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Lo sai che? Pubblicato il 19 giugno 2016

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Lo sai che? Equitalia, cartella di pagamento e opposizione al pignoramento

> Lo sai che? Pubblicato il 19 giugno 2016

Dalla notifica dell’atto prodromico (l’accertamento, la multa, la richiesta di pagamento) al pignoramento: ad Equitalia basta dimostrare la regolare notifica della cartella di pagamento e non anche l’esistenza del credito dell’ente.

Come ci si oppone a una cartella di pagamento e, in caso di scadenza dei termini, al successivo pignoramento di Equitalia? Per quanto internet sia pieno di “facili” guide su come contestare gli atti dell’Agente della Riscossione, non esiste una regola unica per tutti i casi, ma ogni vicenda va analizzata sulla base delle sue particolarità. Anche se, a ben vedere, esistono delle regole generali che consentono, quanto meno, di evitare inutili errori o il decorso dei termini di impugnazione. Li analizzeremo partendo da una recente sentenza della Cassazione [1] che ci offre lo spunto per fare una sintesi di questa articolata materia.

L’atto prodromico

La cartella di pagamento non è (quasi) mai il primo atto del fisco di cui il contribuente viene a conoscenza. Salvo rare eccezioni, il debitore viene prima avvisato della propria morosità con una richiesta di pagamento o un accertamento da parte dell’ente impositore, il quale gli notifica un’apposita intimazione scritta (in gergo tecnico viene chiamato “atto prodromico”). Se il debitore ritiene che l’importo non sia dovuto, o sia dovuto da un’altra persona, o sia errato nel calcolo, ecc. può sollevare, davanti al giudice, un’opposizione contro tale atto. Se non lo fa nei termini previsti dalla legge, l’atto si “solidifica”, ossia non diventa più impugnabile, almeno per quanto riguarda il “merito” della vicenda e il debito si considera come se fosse stato ammesso.

Lo stesso discorso avviene, ad esempio, anche per le multe stradali: prima di ricevere la cartella di pagamento, l’automobilista deve ricevere il verbale con la contestazione dell’infrazione. Contro quest’ultimo ha 30 giorni di tempo per presentare ricorso. Diversamente, non è più possibile alcuna contestazione.

Il fatto, però, che l’atto prodromico si sia solidificato per decorso dei termini ad impugnare (ma lo stesso effetto si può avere nel caso in cui il contribuente sollevi un’opposizione e questa venga rigettata dal giudice con sentenza divenuta definitiva) non implica che non vi siano più difese per il debitore. Infatti, il procedimento per la riscossione non termina qui…

La notifica della cartella di pagamento

Dopo l’atto prodromico viene notificata la cartella di pagamento con cui il contribuente viene messo in condizione di conoscere il proprio debito con lo Stato prima di subire un eventuale pignoramento.

Qualora il contribuente riceva la cartella senza aver mai ricevuto l’atto prodromico, può presentare opposizione al giudice; la cartella verrà così annullata.

Presentare, invece, ricorso contro la cartella perché la stessa è stata notificata in modo non corretto è un errore processuale: infatti, secondo la giurisprudenza, l’opposizione contro il vizio di notifica sana il vizio stesso. In parole semplici – secondo l’orientamento dei giudici – quando il ricorrente contesta la notifica dell’atto, non fa altro che ammettere che la notifica gli è comunque pervenuta; e questo è sufficiente per poterla considerare valida, in quanto gli ha consentito l’esercizio del diritto alla difesa. Dunque, la causa di nullità o annullabilità viene automaticamente meno. Che senso ha, allora, dire che una notifica è invalida se non la si può contestare (o meglio, se nel momento in cui la si contesta, essa viene automaticamente sanata?). In verità, l’unico modo per far valere il vizio della notifica è quello di attendere il successivo atto di Equitalia (un pignoramento, un fermo, un’ipoteca) e poi, contro quest’ultimo, sollevare l’opposizione sostenendo di non aver mai ricevuto la notifica della cartella stessa. Equitalia allora non avrà più scuse e, se non prova che la cartella è finita nelle mani del contribuente, perde la causa.

L’opposizione alla cartella di pagamento

Contro la cartella di pagamento si può presentare qualsiasi opposizione inerente a vizi di quest’ultima e non per vizi dell’atto prodromico che – come abbiamo detto al punto precedente – si sono ormai solidificati. Si parla infatti di “vizi propri della cartella” con riferimento all’unico tipo di contestazione che si può sollevare contro l’atto esattoriale. Ecco un elenco dei principali vizi propri della cartella (per una trattazione più completa leggi la guida: “Cartella di Equitalia, come si contesta”):

  • la mancata notifica dell’atto prodromico: si ha quando il contribuente riceve la notifica della cartella ma non ha mai ricevuto la richiesta di pagamento da parte dell’ente titolare del credito;
  • la notifica della cartella ad un soggetto diverso dal legittimato;
  • in caso di tentata notifica mentre il destinatario era momentaneamente assente da casa, il mancato invio a quest’ultimo della (seconda) comunicazione con cui lo si informa del deposito della cartella presso la casa comunale;
  • la prescrizione o la decadenza del diritto alla riscossione delle somme;
  • la mancata indicazione del responsabile del procedimento, necessaria in ogni cartella di pagamento;
  • l’inesatta o incompleta indicazione delle modalità e termini per fare ricorso al giudice;
  • la mancanza di pagine, all’interno del plico di Equitalia, che dovevano comporre la cartella di pagamento e la spiegazione delle ragioni per cui essa è stata inviata;
  • l’insufficiente motivazione della cartella (motivazione che può essere anche fornita con il semplice richiamo a un precedente atto già notificato al contribuente);
  • la carente spiegazione delle modalità di calcolo degli interessi, ecc.

Se la cartella non viene impugnata nei termini di legge (30 giorni per le multe, 40 per i debiti Inps e Inail, 60 giorni in tutti gli altri casi) anch’essa si solidifica. Ma anche in questo caso, il contribuente non perde totalmente le possibilità di difendersi. Passiamo, così, al terzo e ultimo gradino.

Il pignoramento di Equitalia

Quando la cartella è divenuta definitiva, Equitalia può passare alle maniere forti e, quindi, procedere al pignoramento dei beni del debitore (conto corrente, casa, automobile, pensione, stipendio, canoni di locazione, azioni, obbligazioni, beni mobili presenti in casa come gioielli, ecc.) o all’iscrizione di misure cautelari (fermo auto e ipoteca).

Il contribuente può opporsi al pignoramento, ma – similmente a quanto abbiamo visto sopra – non può opporre eccezioni per vizi relativi agli atti anteriori del procedimento (atto prodromico e cartella di pagamento). Sono solo due i tipi di contestazione che può sollevare il debitore:

  • mancata notifica della cartella di pagamento o notifica irregolare (v. quanto abbiamo detto nel paragrafo precedente “La notifica della cartella di pagamento”);
  • eventi avvenuti dopo la notifica della cartella, come ad esempio l’intervenuto pagamento, l’emissione di un provvedimento del giudice o di un’autorità amministrativa che ha sospeso l’efficacia esecutiva della cartella; ecc.

Qualora il contribuente si opponga al pignoramento di Equitalia, quest’ultima non ha l’obbligo di dimostrare l’esistenza e la validità del credito fatto valere con l’esecuzione esattoriale, ma solo che il procedimento si basa su un titolo esecutivo, ossia la cartella esattoriale, validamente notificata. Spetta al contribuente, allora, l’onere della prova contrario e dimostrare che, dopo la notifica della suddetta cartella, si siano verificati fatti tali da privare quest’ultima della sua validità [1].

Secondo un recente orientamento della Cassazione, Equitalia può dimostrare l’esistenza della cartella anche solo depositando in giudizio l’estratto di ruolo (leggi “L’estratto di ruolo prova il credito di Equitalia”). Se, invece, oggetto della contestazione del contribuente è l’omessa notifica della cartella, Equitalia si salva solo esibendo:

  • la relata di notifica del messo comunale: se la notifica è avvenuta a mani;
  • l’avviso di ricevimento della raccomandata a.r.: se la notifica è avvenuta per posta.

note

[1] Cass. sent. n. 12415/2016 del 16.06.2016. Secondo la Corte, ai fini dell’azione esecutiva intrapresa ai sensi degli artt. 49 e seg. del d.P.R. n. 602/1973, non è perciò necessario che l’Agente della riscossione dimostri l’esistenza del diritto di credito, ma è sufficiente che dimostri l’esistenza di un valido titolo esecutivo. È perciò sufficiente che l’Agente dimostri l’esistenza di una regolare iscrizione del credito e del debitore al ruolo esattoriale, così come reso esecutivo e trasmesso dall’ente impositore, nonché che dimostri la regolarità degli atti pre-esecutivi successivi (cartella di pagamento ed, eventualmente, intimazione di pagamento).

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 8 marzo – 16 giugno 2016, n. 12415
Presidente Amendola – Relatore Barreca

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- Con la sentenza qui impugnata, pubblicata l’8 maggio 2014, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha pronunciato sull’appello proposto da Pubblicità SAIPE S.r.l., nei confronti di Equitalia Sud s.p.a. e del Comune di Reggio Calabria, contro la sentenza del Tribunale di Reggio Calabria del 28 novembre 2012.
Il Tribunale aveva rigettato l’opposizione proposta dalla società esecutata Pubblicità SAIPE s.r.l. avverso l’esecuzione intrapresa dall’Agente della riscossione, Equitalia Sud s.p.a., ai sensi dell’art. 72 bis del D.P.R. n. 602/1973 (nella quale destinatario dell’ordine di pagamento, in qualità di terzo pignorato, era il Comune di Reggio Calabria).
2.- La Corte d’Appello ha riformato la sentenza di primo grado, ritenendo che non vi fosse la prova dell’esistenza dei crediti azionati nei confronti della società appellante. Ha quindi annullato l’atto di pignoramento presso terzi notificato da Equitalia il 20 maggio 2009 ed ha posto a carico dell’appellata le spese dei due gradi di giudizio.
3.- La sentenza è impugnata con tre motivi di ricorso da Equitalia Sud s.p.a..
Si difende con controricorso la società Pubblicità SAIPE S.r.l..
Non si difende il Comune di Reggio Calabria.

Motivi della decisione

1.- Preliminarmente va detto che la resistente ha eccepito l’inammissibilità del ricorso, perché notificato oltre il termine di sessanta giorni dalla notificazione della sentenza d’appello effettuata nei confronti di Equitalia Sud s.p.a. e del Comune di Reggio Calabria, in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore.
L’eccezione è infondata.
La notificazione della sentenza in forma esecutiva al legale rappresentante pro tempore di Equitalia Sud s.p.a. presso la sede legale di quest’ultima non è idonea a far decorrere il termine breve per impugnare la sentenza da parte di questa società, che era costituita in appello (cfr. Cass. S.U. n. 12898/11, nonché, tra le altre, di recente Cass. n.16804/15, nel senso che la notificazione della sentenza in forma esecutiva eseguita alla controparte personalmente anziché al procuratore costituito a norma degli artt. 170, comma 1, e 285, c.p.c., è inidonea a far decorrere il termine breve d’impugnazione sia nei confronti del notificante che del destinatario).
1.1.- Nemmeno è rilevante, nel caso di specie, la notificazione della sentenza effettuata personalmente nei confronti del Comune di Reggio Calabria, in quanto parte rimasta contumace nel grado d’appello. È vero, infatti, che questa notificazione è stata idonea a far decorrere il termine breve nei confronti della parte rimasta contumace.
Tuttavia, va escluso che il principio dell’unitarietà del termine per proporre l’impugnazione, richiamato dalla resistente, operi nel senso da questa preteso. Esso, anche nei precedenti citati nel controricorso, sta a significare soltanto che, una volta effettuata la notificazione nei confronti di un litisconsorte necessario, il termine breve decorre per quest’ultimo, destinatario della notificazione, e per il notificante nei confronti di tutte le altre parti (cfr., tra le altre, Cass. n. 16254/04, secondo cui nei processi con pluralità di parti, quando si verta in ipotesi di litisconsorzio, non solo necessario, ma anche processuale, opera la regola, propria delle cause inscindibili, della unitarietà del termine per proporre l’impugnazione, con la conseguenza che la notifica della sentenza ad istanza di una sola delle parti segna, nei confronti della stessa e della parte destinataria della notificazione, l’inizio del termine per la proposizione della impugnazione nei confronti di tutte le altre parti; così anche Cass. n. 15234/14 e n. 986/16). Il principio certo non sta a significare che, se le altre parti non siano state destinatarie della notificazione, vengano a subire il decorso del termine ai sensi dell’art. 325 cod. proc. civ.: in tale eventualità, infatti, si avrebbe che il termine decorrerebbe ai loro danni ma a loro insaputa; ciò, che evidentemente è irragionevole, prima ancora che giuridicamente scorretto.
1.2.- In conclusione, non essendo stata eseguita la notificazione della sentenza d’appello al procuratore costituito per Equitalia Sud s.p.a., il termine per impugnare da parte di quest’ultima è rimasto il termine c.d. lungo di cui all’art. 327 cod. proc. civ. Pertanto, è ammissibile il ricorso spedito per le notificazioni il 6 novembre 2014, contro la sentenza pubblicata l’8 maggio 2014.
2.- Col primo motivo si denuncia nullità della sentenza, ai sensi dell’art. 360, I comma, n. 4 cod. proc. civ., per omessa motivazione. La ricorrente lamenta che la Corte d’Appello non si sarebbe pronunciata sull’eccezione sollevata dall’Agente della riscossione di tardività dell’opposizione, perché proposta oltre il termine di sessanta giorni dalla notificazione delle cartelle esattoriali relative a tributi, nonché oltre il termine di trenta giorni (o di sessanta, se riferito ai verbali di accertamento) dalla notificazione delle cartelle esattoriali relative a sanzioni per violazioni del codice della strada.
2.1.- Col secondo motivo si deduce violazione dell’art. 22 della legge n. 689 del 1981, perché la Corte d’Appello avrebbe omesso di considerare la decadenza di cui a questa norma.
2.2.- Col terzo motivo si deduce violazione del principio dell’onere della prova perché la Corte d’Appello non avrebbe considerato le prove fornite dall’Agente della riscossione circa la titolarità del debito in capo alla Pubblicità SAIPE S.r.l., desumibile dai seguenti documenti: 1) estratto di ruolo e avviso di ricevimento della cartella n. (OMISSIS)           , richiamata dal pignoramento impugnato; 2) estratto di ruolo e avviso di ricevimento delle tredici cartelle sottese alla cartella predetta, emessa per il mancato pagamento delle stesse cartelle precedentemente notificate; 3) copia delle intimazioni di pagamento sottese al pignoramento impugnato e relative alle tredici cartelle richiamate dall’estratto di ruolo della cartella n. (OMISSIS)           .
Sarebbe del tutto priva di pregio, secondo la ricorrente, l’affermazione della Corte d’Appello secondo cui, per dimostrare la titolarità del credito in capo alla società appellante, Equitalia avrebbe dovuto produrre copia della cartella sottesa al pignoramento, dal momento che questa non è altro che una riproduzione dell’estratto di ruolo che l’Agente della riscossione ha prodotto in giudizio, così dimostrando sempre a detta della ricorrente – che il credito si riferisce alla Pubblicità SAIPE s.r.l. Per di più, la ricorrente rileva che l’opponente non avrebbe mai contestato di avere ricevuto questa cartella di pagamento, ma si sarebbe limitata a contestare il merito della pretesa creditoria; aggiunge che comunque è stata fornita la prova della notificazione anche della cartella n. (OMISSIS)           , producendo il relativo avviso di ricevimento (come riconosciuto anche dalla sentenza); sottolinea che perciò l’accertamento sotteso alle cartelle di pagamento sarebbe oramai divenuto definitivo per la mancata impugnazione delle cartelle di pagamento e delle successive intimazioni di pagamento.
3.- Le censure di cui al terzo motivo sono fondate e vanno accolte, con conseguente assorbimento dei primi due motivi.
In effetti, risulta che l’opponente abbia posto la questione concernente la titolarità passiva dei rapporti obbligatori, contestando che i crediti azionati esecutivamente fossero di sua pertinenza e sostenendo che le somme sarebbero dovute da altra e diversa persona giuridica (tale Fida Pubblicità s.r.l.).
La Corte d’Appello ha ritenuto che incombesse all’Agente della riscossione dare la prova che “il credito azionato sia riferito ad obbligazioni della parte esecutata, ove ciò sia contestato“, ma ha precisato la sua affermazione soggiungendo che spetterebbe al predetto “dare la prova della sussistenza di un valido titolo esecutivo nei confronti del destinatario del provvedimento“. Quindi, ha escluso che fossero idonee allo scopo “copie di estratti di ruolo e di avvisi di ricevimento postale di raccomandate inviate alla Saipe, nonché copie di intimazioni di pagamento pur esse con prova dell’avvenuta comunicazione alla Saipe a mezzo posta“; ha aggiunto che l’unica prova si sarebbe avuta, se fosse stata depositata dall’Agente della riscossione la cartella di pagamento n. (OMISSIS)           , indicata come notificata il 27 ottobre 2008; ha ritenuto non sufficiente la produzione dell’estratto di ruolo e dell’avviso di ricevimento riferiti proprio a quella cartella (perché, secondo la Corte territoriale, non sarebbero idonei a “dare contezza del suo contenuto”).
La sentenza è errata nelle premesse e nelle conclusioni.
3.1.- In primo luogo, va corretta l’affermazione dalla quale la Corte d’Appello sembra aver preso le mosse, secondo cui spetterebbe all’Agente della riscossione la prova della titolarità passiva del debito in capo al soggetto esecutato.
L’affermazione è errata in diritto perché confonde il profilo del merito della pretesa creditoria, che coinvolge i rapporti tra il debitore ed il creditore (vale a dire, l’ente impositore), con il profilo della sussistenza (o meno) di un titolo esecutivo. L’Agente della riscossione agisce in forza del ruolo esattoriale, reso esecutivo, che è appunto il titolo esecutivo; solo di questo titolo l’Agente deve dare dimostrazione, secondo quanto appresso si dirà.
Il debitore esecutato, con l’opposizione all’esecuzione, può dedurre anche fatti che attengono all’esistenza del credito iscritto a ruolo ovvero all’identificazione del soggetto debitore risultante dal ruolo (c.d. merito della pretesa creditoria azionata in sede esecutiva), ma con le seguenti precisazioni:
– legittimato passivo è l’ente impositore, non certo l’Agente della riscossione;
– qualora si tratti di crediti di natura tributaria, le opposizioni all’esecuzione, regolate dall’art. 615 c.p.c., fatta eccezione per quella concernente la pignorabilità dei beni, non sono ammesse, ai sensi dell’art. 57 del D.P.R. n. 602 del 1973;
