Gravidanza inattesa e coppia non sposata: come comportarsi
Lo sai che?
19 Giu 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Gravidanza inattesa e coppia non sposata: come comportarsi

Dall’incertezza sullo stato di gravidanza alle decisioni conseguenti il riconoscimento del figlio: qualche consiglio per una ragazza madre.

 

Credo di essere incinta…ma il papà vive all’estero; ho paura che non si fidi della mia parola e che mi lasci sola con il piccolo…

 

Il problema illustrato dalla lettrice, se non altro per la sua genericità, pone la necessità di esaminare una serie di ipotetiche situazioni non meglio indicate in narrativa.

Procediamo quindi con ordine.

 

 

L’accertamento della gravidanza

Credo di essere incinta”. Si tratta questa di una situazione di dubbio dalla quale occorre che la lettrice esca al più presto; e ciò, non solo per la necessità di darsi delle certezze, ma anche e soprattutto per la salute propria e del bambino.

A tale scopo, non è opportuno affidarsi solo ad un test di gravidanza, ma è senz’altro bene rivolgersi ad un ginecologo (in struttura pubblica o privata) affinché verifichi se è concretamente in atto una gestazione, a che punto è, e se sta procedendo bene.

Potrebbe essere, ad esempio, che la gestazione sia extrauterina o che si sia interrotta senza che la donna ne abbia consapevolezza; casi questi nei quali il medico dovrebbe intervenire prontamente.

Ma anche scartando ipotesi negative come queste, resta il fatto che i primi mesi di gravidanza sono estremamente delicati ed è necessario che i sanitari accertino lo stato di salute della mamma e del feto per eventualmente consigliare la dieta da seguire (come ad esempio l’evitare i cibi crudi, l’assunzione di bevande alcoliche, il fumo anche passivo) la terapia farmacologica più opportuna (ed eventualmente il divieto di utilizzo di farmaci di uso comune), l’eventuale necessità di riposo e di specifici esami diagnostici (come ad esempio l’ amniocentesi).

 

 

Bisogna per forza dirlo al padre?

Una volta accertato lo stato di gravidanza, sarà preciso dovere della donna informarne subito il padre del bambino, anche se si trova all’estero.

Un primo consiglio è quello di dichiarare da subito all’uomo, senza aspettare che sia questo a chiederlo, la propria disponibilità anche ad effettuare un test di paternità affinché egli non abbia dubbi di alcun tipo circa il fatto che il bambino sia davvero suo.

In ogni caso, bisogna tener presente che anche il fatto stesso di compiere alcuni specifici esami prenatali, diretti ad accertare la sussistenza di eventuali malattie del bambino, potrebbe già fare emergere in automatico informazioni in grado di escludere la paternità (si pensi al gruppo sanguigno), se non addirittura di accertarla senza che sia necessario ricorrere ad uno specifico test di paternità, spesso percepito dalla donna come una richiesta “mortificante”; in altre parole, la paternità potrebbe essere accertata per il solo fatto di effettuare degli esami diretti a conoscere lo stato di salute del nascituro.

Ad ogni modo, anche indipendentemente dalla scelta di effettuare specifici test, il padre ha il pieno diritto di sapere se il figlio è davvero suo e ove la madre si rifiutasse di autorizzare gli specifici esami, l’uomo potrebbe chiedere al giudice che la propria paternità venga accertata con le modalità meglio descritte in questo articolo: “COME FARE PER: sapere se il figlio è davvero mio”.

 

 

Il padre può costringere la madre ad abortire?

Se poi, una volta sicuro della propria paternità, l’uomo dovesse chiedere alla donna di interrompere la gravidanza, questa non sarebbe tenuta in alcun modo ad assecondare tale volontà. L’interruzione della gravidanza resta sempre, infatti, una libera scelta della gestante la quale, fino massimo (e in estremi casi) al 5° mese di gravidanza, può – entro precisi limiti stabiliti dalla legge (dettati da ragioni personali e terapeutiche) – fare la scelta dell’aborto (per un approfondimento leggi: “Aborto: quando è legale”).

Scelta che, tuttavia – fatta eccezione per situazioni davvero gravi (che non sembrano comunque sussistere nel caso illustrato) – ritengo debba rappresentare per una donna l’ultima strada da percorrere, atteso che la legge riconosce comunque precise tutele alla madre che decide di partorire in anonimato per poi dare il bambino in adozione (per un approfondimento rinviamo all’articolo: “Gravidanza non voluta e parto in anonimato: quali tutele per madre e bambino?”).

 

 

Che succede se il padre non vuole riconoscere il bambino?

Non può comunque escludersi che sia proprio il compagno della donna a non voler riconoscere il bambino alla nascita. In tale ipotesi, la lettrice potrà rivolgersi al tribunale affinché dichiari la paternità dell’uomo in luogo di quest’ultimo; situazione questa in cui, anche il semplice rifiuto dell’uomo a sottoporsi al test del dna, potrà essere un elemento in grado di far presumere al giudice la sua paternità (per un approfondimento sul punto si rinvia alla lettura dell’articolo “Figlio da coppia non sposata: se un genitore non vuol riconoscere il bambino”).

