 

– se durante la procedura sono compiuti atti diretti a frodare le ragioni dei creditori;

 

–  in caso di sentenza di fallimento pronunciata a carico del debitore.

 

 

Il piano del consumatore

La L. 221/2012 ha introdotto, per il consumatore, una specifica procedura, analoga all’accordo di composizione della crisi. L’art. 6 della legge definisce il consumatore come «il debitore persona fisica che ha assunto obbligazioni esclusivamente per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta», analogamente alla nozione contenuta nel Codice del consumo. L’art. 7, co. 1bis precisa che il consumatore può avvalersi della procedura di composizione della crisi o dello specifico procedimento a lui riservato, ossia del «piano del consumatore».

 

Il procedimento differisce da quello previsto per l’accordo di composizione della crisi in quanto:

 

–  non è prevista la votazione dei creditori;

 

– il piano è omologato dal tribunale all’esito di un giudizio di omologazione fondato sulla fattibilità del piano e sulla meritevolezza del debitore valutata con riguardo alle cause del sovraindebitamento.

 

Le condizioni di ammissibilità sono in gran parte le stesse, il contenuto della proposta del debitore è analogo e i crediti che devono essere soddisfatti integralmente sono i medesimi (i crediti impignorabili e i crediti tributari). L’iter processuale prevede:

 

–  la presentazione della proposta con l’assistenza dell’OCC;

 

– la verifica, da parte del giudice, dell’assenza di atti di frode dei creditori e della sussistenza dei requisiti di ammissibilità e la fissazione (in caso di esito positivo di tali accertamenti) dell’udienza di comparizione dei creditori.

 

Il giudice può disporre la sospensione di specifici procedimenti di esecuzione forzata che possano pregiudicare la fattibilità del piano (art. 12bis, co. 2) fino alla definitività del provvedimento di omologazione. La proposta deve essere accompagnata da una relazione particolareggiata dell’OCC, che deve contenere:

 

– l’indicazione delle cause dell’indebitamento e della diligenza impiegata dal consumatore nell’assumere volontariamente le obbligazioni;

 

– l’esposizione delle ragioni dell’incapacità del debitore di adempiere le obbligazioni assunte;

 

– il resoconto sulla solvibilità del consumatore negli ultimi cinque anni;

 

– l’indicazione dell’eventuale esistenza di atti del debitore impugnati dai creditori;

 

– il giudizio sulla completezza e attendibilità della documentazione depositata dal consumatore a corredo della proposta, nonché sulla probabile convenienza del piano rispetto all’alternativa liquidatoria.

 

Dalla data dell’omologazione i creditori anteriori non possono compiere atti esecutivi o azioni cautelari né acquistare diritti di prelazione sul patrimonio del consumatore. Tuttavia, il divieto di azioni esecutive e cautelari e di acquisto di titoli di prelazione viene meno nel caso di mancato pagamento dei crediti impignorabili e dei crediti tributari.

 

La disciplina dell’esecuzione del piano è regolata dall’art. 13 negli stessi termini previsti. Come per l’accordo del debitore non consumatore, anche il piano del consumatore può essere oggetto di revoca o cessazione di diritto, in caso di:

 

– mancato pagamento entro 90 giorni dalla scadenza dei crediti tributari e previdenziali (cessazione di diritto);

 

–  emersione, durante la procedura, di atti diretti a frodare le ragioni dei creditori;

 

– aumento o diminuzione del passivo con dolo o colpa grave;

 

– sottrazione o dissimulazione di una parte rilevante dell’attivo;

 

– dolosa simulazione di attività inesistenti;

 

– mancato adempimento, da parte del proponente, degli obblighi derivanti dal piano;

 

– mancata costituzione delle garanzie promesse;

 

– sopravvenuta impossibilità di esecuzione del piano anche per ragioni non imputabili al debitore. La cessazione del piano e la revoca comportano, ai sensi dell’art. 14quater, la conversione della procedura in quella di liquidazione di tutti i beni.

 

 

 La liquidazione dei beni

Accanto all’accordo del debitore non consumatore e al piano del consumatore, il legislatore ha previsto la procedura di liquidazione dei beni del debitore, che si apre su domanda del debitore e riguarda l’intero patrimonio di quest’ultimo, salvi i beni espressamente esclusi. Peraltro, nei casi di revoca, cessazione di diritto, annullamento e risoluzione dell’accordo e di revoca e cessazione del piano del consumatore, la liquidazione dei beni si apre d’ufficio.

 

La liquidazione:

 

–  ha ad oggetto tutti i beni del debitore;

 

– è attuata da un liquidatore nominato dal giudice, le cui funzioni sono essere svolte dallo stesso OCC.

 

La liquidazione dei beni si apre, normalmente, su istanza del debitore in stato di sovraindebitamento, purché non sia assoggettabile alle procedure concorsuali ordinarie e non abbia fatto ricorso nei precedenti cinque anni alle procedure di sovraindebitamento. È competente il tribunale della residenza o della sede principale del debitore. La domanda è inammissibile se la documentazione prodotta non consente di ricostruire compiutamente la situazione economica e patrimoniale del debitore (art. 14ter, co. 5).

 

Non sono compresi nella liquidazione:

 

– i crediti impignorabili (art. 545 c.p.c.);

 

– i crediti aventi carattere alimentare e di mantenimento, gli stipendi, le pensioni, i salari e ciò che il debitore guadagna con la sua attività, nei limiti di quanto occorra al mantenimento suo e della sua famiglia;

 

i frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i frutti di essi;

 

– le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge (art. 14ter, co. 6).

 

Il provvedimento di apertura della procedura è pronunciato dal tribunale con decreto. Con il decreto il giudice, tra l’altro:

 

– nomina un liquidatore;

 

– dispone che fino al provvedimento di chiusura della liquidazione non possano essere iniziate o proseguite azioni cautelari o esecutive sul patrimonio oggetto di liquidazione da parte dei creditori aventi titolo o causa anteriore;

 

– ordina al debitore la consegna o il rilascio dei beni facenti parte del patrimonio di liquidazione, salvo che ritenga, in presenza di gravi e specifiche ragioni, di autorizzare il debitore a utilizzare alcuni di essi;

 

– fissa i limiti entro i quali il debitore può trattenere, per il mantenimento suo e della famiglia, i crediti aventi carattere alimentare e di mantenimento, gli stipendi, le pensioni, i salari e ciò che guadagna con la sua attività. Si determina quindi una forma di spossessamento attenuato del debitore, ridotta rispetto a quella stabilita in caso di fallimento. La liquidazione si chiude con decreto del giudice dopo la completa esecuzione del programma, ma comunque non prima di quattro anni dal deposito della domanda.

 

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