– qualora si tratti di crediti di natura non tributaria, le opposizioni all’esecuzione sono ammesse ed appunto regolate dall’art. 615 cod. proc. civ.. Tuttavia, non possono essere fatti valere in sede oppositiva i fatti estintivi modificativi o impeditivi del credito che avrebbero dovuto essere fatti valere in sede di formazione del titolo esecutivo. Qualora si tratti di titolo esecutivo costituito dal ruolo esattoriale, occorre verificare se e quando l’iscrizione a ruolo sia divenuta definitiva. In particolare, se si tratta di pretesa creditoria per sanzioni amministrative, occorre verificare se l’accertamento della violazione che ne sta a fondamento sia divenuto definitivo. In tale eventualità, potranno essere dedotti con opposizione all’esecuzione soltanto i fatti sopravvenuti alla definitività dell’accertamento.
3.2.- Quanto alle regole di riparto dell’onere della prova nei giudizi di opposizione all’esecuzione, questa Corte ha avuto più volte occasione di affermare che, in presenza di titolo esecutivo formatosi nei confronti di un determinato soggetto, se l’esecuzione sia iniziata proprio contro il soggetto contemplato nel titolo esecutivo, spetta a quest’ultimo, esecutato opponente, che in giudizio riveste la qualità formale e sostanziale di attore (cfr. Cass. n. 1328/11 ed altre), dare la prova del fatto sopravvenuto che rende inopponibile od ineseguibile nei suoi confronti il titolo esecutivo, spettando all’opposto, creditore procedente, soltanto la prova che il titolo esecutivo esiste (cfr. Cass. n. 3977/12 ed altre) ed è stato emesso appunto nei confronti del soggetto esecutato (o che quest’ultimo sia successore del soggetto contemplato nel titolo: cfr. Cass. n. 18258/14, anche in motivazione).
Nel caso di opposizione all’esecuzione c.d. esattoriale, pertanto, spetta all’esecutato opponente, sempre che l’opposizione all’esecuzione sia ammessa dinanzi al giudice ordinario ai sensi dell’art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973, dimostrare il fatto sopravvenuto, di cui si è appena detto.
4.- Ai fini dell’azione esecutiva intrapresa ai sensi degli artt. 49 e seg. del d.P.R. n. 602 del 1973, non è perciò necessario che l’Agente della riscossione dimostri l’esistenza del diritto di credito, come affermato dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria, ma – come peraltro si legge in altra parte della motivazione della sentenza – è sufficiente che dimostri l’esistenza di un valido titolo esecutivo.
È perciò sufficiente che l’Agente della riscossione dimostri l’esistenza di una regolare iscrizione del credito e del debitore al ruolo esattoriale, così come reso esecutivo e trasmesso dall’ente impositore, nonché che dimostri la regolarità degli atti pre-esecutivi successivi (cartella di pagamento ed, eventualmente, intimazione di pagamento).
Riguardo alla prova da darsi da parte dell’Agente della riscossione, vanno qui i ribaditi i seguenti principi, affermati da questa Corte di Cassazione, in situazioni processuali analoghe alla presente:
– l’estratto di ruolo è la fedele riproduzione della parte del ruolo relativa alla o alle pretese creditorie azionate verso il debitore con la cartella esattoriale, contenente tutti gli elementi essenziali per identificare la persona del debitore, la causa e l’ammontare della pretesa creditoria (così Cass. n. 11141/15 e n. 11142/15). Precisamente, il ruolo è il titolo esecutivo in forza del quale l’Agente della Riscossione esercita il diritto di procedere esecutivamente (arg. ex art. 49 del D.P.R. n. 602/73) ed il ruolo, in quanto posto a base della riscossione coattiva, fornisce il riscontro dei dati indicati nella cartella esattoriale; questa, infatti, in conformità al relativo modello ministeriale, contiene l’indicazione del credito così come risultante dal ruolo, ai sensi dell’art. 25, comma secondo, del D.P.R. n. 602/73 (così Cass. n. 24235/15, in motivazione);
– l’estratto del ruolo non è una sintesi del ruolo operata a sua discrezione dallo stesso soggetto che l’ha formato, ma è la riproduzione di quella parte del ruolo che si riferisce alla o alle pretese impositive che si fanno valere nei confronti di quel singolo contribuente con la cartella notificatagli (così Cass. n. 11141/15 e n. 11142/15 cit., nonché Cass. n. 25962/11);
– ne consegue che l’estratto di ruolo “costituisce idonea prova della entità e della natura del credito portato dalla cartella esattoriale ivi indicata, anche ai fini della verifica della natura tributaria o meno del credito azionato, e quindi della verifica della giurisdizione del giudice adito” (Cass. n. 11141 e n. 11142/15 cit.); e, va aggiunto, anche ai fini della verifica dell’ammissibilità delle opposizioni ai sensi dell’art. 57 del d.P.R. n. 602 del 1973;
– in tema di esecuzione esattoriale, qualora la parte destinataria di una cartella di pagamento contesti di averne ricevuto la notificazione e l’agente per la riscossione dia prova della regolare esecuzione della notificazione (secondo le forme ordinarie o con messo notificatore, ovvero mediante invio di raccomandata con avviso di ricevimento), resta preclusa la deduzione di vizi concernenti la cartella non tempestivamente opposti, né sussiste un onere, in capo all’agente, di produrre in giudizio la copia integrale della cartella stessa (Cass. n. 10326/2014). La cartella esattoriale non è altro che la stampa del ruolo in unico originale notificata alla parte, ed il titolo esecutivo è costituito, come detto, dal ruolo esecutivo (così Cass. n. 12888/15, nonché Cass. n. 24235/15);
– in tema di notifica della cartella esattoriale ex art. 26, coma primo, seconda parte, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, la prova del perfezionamento del procedimento di notificazione e della relativa data è assolta mediante la produzione dell’avviso di ricevimento, non essendo necessario che l’Agente della riscossione produca la copia della cartella di pagamento, la quale, una volta pervenuta all’indirizzo del destinatario, deve ritenersi ritualmente consegnata a quest’ultimo, stante la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c., superabile solo se il medesimo dia prova di essersi trovato senza sua colpa nell’impossibilità di prenderne cognizione (così Cass. n. 9246/15, nonché Cass. n. 24235/15).
4.1.- La Corte d’Appello di Reggio Calabria ha disatteso i principi appena esposti poiché non ha tenuto conto degli estratti di ruolo e degli avvisi di ricevimento prodotti in giudizio. La ricorrente assume che dagli estratti di ruolo emergono i dati necessari ad identificare la diverse ragioni di credito azionate e ad identificare proprio nella società Pubblicità SAIPE s.r.l. il soggetto iscritto a ruolo come debitore, nei cui confronti risulterebbero notificate sia le cartelle che le intimazioni di pagamento.
Ciò imponeva alla corte territoriale di verificare se effettivamente gli estratti di ruolo e le cartelle di pagamento ivi risultanti fossero riferiti alla società esecutata, ovvero se il soggetto iscritto a ruolo e/o nei cui confronti sono state effettuate le notificazioni delle cartelle di pagamento e delle intimazioni di pagamento fosse altra società.
Nel caso di verifica positiva, cioè di constatazione dell’iscrizione al ruolo esattoriale della società esecutata, avrebbe dovuto la Corte di merito esaminare, nei limiti di ammissibilità dell’opposizione all’esecuzione dinanzi al giudice ordinario (tenuto conto anche di eventuali statuizioni rese sul punto dal Tribunale e della riproposizione o meno dell’eccezione da parte dell’appellata), le questioni poste da Equitalia Sud s.p.a. quanto alla definitività dell’accertamento posto a fondamento dell’iscrizione a ruolo e, solo in caso di accertamento non definitivo, le ragioni di merito dell’appellante.
Il terzo motivo di ricorso va perciò accolto e la sentenza impugnata va cassata.
Accolto il terzo motivo di ricorso, restano evidentemente assorbiti i primi due (che attengono alle verifiche da compiersi da parte del giudice di rinvio).
Infatti, la causa va rinviata alla Corte d’Appello di Reggio Calabria, in diversa composizione, affinché, previo esame degli estratti di ruolo e degli altri documenti prodotti dall’Agente della riscossione, si pronunci sul gravame, applicando i principi di diritto sopra richiamati. Il giudice di rinvio provvederà, in considerazione dell’esito finale della lite, anche sulle spese di essa, comprese quelle del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo motivo di ricorso, assorbiti il primo ed il secondo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Reggio Calabria, in diversa composizione, anche per la decisione sulle spese del giudizio di legittimità.

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