Alla dichiarazione giudiziale di paternità, la legge fa conseguire:

– il diritto del figlio, una volta cresciuto, a vedersi riconosciuto il risarcimento del c. d. danno morale dovuto alla privazione affettiva subita per l’assenza del genitore che non abbia voluto riconoscerlo fino a quel momento e lo abbia privato delle sue cure e attenzioni,

– come pure, per il genitore che abbia cresciuto da solo il figlio, ad un rimborso (se pur forfettario) delle spese sostenute per crescerlo fino alla data del riconoscimento.

Come più volte affermato dalla Cassazione, infatti, gli obblighi di mantenimento, cure, educazione e istruzione della prole gravanti su entrambi i genitori, sorgono sin dalla nascita dei figli e non vengono meno quando il figlio sia riconosciuto da un solo genitore, per il periodo che precede la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità [1].

 

 

Se il padre riconosce il bambino ma se ne disinteressa

Se poi il padre, pur riconoscendo il bambino, decida comunque di disinteressarsi della sua vita e della sua crescita, in questo caso – al di là del comprensibile smarrimento che tale atteggiamento potrebbe arrecare alla donna (e per il quale l’unico rimedio potranno essere l’ aiuto, il sostegno e conforto di familiari o amici) – la legge prevede comunque delle precise tutele (di tipo patrimoniale) per la madre e il figlio.

La madre che abbia, infatti, cresciuto il figlio da sola, potrà agire giudizialmente nei confronti del padre del bambino per far prima accertare (e quantificare in termini monetari) i doveri dell’altro genitore ed, eventualmente, ottenere la condanna di quest’ultimo al pagamento di una somma periodica a titolo di mantenimento ordinario, cui di norma si accompagna anche l’obbligo della contribuzione al 50% per le spese straordinarie di mantenimento (visite mediche, viaggi, istruzione, ecc.) e, in caso di mancato adempimento dell’uomo, agire:

 

– sia in sede civile con un’azione espropriativa di beni mobili (auto, arredi stipendio, ecc.) o immobili (case, terreni), al fine di recuperare, in nome e per conto del figlio, i crediti spettanti a quest’ultimo,

– sia in sede penale, con denuncia alle autorità per violazione degli obblighi di assistenza familiare.

 

Anche per tale ipotesi, poi, il figlio che sia che sia stato privato dell’affetto e della vicinanza del genitore che lo abbia riconosciuto potrà, una volta cresciuto, vedersi risarcito il danno morale per la sofferenza e le ripercussioni psicologiche provocate dall’abbandono del genitore; danno morale questo, che andrà risarcito in base al libero apprezzamento del giudice, ma avendo a riferimento le tabelle del danno da perdita di un familiare (per un ulteriore approfondimento in merito, rinviamo alla lettura degli articoli: “Condanna per il genitore che abbandona il figlio” e “Genitore assente nella vita del figlio: danno risarcito anche dagli eredi”).

 

 

La donna ha diritto ad un assegno di mantenimento?

Va, invece, precisato che nella sua situazione, la lettrice non potrebbe vantare dall’ex compagno, neppure alla nascita del bambino, il diritto ad un assegno di mantenimento per se stessa; diritto che, al contrario, potrebbe sorgere, ove ve ne fossero i presupposti, solo dopo la separazione della coppia unita in matrimonio.

 

 

Se il padre riconosce e mantiene il bambino non occorre rivolgersi al giudice?

Qualora, invece – e come è auspicabile – il padre dovesse accogliere la notizia della nascita del bambino favorevolmente (o quantomeno senza mostrare di volersi sottrarre alle proprie responsabilità), un consiglio per la lettrice è quello di rivolgersi comunque ad un legale (e se possibile congiuntamente all’ex compagno)  al fine di ottenere dal tribunale (del luogo di residenza del bambino) una regolamentazione non solo del mantenimento dovuto al minore, ma anche dell’affidamento, della collocazione e del diritto di visita del piccolo, specie tenuto conto del fatto che il padre risiede all’estero.

Avere in mano un titolo giudiziario in tal senso, rappresenterebbe una maggiore tutela per tutti (padre compreso): per la donna e il bambino, soprattutto nell’ipotesi in cui il padre si dovesse mostrare un po’ latitante nell’osservanza dei propri obblighi genitoriali e per il padre nel caso in cui fosse ostacolato nel suo pieno diritto di cura, educazione e frequentazione del figlio.

 

In conclusione, nel caso in esame, dopo aver accertato di essere effettivamente incinta, la donna ha il dovere di informarne il padre del bambino e dargli la possibilità di accertare che il figlio sia effettivamente suo.

Di seguito l’uomo non potrà imporle di interrompere la gravidanza e una volta nato il bambino dovrà riconoscerlo ed assumersi tutte le responsabilità (morali ed economiche) legate alla crescita del figlio.

Ove ciò non avvenga, la madre potrà chiedere al giudice che innanzitutto accerti e dichiari la paternità dell’uomo, e che di seguito, quantifichi la misura del contributo periodico al mantenimento dovutole per la crescita del figlio. Tali due pronunce daranno alla donna il diritto di agire giudizialmente per il recupero delle somme eventualmente non versate al figlio e per ottenere (per conto del figlio) il risarcimento del danno morale per la privazione affettiva subita.

Inoltre, anche per l’ipotesi in cui il riconoscimento avvenga in forma spontanea, è sempre opportuno rivolgersi al giudice al fine di ottenere un provvedimento che regolamenti la misura del contributo al mantenimento e le modalità di affidamento del bambino.


[1] Cass. sent. n. 26205/2013 e n. 5652/12.

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti